Husserl, Lezioni sulla sintesi attiva

Di: Alberto Giovanni Biuso
3 agosto 2010

Le lezioni del 1920/21 a Friburgo sulla logica trascendentale -una logica attenta non soltanto agli aspetti formali ma anche alla profonda interazione tra mente e realtà- si compongono di tre sezioni. Nelle prime due viene analizzata la struttura passiva della conoscenza rispetto al dato, il fatto che gli oggetti si impongano a noi con la forza della loro evidenza. L’ultima è invece dedicata alla dimensione attiva della mente nei confronti del mondo, poiché conoscere non vuol dire soltanto registrare dei dati ma inserirli poi in un contesto di significati che diano loro senso e pregnanza.

Nella loro complessa unitarietà, queste lezioni restituiscono l’intero delle ricerche husserliane ed è quindi davvero importante il lavoro svolto da Luigi Pastore sull’edizione del manoscritto F I 39 che tali lezioni contiene. Da esse emerge quell’«intima e reciproca relazione tra passività e attività» (Pastore, pag. 34) che si esprime in tre modi: la funzione costitutiva del linguaggio, attraverso il quale transita ogni nostra possibile conoscenza; la complementarietà di intelletto e sensibilità; il rapporto tra il soggetto che conosce, i dati di conoscenza e la loro indispensabile correlazione.

Si trovano infatti in queste lezioni le premesse per una delle tesi più importanti sostenute da Husserl in Logica formale e trascendentale, il fatto che «i pensieri sono intrecciati con i segni verbali» (ed. italiana a cura di E. Paci e G.D. Neri, Laterza 1966, p. 394) e che quindi il linguaggio possieda non soltanto «una funzione comunicativa e intersoggettiva, ma anche parzialmente costitutiva» (Pastore, 23-23), proprio nel senso che il linguaggio non è soltanto uno strumento per comunicare ad altri le conoscenze acquisite ma è anche il modo attraverso il quale tali conoscenze acquistiamo; non è possibile infatti per gli esseri umani apprendere, capire e spiegare qualunque ente, evento e processo se non attribuendo a tali realtà dei significati tramite le parole.

Come giòchino intelletto e sensibilità nella conoscenza è detto da Husserl con precisione: il primo «è un termine per operazioni costitutive di oggetti che l’io si è dato da sé con gli atti di identificazione. Questa donazione originariamente afferente è una autodonazione creatrice. Sensibilità indica il suo contrario, <è un termine> per le operazioni di costituzione che hanno luogo senza la partecipazione attiva dell’io; l’afferramento di tali oggetti è certamente un’attività, è però un mero recepire [Rezipieren] un senso già precostituito, e la successiva esplicazione -il giudicare- presuppone già questo senso» (88-89). Questo vuol dire che gli enti esistono certamente in modo autonomo rispetto alla mente che vive e indaga il mondo ma essi emergono davvero nella loro specificità soltanto quando la coscienza attiva li separa dallo sfondo indistinto regalando loro significato e quindi autonomia. Con il caratteristico linguaggio di Husserl: «una coscienza dell’oggetto si compie realmente e genuinamente solo negli atti dell’io; un oggetto [Objekt] -un oggetto in quanto oggetto [ein Gegenstand als Gegenstand]- c’è solo per l’io attivo» (49) poiché un “oggetto” in senso proprio si costituisce -alla lettera, prende vita e senso- soltanto nell’attività di identificazione di un io.

Qui è molto importante capire il significato delle parole utilizzate da Husserl nella sua lingua: Gegenstand infatti si traduce di solito con la parola italiana “oggetto” ma in tedesco essa vuol dire “dato”. Ciò implica che tutti gli oggetti con cui noi entriamo in una relazione conoscitiva e operativa appartengono a una realtà autonoma da noi ma diventano per noi significativi soltanto quando il corpomente li osserva, li tocca, li ascolta, li avviluppa in una rete di relazioni con ogni altro oggetto, col mondo tutto e con la mente stessa. Gli oggetti si danno quindi a noi, nel senso che si offrono alla potenza del nostro significare. Enti, eventi e processi ci vengono dati e nello stesso tempo noi diamo loro senso. In questo consiste la tesi husserliana secondo cui la conoscenza umana è insieme attiva e passiva nei confronti del mondo. Tale rapporto tra soggettività trascendentale, datità materiale e la loro correlazione è così riassunto da Massimo Barale nella postfazione al libro: «non potremmo oggettivare qualcosa che non ci trovassimo dato, di cui non potessimo disporre come di un dato [...] tuttavia, già si è chiarito che, di quanto dobbiamo ammettere già sempre dato, non potremmo avere notizia alcuna se a tale titolo non lo ritrovassimo in quelle operazioni oggettivanti, ad esso intenzionalmente rivolte, che lo stanno presupponendo» (132).

Nelle a volte ostiche ma certamente feconde lezioni del 1920/21 Husserl accenna anche all’importanza della coscienza emotiva e non soltanto delle sue funzioni cognitive. Emotività che «gioca costantemente il suo ruolo già anche nella passività della vita della coscienza» (50). Peccato che Husserl abbia quasi sempre trascurato e sacrificato questa dimensione che pur giudica centrale. In modi diversi, saranno Heidegger e Merleau-Ponty a colmare tale vuoto e a coniugare la passività e attività della coscienza a quella realtà primaria che il fondatore della fenomenologia aveva chiarito con lucidità in altre sue lezioni: il tempo.

Edmund Husserl
Lezioni sulla sintesi attiva
Aktive Synthesen: aus der Vorlesung “Transzendentale Logik” 1920/21, Kluwer Academic Publishers
A cura di Luigi Pastore
Presentazione di Dieter Lohmar
Postfazione di Massimo Barale
Mimesis, Milano 2009
«Itinerari filosofici»
Pagine 141

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