Il reddito della vergogna

Di: Giuseppe O. Longo
2 ottobre 2010

Alla signora Vuericke

Cara zia, chissà che cos’ha pensato non vedendomi arrivare il 15 gennaio, tanto più che non sono riuscito nemmeno ad avvertirLa con un biglietto. Il fatto è che le mie condizioni di salute mi hanno impedito finora perfino di scriverLe. Il direttore, dottor Kollwitz, è stato tassativo e per tre settimane mi ha proibito non solo di alzarmi dal letto, ma anche di leggere e scrivere. Ha fatto addirittura sigillare le finestre della mia stanza e togliere la corrente elettrica. Le infermiere entravano armate di lampadina tascabile. Non Le dico altro. Siccome oggi non ho la febbre, ho avuto il permesso di scriverLe queste poche righe. Ma ora devo smettere, arriva l’infermiera. Sulle infermiere avrei molto da dirLe, ma non so se sia il caso.

A Pliska

Caro signor Pliska, come ho avuto modo di raccontarLe l’ultima volta che ci siamo visti, circa tre anni fa, mio zio era un uomo solido e concreto, pieno di buon senso, rappresentante per Trieste delle famose catene da neve Rohrhofer. Lei ha certo sentito parlare delle catene da neve Rohrhofer, forse le ha addirittura usate, ebbene mio zio era il rappresentante di queste catene. Una ditta seria, padrona dei tre quarti del mercato europeo delle catene da neve e addirittura dell’ottanta per cento del mercato a Trieste, stavo per dire qui a Trieste, dimenticando che da qualche mese non sono più nella mia città, in via della Fornace, bensì in questo sanatorio vicino a Merano, il Sanatorio Zirmerthal. Chissà quanto dovrò restarci ancora. Fino a quando il dottor Kollwitz, anzi il professor Kollwitz, non si deciderà a dimettermi. Ma io sto divagando. Quello che volevo dirLe, soprattutto, è che mio zio non aveva problemi economici, per quanto ne so non aveva problemi di nessun genere. Mia zia, cioè sua moglie, non mi ha mai accennato a nessun problema. Quindi non so proprio come spiegarmi l’accaduto.

Alla signora Vuericke

Cara zia, non si faccia sommergere dai problemi pratici, si affidi a un buon commercialista, per esempio al dottor Candotti, che ha gli uffici in via san Francesco, non lontano dalla sinagoga. Penso di continuo a ciò che può essere accaduto allo zio per indurlo a un gesto così disperato, ma non riesco proprio a capire. L’unica cosa che mi torna alla mente è la visita che facemmo due anni fa alla Risiera di san Sabba, subito dopo il vostro arrivo a Trieste. A quei tempi lo accompagnavo spesso in giro per la città. Di Trieste lo zio voleva conoscere tutto. Mi aveva chiesto di fargli una specie di programma di visite e poi mi aveva chiesto di fargli da guida. Io già allora non stavo molto bene, ma non mi ero rifiutato. Di solito andavamo in giro il venerdì. Verso le dieci lui lasciava l’ufficio e mi raggiungeva al caffè Stella Polare, dove io leggevo i giornali. Bevevamo un caffè, Lei ricorderà quanto piacesse allo zio il caffè di Trieste, e poi andavamo. La visita alla Risiera la facemmo in un giorno di bora scura, era pieno inverno e il vento penetrava attraverso i panni, ghiacciandoci. Il mio soggiorno qui in sanatorio è certo la lontana conseguenza di quella visita.

