Ferdinand de Saussure

Di: Alberto Giovanni Biuso
1 luglio 2010

Che cosa significa parlare? Qual è la struttura del linguaggio? Come va inteso un segno? I corsi universitari tenuti a Ginevra e in altre Università da Ferdinand de Saussure (1857-1913) vogliono rispondere anche a queste domande e danno in tal modo inizio alla linguistica contemporanea. Molti approcci alla peculiare natura parlante della nostra specie sono accomunati da una convinzione che si potrebbe definire “strumentale” nel senso che il linguaggio viene visto come uno dei mezzi a disposizione dell’essere umano per comprendere e dominare il reale. Saussure ha invece fatto del linguaggio un vero e proprio luogo nel quale sorgono e abitano le identità storiche. Lo studioso ginevrino preparava minuziosamente le sue lezioni ma non si curava di pubblicarle e spesso distruggeva anche gli appunti. La sua opera principale, il Cours de linguistique générale uscito postumo nel 1922[1], non venne dunque redatta da lui ma da alcuni dei suoi allievi sulla base dei pochi manoscritti del maestro e degli appunti dei corsi tenuti dal 1906 al 1911.

Roland Barthes ha parlato del mondo come di un Impero dei segni; Charles S. Peirce ha scritto che l’uomo stesso è «un segno. Vale a dire uomo e segno esterno sono la stessa cosa, come le parole homo e man sono identiche. Così il mio linguaggio è la somma totale di me stesso perché l’uomo è il pensiero»[2]; Ludwig Wittgenstein ha sostenuto che «i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo»[3]; per Martin Heidegger noi siamo sempre “in cammino verso il linguaggio” e per Hans G. Gadamer «l’essere che può venire compreso è linguaggio»[4]. Diventa quindi fondamentale un chiarimento rigoroso della natura, della storia, dei limiti e delle potenzialità del linguaggio umano. È questo che ha fatto Saussure. Per lui «la materia della linguistica è costituita anzitutto dalla totalità delle manifestazioni del linguaggio umano, si tratti di popoli selvaggi o di nazioni civili, di epoche arcaiche o classiche o di decadenza, tenendo conto per ciascun periodo non solo del linguaggio corretto e della “buona lingua”, ma delle espressioni d’ogni forma» (p. 15).

La linguistica è dunque un sapere universale, che riceve dalla storia la propria materia e che contribuisce a spiegare la storia dalla particolare ma rivelatrice prospettiva della diacronia con la quale la coscienza collettiva inventa, costruisce e modifica le lingue. Ma essa è anche una scienza della sincronia che si occupa delle relazioni logiche e psicologiche che danno vita al sistema lingua così come lo percepisce e lo utilizza la coscienza collettiva.

Uno dei massimi contributi di Saussure alla sua scienza, ma anche alla filosofia, consiste nel superamento di alcune forme dualistiche che sempre impediscono di cogliere la molteplice unitarietà del reale. Il linguaggio, infatti, ha un lato individuale e uno sociale, inseparabili nella concreta esperienza del parlare; esso implica sempre «sia un sistema stabile sia una evoluzione; in ogni momento è una istituzione attuale ed un prodotto del passato» (p. 18). La particolare natura delle lingue -legata in modo profondo al tempo- le rende mutabili e immutabili, sempre identiche e tuttavia continuamente cangianti poiché il linguaggio è una cosa viva, è un processo che non conosce stasi, è un corpo che muta in ogni istante come a ogni istante nei corpi protoplasmatici muoiono delle cellule e altre ne nascono. La centralità del tempo, nella struttura e nella funzione della lingua, è uno dei presupposti e insieme uno dei più importanti risultati della ricerca di Saussure: «la continuità del segno nel tempo, legata all’alterazione nel tempo, è un principio della semiologia generale (…) Il tempo altera ogni cosa e non v’è ragione per cui la lingua sfugga a questa legge universale» (p. 95)[5].

È su questo fondamento temporale che de Saussure individua gli elementi del linguaggio umano che da allora sono diventati la base di discussione e di sviluppo della linguistica. Tra questi: segno, significante/significato, langage/langue /parole, arbitrarietà, differenza. Il segno è l’unione di significante e significato, della componente fisica e di quella mentale, di un concetto e di un’immagine acustica, che non coincide con il suono ma è la traccia psichica da esso lasciata. Senza la profonda, costitutiva, ontologica unione di significante e significato, non si dà alcuna entità linguistica. Saussure propone delle immagini molto efficaci per cogliere tale unità: significante e significato sono come l’idrogeno e l’ossigeno che compongono l’acqua, come il recto e il verso di un foglio di carta, come il valore (significato) che si dà al metallo (significante) di cui è fatta una moneta. Il significante linguistico, infatti, «nella sua essenza non è affatto fonico, è incorporeo, costituito non dalla sua sostanza materiale, ma unicamente dalle differenze che separano la sua immagine acustica da tutte le altre» (p. 144).

