Revisionismo laterale

Di: Giusy Randazzo
1 luglio 2010

La storia raccontata non potrà mai essere oggettiva, poiché non esiste una realtà oggettiva in cui rintracciare una «verità conclusa». Non è dunque soltanto una questione storiografica, quella relativa al revisionismo, ma soprattutto fenomenologica[1]. Il tentativo di revisionare la nozione a vantaggio di una maggiore libertà di interpretazione del fruitore è vano oltre che storiograficamente infertile. Questo revisionismo minimo o microrevisionismo -che si sostanzia in puntualizzazioni irrilevanti- è contrario al senso stesso della storia, che non è un semplice racconto, ma una rete fitta, intessuta, sì, di eventi ma prima di tutto di logiche umane, il più delle volte sadiche, che è necessario disvelare dietro i fatti manifesti.

D’altro canto, il revisionismo estremo ha a che fare proprio con il rovescio della medaglia del microrevisionismo, volendo occultare i fatti allo scopo di far emergere latenti visioni costruite ad hoc per fini ideologici (un esempio per tutti, è il negazionismo). Tra i due estremi si potrebbe pensare che qui si proponga la medietà, ma non è così. La storiografia non dovrebbe ammettere compromessi.

Si sostiene piuttosto l’urgenza di un revisionismo laterale che dagli studi accademici e scientifici dovrebbe primariamente far ingresso nei libri di scuola, strumenti fondamentali per formare le coscienze e promuovere la responsabilità civile. Per revisionismo laterale non si intende nulla che vada nel verso della riduzione o della parzialità, piuttosto si tratta di un’azione storiograficamente responsabile volta a rendere alle coscienze -in particolar modo a quelle che la scuola intende formare all’interiorizzazione di una morale autonoma- la storia non raccontata, al di là di ideologie o di vincitori.

Non credo sia ammissibile la giustificazione che l’anno scolastico è breve e i fatti da raccontare troppo numerosi. Questa è l’epoca dell’homo tecnologicus, il cui tipo medio è bersagliato da continue informazioni che a volte non fa in tempo a selezionare e che, se non indirizzato, non sa neanche cercare. Non si tratta di rivedere bulimicamente, ma di restringere a vantaggio di un quadro più ampio, anche se meno ricco di particolari, e in tal senso promuovere l’autonomia della ricerca il cui verso sarebbe stimolato dalla curiosità del singolo fruitore. Una zoomata che abbia come scopo una visione integrale, anche in funzione di un futuro approfondimento geopolitico o meno ottimisticamente di una semplice conoscenza delle cose del mondo, risultato anche questo nient’affatto indifferente. Alla carenza di un’adeguata formazione sugli eventi e sulle dinamiche politiche nazionale, a scuola si aggiunge, infatti, una continua parzialità degli argomenti che, quando non sono trattati ideologicamente o tradizionalmente, sono monchi o arricchiti da qualche riga che invita ad andare oltre: ad altri fatti e ad altre parziali visioni. Tutto a vantaggio di un approfondimento del già noto di cui nel tempo rimarrà soltanto un senso lontano, mentre nulla sarà rintracciabile del resto che, nella maggior parte dei casi, rimarrà ignoto al futuro cittadino responsabile.

Il revisionismo laterale dovrebbe essere applicato a tutta la storia del mondo. Per fare un esempio, si pensi all’età tardo-antica e all’ampio vuoto intorno all’evoluzione del paganesimo dopo l’editto di Milano. Non si tratta soltanto di una rivisitazione in cui sia possibile evidenziare come chi fu vittima delle persecuzioni sia diventato in seguito implacabile carnefice, ma di superare la visione cristianocentrica, unidirezionale e parziale, a favore di una conoscenza più completa degli eventi e delle loro dinamiche. In questa direzione, figure come l’imperatore Giuliano o Ipazia di Alessandria dovrebbero essere trattate o quantomeno conosciute non soltanto dal lato del vincente cristianesimo, ma anche da quello dell’agonizzante paganesimo e dunque esser note al pari di altri personaggi storici come Costantino o Teodosio.

Rimanere ancorati a un’evoluzione razionalmente lineare e non contraddittoria dell’historia rerum gestarum significa piegare le res gestae a una veridicità intrinseca che, come abbiamo detto, non possiedono. Così facendo si affida il segno direzionale di questa ricerca a ciò che si ritiene vero e giusto per consolidata tradizione, maneggiando i fatti di segno opposto a vantaggio della Ragione sostenuta oppure semplicemente escludendoli. Nella storia, invece, la contraddizione esiste ed è il luogo in cui più che in ogni altra regione del sapere si realizza la coincidentia oppositorum.

Pensiamo al Novecento. Il tragico evento del massacro di Nanchino con le sue centinaia di migliaia di vittime o l’eccidio di milioni di cambogiani, massacrati da Pol Pot, sono il risultato di due ideologie opposte eppure assolutamente coincidenti nel loro feroce estremismo. Non la quantità di numeri, però, deve essere il criterio del revisionismo laterale, ma l’assenza di un’intenzione, quando non ideologica, semplicemente allineata a ragioni programmatiche, che di solito vive latente dietro i fatti non raccontati, alimentandosi con quelli raccontati che -sia chiaro- è corretto mantenere.

Aggiungere, dunque, non togliere, tenendo presente che il tentativo di guardare una foto nei particolari non produce nulla se non il risultato di sgranare l’immagine, come anche Barthes ci ha insegnato.

Note

1 «Non che il mondo non esista, non che io non senta e non percepisca. Ciò che non esiste è un mondo che si impone a me come verità conclusa: esiste solo ciò che io sento e percepisco […] il mondo si risolve in ciò che veramente m’appare, in ciò che veramente da me è vissuto nel mondo vissuto, nella Lebenswelt» (E. Paci, Tempo e verità nella fenomenologia di Husserl [1961], Bompiani, Milano 1990, p. 51).

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