A Pliska

Caro signor Pliska, sì, è vero, qui in sanatorio non si smette mai di lavorare. Non parlo dei pazienti, s’intende, parlo dei medici e delle infermiere. E degli inservienti. E poi, visto che me lo chiede, sì, è vero, di notte c’è una grande attività sessuale. Le infermiere fanno l’amore con i medici, lo so perché la mia stanza è vicina all’infermeria e qualche volta invece di prendere il sonnifero l’ho versato nel vaso, così ho sentito i gemiti e i sospiri. Un mese fa mi sono fatto coraggio e ho chiesto alla mia infermiera più carina di far l’amore con me, ma lei mi ha risposto che il dottor Kollwitz le ha proibito i rapporti sessuali con i pazienti più deboli, e visto che io sono così debole ha detto che non può accontentarmi. L’ho chiesto allora a Margit, l’infermiera anziana, la quale mi ha detto la stessa cosa, però si è dimostrata più comprensiva e mi ha soddisfatto in un altro modo, meno faticoso, sono certo che capisce quello che voglio dire. D’altra parte questa malattia aumenta il desiderio sessuale, il calore che emana dai polmoni infiamma tutto il corpo e si raccoglie lì, nel basso ventre, e mi fa smaniare. Vede, per soddisfare la Sua curiosità oggi Le ho parlato di queste cose e ora non ho più la forza di parlarLe dello zio, l’unico argomento che mi stia veramente a cuore. Gliene parlerò la prossima volta.

Alla signora Vuericke

Cara zia, quanto mi ha scritto sul turbamento dello zio ha scatenato dentro di me un tumulto di immagini e di ricordi che avevo del tutto cancellato. E’ vero: dopo la visita alla Risiera lo zio era sconvolto. Rimase in silenzio per tutto il tragitto fino alle Rive, poi mi piantò in asso e si allontanò su per la via Belpoggio senza nemmeno salutarmi. Io non ci feci gran caso, perché avevo cominciato a tossire forte e non vedevo l’ora di rientrare. La mia povera mamma si diede da fare per confortarmi e riscaldarmi, ma io continuai a tossire fino a tarda sera, sicché dovette chiamare il medico, Lei ricorderà certo il dottor Danelon. Mi visitò e mi fece ricoverare subito all’Ospedale Santorio, e poi sa meglio di me come si sono sviluppate le cose. Quando lo zio venne a trovarmi all’ospedale, dopo qualche giorno, notai che aveva uno strano contegno, borbottava mezze frasi, si fregava le mani e si guardava intorno e alle spalle, come se temesse di essere aggredito. Adesso, ripensandoci, ricordo che durante la visita alla Risiera si era fatto spiegare per filo e per segno tutta la storia, era entrato dappertutto e aveva sostato a lungo nel cortile, nel punto dov’era stato costruito e poi distrutto il forno crematorio. Guardava e guardava il segno lasciato sul muro dalla struttura scomparsa. Mi scusi, cara zia, ma ora sono esausto. Questi ricordi mi fanno salire la febbre. Mi scusi.

A Pliska

Caro signor Pliska, riprendo la nostra corrispondenza dopo parecchie settimane. Ho avuto una ricaduta pesante, con alcune emottisi, e Kollwitz mi ha messo all’alga (mi scusi, è un’espressione che forse Lei non conosce, si usava una volta nei manicomi perché i malati più violenti venivano isolati in celle imbottite dove l’unico arredo era uno spesso strato di alghe sul pavimento, che fungeva da materasso, strame e colatoio insieme). Ora sto meglio, mi hanno ridato un minimo di libertà. Ma non è di me che volevo parlarLe, volevo dirLe di mio zio. Forse ho capito perché si è ucciso. Più di un anno fa, in gennaio, gli feci visitare la Risiera di san Sabba, a Trieste. Lei forse sa che questo edificio, un edificio tetro e smisurato, coi muri rossicci di mattoni e le finestre inferriate, questa specie di relitto di una Trieste che non esiste più, fu adibito per circa un anno, dal 1944 al 1945, a luogo di concentramento per gli ebrei, i partigiani, gli zingari, per tutti coloro che erano invisi al regime nazista. Trieste era occupata dai tedeschi e la Risiera fu scelta per radunare i nemici del Reich. Però forse non sa che questo luogo fu anche l’unico campo di sterminio in Italia. Si parla di quattro o cinquemila vittime, uccise e cremate là dentro. Insomma condussi mio zio a visitare la Risiera, lui voleva vedere tutto, di Trieste, voleva conoscere la città dov’era venuto ad abitare, e io lo portavo in giro. La Risiera però non avrei dovuto mostrargliela. Gli fece un’impressione troppo forte. Mi scusi, ma ora mi sento male.