La triade con la quale lo studioso individua le continuità e le differenze nel sistema dei segni è diventata uno dei fondamenti della semiotica e della linguistica.  Il parlare umano sarebbe costituito da tre elementi: linguaggio (langage), lingua (langue), parola (parole). Il linguaggio è la capacità umana di parlare; una lingua è la concreta manifestazione di tale capacità, «un prodotto sociale della facoltà del linguaggio ed un insieme di convenzioni necessarie, adottate dal corpo sociale per consentire l’esercizio di questa facoltà negli individui» (p. 19). È tale caratteristica sociale del linguaggio a determinare la centralità della parole e cioè della declinazione personale che i parlanti fanno della lingua. La parole è invenzione, creazione, mutamento continuo. Ma la parole è inseparabile dalla potenza delle strutture linguistiche generali e sociali dentro le quali il parlante si trova a pensare, esprimere, comunicare. Gruppi e individui, quando parlano, sono in realtà parlati dal linguaggio poiché la lingua non è mai completa nel singolo individuo, in nessun momento essa esiste fuori dal fatto sociale: «la lingua non è una funzione del soggetto parlante: è il prodotto che l’individuo registra passivamente. (…) È la parte sociale del linguaggio, esterna all’individuo, che da solo non può né crearla né modificarla; essa esiste solo in virtù d’una sorta di contratto stretto tra i membri della comunità» (pp. 23-24). L’arbitrarietà del segno, sulla quale Saussure insiste continuamente, non si riferisce dunque all’arbitrio del singolo parlante ma al fatto che non si dà alcuna corrispondenza necessaria tra il suono di una parola e il suo significato. Il significante «è immotivato, vale a dire arbitrario in rapporto al significato, col quale non ha nella realtà alcun aggancio naturale» (p. 87). Ma «proprio perché arbitrario il segno non conosce altra legge che quella della tradizione, e proprio perché si fonda sulla tradizione può essere arbitrario» (p. 92).

Ancora una volta i dualismi vengono dissolti alla radice. La sincronia del segno, infatti, le sue caratteristiche costanti, sono inseparabili dal lavoro diacronico della parole, dalla quale dipende la vitalità dei mutamenti in quel corpo vivo che è una lingua. La scrittura è per de Saussure una forma derivata e puramente rappresentativa dell’oralità; essa tende a cristallizzare ciò che muta incessantemente. Da qui nascerebbe il distacco -in molte lingue anche notevole- tra la grafia di una parola e la sua pronuncia. La parola è inoltre tessuto e senso del pensiero, che senza di essa non sarebbe altro che una massa senza limiti, forma e significato.

Pensiero, scrittura, linguaggio mutano continuamente ma con ritmi temporali diversi. E nel tempo rimangono costanti. Anche questo gioco di identità e differenze fa ed è la lingua: una dinamica incessante di analogia, agglutinazione, differenziazione, che crea la continuità olistica del nostro parlare non per segni isolati ma per gruppi di segni, strutture, sistemi. Tutto questo, e molto altro, forma la semiologia, «una scienza che studia la vita dei segni nel quadro della vita sociale (…) (dal greco shmeion, “segno”)» (p. 26). De Saussure ha insegnato nelle forme rigorose ed esatte della scienza linguistica quanto Friedrich Hölderlin aveva espresso in forme liriche: «Ein Zeichen sind wir, deutungslos», siamo un segno che nulla indica. Nulla, al di là di se stesso, del proprio indicare, della vita come segno, parola, concetto, significato che abita in noi e non certo nelle cose e nella materia, che bisogno di senso non  hanno.

Note

1 F. de Saussure, Corso di linguistica generale, introduzione, traduzione e commento di Tullio De    Mauro (1967), Laterza, Roma-Bari 2008. Le citazioni presenti nel testo sono tratte da questa    edizione; il relativo numero di pagina è indicato nel corpo dell’articolo.

2 C.S. Peirce, Collected Papers, 5.314

3L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, trad. di A.G. Conte, Einaudi, Torino 1980,  proposizione 5.6, p. 63.

4 H.G. Gadamer, Verità e metodo, trad. di G. Vattimo, Bompiani, Milano 1983, p. 542.

5 Ne consegue, a proposito della diversità geografica delle lingue, che «lasciato a se stesso, lo  spazio non può esercitare alcuna azione sulla lingua (…) Si dimentica il fattore tempo, perché esso è  meno concreto del fattore spazio; ma in realtà proprio dal tempo dipende la differenziazione linguistica. La diversità geografica deve essere tradotta in diversità temporale. (…) Come non si può giudicare d’un volume da una superficie, ma solo grazie a una terza dimensione, la profondità, così lo schema della differenziazione geografica non è completo se non proiettato nel tempo» (p. 241).

Tags: , , ,

Categoria: Autori | RSS 2.0 Commenti e pingback sono attualmente chiusi.

2 Commenti

Collegati | Gestione | Alberto G. Biuso e Giusy Randazzo © 2010-2018 - Periodico - Reg. Trib. Milano n. 378 del 23/06/2010 - ISSN 2038-4386 - Redazione: Via Luigi Zoja, 27 - 20153 Milano - Pagine viste dal 19.6.2018