Il genio

Di: Giusy Randazzo
1 settembre 2010

Quanto costa l’eternità! Costa davvero tanto. Qualcuno si chiede cosa fare tutto il giorno; per alcuni non è il fare a oscurare o a illuminare. No, non il fare. Qualcosa d’altro che non sta nemmeno nei sogni. Si rintana in ogni volto, in ogni parola, in ogni paesaggio o scorcio di vita. E corrode. Nella disperata ricerca di senso. Senza trovare pace. Questo pretende l’eternità dal genio che ha generato. Lo infila in un essere finito, corruttibile quanto basta per farlo sentire sempre troppo poco, per spremerlo sino a obbligarlo a uscir fuori dalla carne umana. Squartando le membra per aspirare all’intero che mai possederà. E intanto crea e semina. E mai raccoglie, il genio. Si teme, il genio, perché chiunque lo riconosce. L’umano non tollera che il divino cammini in abiti borghesi. Ha bisogno di annichilirlo perché altrimenti gli mostra lo specchio. No, non le rughe impauriscono l’uomo. Giammai l’ignoranza, che non teme perché picciol punto. Ciò che è, non vuol vedere e detesta chi glielo ricorda. E il genio fa di più. Il suo volto, che è morte, compare sulla liscia e illuminata superficie che ruba ogni immagine al mondo in modo fugace, come fa la verità. Così si sfugge a se stessi, come la miseria del mondo sfugge allo specchio, mentre ciò che magnifica l’universo rimane impresso sulla nobile tela che il genio ha deciso di rendere eterna. Lo nasconde sotto il mantello, nero e ampio, di stoffa pesante. È pronto a rendere all’uomo grottesco la sua infinita pochezza. Il genio non si sfida. Il genio si combatte con tutte le armi possibili, persino l’infamia. Sperando che neanche la cenere rimanga di lui. Perché quello che ha non si può rubare. Attraversa il suo corpo per intero. E non c’è una spada che possa portarlo alla luce, né un uncino che possa estirparlo. Neanche facendolo a pezzi se ne può trarre giovamento. Bisogna aiutare la vita: a corroderlo. Lentamente. Per sfinirlo e impedirgli di essere eterno. Per indurlo in ginocchio all’umana richiesta che sia un altro a coabitare con quel gigante divino -dentro- che vuole ergersi in quel corpo minuto, che vuol parlare con la lingua straniera, che vuol abbracciare il mondo che l’ospite odia. -Vuole- anziché rimanere legato e imbavagliato nella pancia che tutto sente dei suoi lamenti. Vive male, il genio. Vive pensando di non esserlo, confondendosi con uno di quei tanti pensieri che lo invadono senza sosta -poveri- pregando attenzione e salvezza eterna nell’agognato reale. Essere liberati da quell’agonia giornaliera, finalmente partoriti sul viale alberato dell’eterna esistenza. Col genio non si vive, se non nel tormento. Non comprende il fastidio del mondo che avverte, né il disprezzo che gli urla e lo spinge all’estremo sino ad aspirare alla morte di chi inutilmente respira aspirando soltanto a far scomparire chi nasce eterno. Non sanno che il genio è debole. Non sono le regole che lo spaventano. Le accetta, si adatta fin tanto che può. È il confronto scadente che gli impedisce di comprendere il senso di ogni evento. E monta il suo disprezzo. Diventa arrogante, il genio. Pretende rispetto, senza darlo. È stanco, deluso, nauseato dalla comunità animale che lo costringe a mentire, a nascondersi sempre, a subire le accuse e i torti di chi vorrebbe non fosse mai nato. Un ventre umano lo aveva accolto, senza sapere di proteggere un’intera galassia. Il viaggio iniziava già allora. E quando il buio terminava si portava per sempre la pace mentre il suo primo pianto scuoteva l’orecchio dell’uomo. Si perseguita, il genio. Perché il genio profuma. La follia assolda i meschini perché per entrare in quella creatura ignara ha bisogno della feccia. Eppure è amica. Ha un compito ingrato: seminare dove l’ordine vorrebbe far avvizzire. Spezzarlo non è facile. Perché il genio impara presto.

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