Alla signora Vuericke

Cara zia, riprendo la nostra corrispondenza. Come avrà saputo dall’infermiera Margit, che Le ha spedito un biglietto da parte mia, sono stato molto male e non ho potuto scriverLe per quasi due mesi. Margit è stata molto gentile a informarLa. Sono molto affezionato a Margit. Se non sono ancora crollato in questo luogo di dolore lo devo a lei. Oggi sto decisamente bene, mi hanno portato in veranda e dalla chaise longue vedo i monti con le cime ancora un po’ innevate e qua e là le chiazze nere dei larici. L’aria è fredda e corroborante e il sole splende. Ma non riesco a dimenticare l’espressione dello zio durante la visita alla Risiera. Sembrava immerso in un lago di dolore ghiacciato. Per distrarlo, a un certo punto lo condussi nella sala dove sono appesi i pannelli che illustrano la storia recente di Trieste. Guardavamo certe foto della costiera di Barcola subito dopo la guerra, con la strada sterrata, gli alberelli spogli lungo la riva del mare e quell’insegna “Trieste” così malinconica, così disperatamente solitaria, e sullo sfondo la macchia sfocata della città. E poi altre foto, coi titini che occupavano le strade, la gente che strisciava lungo i muri, e poi i carri armati e i camion degli americani, la bora che sbatteva le bandiere e i cappotti. Lui guardava tutto, ma non diceva niente. Poi uscì di nuovo in cortile e disse, qui dunque c’era il forno. Non osò aggiungere crematorio. Guardò il cielo striato di nuvole grigie in fuga, e disse il fumo, il fumo. E soffiò in aria.

A Pliska

Caro signor Pliska, so bene che Lei mi chiede i particolari della mia vita in sanatorio perché poi li usa per il Suo lavoro. Anche se provo un certo imbarazzo, Le dirò allora che questa notte, finalmente, l’infermiera anziana di cui già Le ho parlato, Margit, si è decisa a farmi l’amore. Lascio a Lei la ricostruzione o l’invenzione dei particolari. Le dirò soltanto che ora più che mai questa donna mi piace, anzi credo di essermi innamorato di lei. Tornando invece al suicidio dello zio, sono sempre più convinto che gli sia stata fatale la visita alla Risiera, anche se non posso credere che prima non sapesse nulla delle atrocità che erano avvenute a Trieste. Qualche tempo dopo, in primavera, durante una passeggiata che facemmo, una delle ultime prima del mio ricovero qui allo Zirmerthal, mi disse: “Questa è una città devastata, è una città che soffre, si porta dentro le cicatrici della sua storia e si nasconde negli angoli, è una città violentata, che piange lacrime di acido dagli occhi della follia, si mangia dolcemente le mani e sorride mostrando i denti insanguinati, e ha il mento e il petto incrostati di ferite e di sangue.” La cosa che più mi colpì, a quel tempo, fu che lo zio volle mettersi in cerca della ditta OMMT, che aveva costruito il forno crematorio su progetto di Erwin Lambert, un “esperto del ramo”, come ripeteva lui. Lo accompagnai in questa ricerca, ma all’indirizzo che ci avevano indicato trovammo una fabbrica di forniture navali. Pare che la OMMT, che vuol dire Officina Meccanica e Metallurgica Triestina, avesse avuto l’incarico di costruire un impianto per l’arrostimento del carbon dolce, impianto che invece fu impiegato come forno crematorio al posto dell’essiccatoio della Risiera, che era stato usato in precedenza per bruciare i cadaveri ma che si era dimostrato poco efficiente.

