Riflessioni sulla musica contemporanea

Di: Bruno Coli
3 agosto 2010

«Se è arte non è per tutti, se è per tutti non è arte»1.

Questa frase di Arnold Schönberg ha accompagnato e accompagna tuttora gli studenti di composizione nel momento in cui si trovino a confrontarsi e a studiare la musica contemporanea.

Riportare alla mente queste parole -quando sorgano inevitabili dubbi sull’effettivo valore musicale e artistico di un brano spesso incomprensibile e incapace di trasmettere altro se non noia- aiuta lo studente smarrito, assalito dal dubbio e sul punto di perdere la fede, a ritrovare fiducia con un procedimento analogo a quello usato dall’angelo che appare in vesti di fanciullo a Sant’Agostino sulla riva del mare: non affannarti a comprendere ma semplicemente credi!2

Qui, “credere” -accompagnato ovviamente da una falsa comprensione e da un falso amore- non è altro se non snobismo intellettuale, e della miglior specie. Le ragioni dell’intelletto prevaricano abbondantemente su quelle del cuore ed è vitale e inevitabile che sia così: è in ballo, per lo studente o il giovane compositore, l’appartenenza o la non appartenenza al gruppo di coloro che capiscono, di coloro che apprezzano la musica non “per tutti”, quella che quindi è “arte”.

Facciamo a questo punto una considerazione un po’ provocatoria. Immaginiamo di ascoltare casualmente (come quando un’altra autovettura si affianca alla nostra) uno di quei brani da discoteca che giungono alle nostre orecchie, quasi sempre filtrati nelle frequenze più alte e quindi consistenti in una serie di bassi ritmici rimbombanti e di ben pochi altri elementi musicali. È forse quella musica per tutti? Sicuramente no, perché molte persone di buon senso e buon gusto giustamente non l’apprezzano: ne conseguirebbe che, non essendo per tutti, sarebbe “arte”.

A parte i paralogismi umoristici, la frase di Schönberg, sicuramente dettata da principi di grande onestà intellettuale, ha però avuto un’influenza negativa sugli sviluppi della musica contemporanea e, interpretata male, è un esempio di mancanza di “democrazia musicale”.

In pratica sarebbe come se il compositore pensasse che ci sono persone che non sono in grado di capire la vera arte e quindi non resta che produrla per sé e per il proprio gruppo elitario, fatto di gente tanto brava, che capisce e che è anche assai intelligente. Non mancano i critici, quelli meno onesti, che fanno a gara per dimostrare che anche loro comprendono e sanno apprezzare la “nuova musica”, seguiti da una piccolissima parte del pubblico. Gli altri, invece, i poveri ignoranti, disertano i concerti di musica contemporanea e continuano ad amare Mahler e Ciajkovskij.

Qual è stato il percorso che ha portato a una tale deriva?

Nella prima metà del secolo scorso si è verificato uno “scollamento” fra chi componeva la musica e chi l’ascoltava, una frattura che si è via via allargata nel corso di tutto il Novecento. Non si vuole qui, ora, iniziare un discorso sulla “buona fede” dei compositori e indagare su quanto bluff ci fosse in quella musica e quanto invece fosse frutto di sincera convinzione artistica, il dato di fatto è che, a parte rari casi, ciò che si componeva di nuovo, in quell’ansia di staccarsi dal passato, si staccava nello stesso tempo dal pubblico, dalla gente.

E invece la musica deve essere composta per la gente.

Nell’Ottocento la prima di una nuova opera di Verdi era attesa con la stessa ansia spasmodica che anima i  fan di Tim Burton per l’uscita di un suo nuovo film. La musica, fino ai primi anni del secolo scorso, era parte viva della società e veniva vissuta da tutti, non soltanto dai boriosi critici musicali2.  Non è che non ci fosse evoluzione nella musica: c’era, eccome, basti pensare a come cambia l’opera da Rossini a Verdi e dal Verdi giovane a quello della maturità e della vecchiaia, alle querelle tra verdiani e wagneriani. Con l’incredibile accelerazione avvenuta nell’intera società al sorgere del nuovo secolo, la musica ha cominciato a cambiare così tanto e così in fretta che la gente, a parte molti che “facevano finta”, non è stata capace di seguirla.

Poi, come sempre, è stato il tempo a fare giustizia. In un’epoca di sempre maggior disinteresse per la musica classica in genere, la prima a sparire è stata quella più recente. Purtroppo la comune generalizzata ignoranza non favorisce certo la ricerca del nuovo, questo vale soprattutto per l’Italia ma un po’ anche per gli altri Paesi. Lo scollamento tra compositore e fruitore, però, potrebbe a poco a poco ricomporsi. Io credo che, per esempio, l’uso abituale di stilemi atonali nelle colonne sonore dei film abbia in qualche modo abituato l’orecchio a un certo tipo di intervalli non convenzionali e lo stesso discorso vale, e forse ancor in maggior misura, per l’elemento ritmico. Quello che conta, però, è che coloro che oggi compongono la musica lo facciano con il sincero intento di emozionare il prossimo, senza mascherare con superbi e arroganti intellettualismi, l’incapacità di riuscirvi.

Note

1 «Denn Wenn es Kunst ist, ist sie nicht für alle, und wenn sie für alle ist, ist sie keine Kunst» di Arnold Schönberg, «Neue Musik, veraltete Musik, Stil und Gedanke», in Stil und Gedanke. Gesammelte Schriften, Fischer, Frankfurt a.M. 1976, p. 33.

2 Leggasi, a proposito di quanto fosse “vissuta” la musica nella società nei primi anni del secolo scorso, la bella prefazione di Raul Radice al volume “Teatro alla Scala”, Mondadori, Milano 1977.

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