I volti dell’amore

Di: Simone de Andreis Gerini
1 settembre 2010

E’ primavera e passeggio per Villa Adriana, inebriato dalla brezza che muove le fronde degli alberi che si affacciano sul Canopo.

Con me una poesia di Fernando Pessoa, Antinous uno stralcio e pochi versi

He weeps and knows that every future age is looking on him out of the to-be;

His love is on an universal stage;

A thousand unborn eyes weep with his misery

Ho la netta sensazione di trovarmi in un luogo magico, circondato da mura e resti che testimoniano l’imperitura presenza delle idee e delle passioni di un imperatore.

Come un palcoscenico universale, da dove poter ammirare le lacrime di un principe e mille occhi piangere il suo dolore.

Gli amori di Adriano dunque, per la conoscenza, per la bellezza, per i viaggi e su tutti l’amore per il giovane Antinoo.

Amore che si è fatto pietra per sfidare sia il tempo, divenuto secoli, sia la follia e la barbarie degli uomini.

Mi guardo attorno e sono ora nel Serapeo, il luogo sacro che conteneva le statue del giovane salito nel Pantheon delle divinità.

Respiro a fondo l’atmosfera di un luogo che ha visto all’opera Amore divinizzante.

Amore che ha trasformato in un dio un giovine annegato in un canale lungo il Nilo.

L’azione poietica dell’Eros filosofico si manifesta pertanto anche nei mille volti e corpi di Antinoo, disseminati in lungo e in largo per l’Impero da Adriano e che oggi possiamo ammirare nei musei di mezzo mondo.

Posso essere nella Gliptoteca di Monaco o al Museo Archeologico di Napoli ma ciò che vedo e che sento è sempre il potere di Eros, del filosofo che ricerca senza mai essere appagato. Per Adriano l’amore è stato una grande ricerca di sé nell’altro e dell’altro in sé; e nemmeno la morte ha potuto fermare il desiderio di conoscenza del filosofo. Il principe ha voluto che il suo giovane amante divenisse una divinità per saperlo in un luogo preciso, il Pantheon delle dee e degli dèi per l’appunto e non disperso nell’Oblio.

Amore dunque come tentativo di completamento mai soddisfatto, Platone docet.

His finger-tips,

Still idly searching o’er the body, list

For some flesh-response to their waking mood.

But their love-question is not understood:

The god is dead whose cult was to be kissed

Eros, al pari di punte di dita che esplorano il corpo amato, ricerca il sapere e procura un fremito carnale, ma la domanda d’amore e di sapienza non è esaudita e alle volte nemmeno compresa.

E il filosofo viene rapito, attraverso Amore, dal Sapere, come Ganimede è rapito da Zeus sotto forma d’aquila e ne diviene il coppiere.

Mi desto dalle suggestioni del Serapeo e continuo la mia passeggiata all’ombra dei maestosi alberi e delle mura antiche di Villa Adriana.

Sono ora dove un tempo sorgevano giardini e giochi d’acqua.

Leggo le parole del poeta lusitano ed è come se fosse qui accanto a me, a Tivoli.

I shall build thee a statue that will be

To the continued future evidence

Of my love and thy beauty and the sense

That beauty giveth of divinity.

Though death with subtle uncovering hands remove

The apparel of life and empire from our love,

Yet its nude statue, that thou dost inspirit,

All future times, whether they will’t or not,

Shall, like a gift a forcing god hath brought,

Inevitably inherit

Inevitabilmente le generazioni future erediteranno Amore attraverso i suoi volti, in questo caso scolpiti nella pietra.

Ci troviamo di fronte ad Eros che sfida Thanatos e l’acqua del fiume Lete, rifiutata, non disseterà le arsure.

Tutti si dirigevano verso la pianura del Lete in una tremenda calura e afa. Era una pianura priva d’alberi e di qualunque prodotto della terra. Al calare della sera, essi si accampavano sulla sponda del fiume Amelete, la cui acqua non può essere contenuta da vaso alcuno. E tutti erano obbligati a berne una certa misura […]. Via via che uno beveva, si scordava di tutto (Platone, Repubblica, X, 621, a-b)

E in Virgilio possiamo leggere

“Frattanto Enea vede […] il fiume Lete che scorre davanti alle placide sedi.

Intorno aleggiavano innumerevoli popoli e genti”

Stupisce l’ignaro Enea alla visione improvvisa e chiede le cause, quali siano lontano quelle acque, e che uomini affollino le rive in schiera così numerosa.

Allora il padre Anchise: “Le anime alle quali per fato si devono nuovi corpi, bevono linfe serene e lunghi oblii vicino all’onda del fiume leteo“ (Eneide, VI, 703-715).

Non si vuole scordare, si desidera vincere su Oblio.

Vagando mi ritrovo nella terrazza di Tempe, lo sguardo spazia lungo l’omonima vallata ribattezzata così da Adriano in memoria della più nota in Tessaglia.

Echeggiano ancora Apollo e le Muse.

La brezza smuove le pagine dei miei appunti, e l’attenzione è riportata su alcuni versi

Then the end of days when Jove were born again

And Ganymede again pour at his feast

Would see our dual soul from death released

And recreated unto joy, fear, pain-

All that love doth contain ;

[…] And, if our very memory wore to dust,

By some gods’ race of the end of ages must

Our dual unity again be raised

Amore dunque, che sfida la fine dei tempi e la consunzione della memoria e obbliga una qualche divinità a riunire le anime degli amanti, donando loro la possibilità di vivere  ancora la gioia, la paura e il dolore che Eros porta sempre con sé.

Lentamente il sole muore, i muri si dipingono di ocra e la notte, sinuosa, si fa largo fra le rovine di Villa Adriana; è giunto il tempo di andare via,  di ritornare in altri luoghi e tempi.

Per un attimo, nell’ultimo bagliore di luce mi sembra di vedere qualcosa, ma il linguaggio viene meno, ed è sempre Pessoa a suggerirmi le parole giuste

The gods came now

And bore something away, no sense knows how,

On unseen arms of power and repose.

Forse fra quegli dèi c’è anche Amore Vincitore, ma questa è un’altra storia tutta da raccontare.

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