Alla signora Vuericke

Cara zia, quando arrivammo in Strada Vecchia dell’Istria, al numero indicato trovammo la società anonima Susmel & C., una piccola fabbrica di vele e cordami. Della ditta OMMT, che aveva costruito il forno, non c’era nessuna traccia. Lo zio rimase in piedi davanti alla piccola scrivania del signor Susmel, un uomo basso e massiccio, con un grembiule di saia grigia, che lo guardava senza capire, e che dopo un po’ disse che aveva da fare e ci sospinse verso l’uscita. Quando fummo in strada, nel caldo di luglio, lo zio si mise a respirare forte. Sudava copiosamente e si detergeva il viso e la fronte col fazzoletto di bucato. Si era tolto gli occhiali e continuava ad ansimare e a strofinarsi il viso. Poi disse voglio tornare là. Ma quando fummo in via Ratto della Pileria, davanti a quelle casine basse tutte uguali, con le ringhiere e i terrazzini, sovrastate dalla torre rossiccia della Risiera, disse che non ce la faceva a entrare di nuovo in quel cortile e a vedere sul muro la traccia del forno. Così lo riaccompagnai a casa.

A Pliska

Caro signor Pliska, la ricordo così, la Risiera, come la vidi l’ultima volta che ci accompagnai lo zio, che poi si rifiutò di entrare. Quei muri corrosi, quella torre alta con lo spigolo arrotondato, quelle finestre con gli archi ribassati, un edificio che già a guardarlo incute timore, non so come abbiano potuto lavorare là dentro per tanti anni le operaie della pilatura, quelle donne che proprio per essere donne rappresentavano la vita e la maternità e la fecondità, tutto il contrario di ciò che sarebbe poi diventata la Risiera, il luogo della tortura e della morte, non capisco come quelle ragazze, donne, femmine insomma, abbiano potuto trascorrere in quegli stanzoni tante ore, giorni e anni senza diventare pazze per la natura del luogo, forse invece sono diventate pazze, perché quei muri grondano follia, anche quando la vidi l’ultima volta, tanti anni dopo la fine della guerra, mi parve di vedere la follia stillare dalle fessure tra i mattoni, dalle finestre inferriate, quelle finestre coi davanzali di pietra d’Istria e con gli archi ribassati, come ad arco ribassato sono le porte e i portoni, come ad arco ribassato è in particolare la porta della cosiddetta cella della morte, entrando subito a sinistra, insomma voglio dire che questo aspetto truce e minaccioso della Risiera la predestinava a diventare un luogo di angoscia e di delirio, i campi di sterminio non si possono concepire se non in certi luoghi e paesaggi, non si può immaginare un campo di sterminio in Sicilia o in Romagna o in genere in Italia se non appunto a Trieste, l’unico campo di sterminio che non fosse in terra tedesca o austriaca o polacca era a Trieste, perché in fondo Trieste fa già parte dell’Europa Centrale, anzi dell’Europa Orientale, c’è una contiguità fra Trieste e la Germania, fra Trieste e la Polonia, tra la Russia e Trieste, i pogrom e gli eccidi e le carneficine avvenute in quelle vaste pianure innevate, in quegli inverni tra isbe e villaggi miserabili, in quelle foreste di betulle e di conifere, sarebbero potuti avvenire anche in questa città, che è legata all’Europa Orientale da una robusta corda di follia, da un’eco riverberante di omicidi e di stupri e di mazzate sulla nuca e di camere a gas e di camion col motore acceso rombante nella notte per coprire le urla e l’ansito continuo basso ruggente del forno che andava a tutto vapore, il fumo che si dissolveva acre e pesante nell’aria grigia, vicino alle case addormentate, o forse in veglia atterrita nella notte gelata, tra folate di bora cattiva dagli altipiani del Carso.

Alla signora Vuericke

Cara zia, sempre più ho la sensazione di immedesimarmi nello zio, di rivivere ciò che lui aveva provato durante quella prima visita a san Sabba e poi in seguito, e non soltanto durante il breve periodo della mia ulteriore permanenza a Trieste, ma anche dopo, nei mesi che io trascorsi qui in sanatorio e che lui passò là, a meditare il suicidio, a prepararsi al suicidio e a predisporre tutto in maniera che il suicidio riuscisse nel modo più perfetto, per lui sarebbe stato tragico, credo, anzi sono sicuro che sarebbe stato davvero tragico se il suicidio non gli fosse riuscito al primo colpo. Visitando la Risiera deve aver provato delle sensazioni sconvolgenti, deve aver udito il respiro dei condannati, l’urlo dei prigionieri che venivano gettati ancora vivi nel forno, perché non è detto che un solo colpo di mazza alla nuca basti per uccidere un uomo, lo zio deve aver rivissuto quelle tribolazioni senza nome come io ora le rivivo pensando a lui. Ricordo che osservava tutto con grande attenzione, con intensità quasi spasmodica, le travi annerite, il pavimento sconnesso degli stanzoni, le celle di contenzione, quelle tremende celle di contenzione, quelle diciassette stanzette soffocate dov’erano stipati fino a dodici prigionieri per volta, che dovevano stare in piedi anche per mesi nel lezzo delle feci prima di essere condotti al macello.

A Pliska

Signor Pliska, la Sua curiosità a proposito di Margit e del sanatorio in genere mi sembra eccessiva. Se non sapessi che è uno scrittore, La definirei una persona morbosa, ma certo, come dice Lei, lo scrittore deve conoscere tutto, deve sperimentare tutto, non deve arrestarsi di fronte a niente. No, non le aveva, quella notte Margit non le aveva. Ma di lei non voglio dirLe altro. Quanto al dottor Kollwitz, è un uomo sui cinquanta, alto e scarno, anzi secco, le gambe lunghissime, porta gli occhiali a stanghetta e sotto il camice, che tiene aperto, è sempre elegantissimo, panciotto e cravatta. Dorme qui, al sanatorio, su una branda nel suo ufficio. Alcuni pazienti mi hanno detto che approfitta delle infermiere più giovani e delle pazienti. Mi hanno anche detto che preferisce le pazienti, che per la febbre sono sempre caldissime. Ma di certo io non so nulla. Solo una volta, dalla veranda, l’ho visto sullo spiazzo dietro lo Zirmerthal con l’amministratrice, la signora Gruber, una donna molto attraente. Lui le parlava insinuante all’orecchio, chinandosi tutto su di lei, come per persuaderla di qualcosa, e lei rideva. Era una bella giornata di marzo, piena di sole, la neve si scioglieva e c’era dappertutto un biancore accecante. Poi si sono fermati, lui ha estratto il portasigarette, ha offerto una sigaretta alla Gruber, ne ha presa una per sé, se l’è accesa e con la sua, che teneva in bocca, ha acceso quella di lei, sicché i loro visi erano vicinissimi, e sono rimasti così per un tempo che mi è parso molto lungo, molto più lungo di quanto occorresse per accendere la sigaretta. Io vedevo tutto attraverso le colonnine della veranda e come me forse altri hanno potuto osservare la scena. Però, a parte questo episodio, non so nulla di sicuro, forse le cose che si dicono di lui sono soltanto chiacchiere. L’unica cosa certa è che di notte, nella sua stanza, Kollwitz ascolta musica. Quasi sempre è Wagner. Tristano e Isotta, Lohengrin, i Maestri Cantori, ma soprattutto l’Anello del Nibelungo. Sta ore e ore ad ascoltare quella melodia infinita e fluente che esce dal suo grammofono e si spande nella solitudine della valle. Tiene il volume molto basso, ma è come se la notte ne fosse riempita, le note pullulano, crepitano come nell’incantesimo del fuoco, galoppano tra cortine di nubi, oppure mormorano e cinguettano nelle foreste, le Valchirie cavalcano contro il cielo tumultuoso, Wotan insegue Brunilde e Sigfrido trapassa il gigante Fafner con la sua invincibile spada. Questa musica mi mette insieme angoscia ed eccitazione, risveglia i miei istinti primordiali, mi fa orrore e mi affascina. Ora basta, spero che quanto Le ho detto soddisfi almeno un po’ la Sua curiosità. Adesso sono stanco, vede, e non sono riuscito a scriverLe nulla dello zio. Sarà per la prossima volta.

Alla signora Vuericke

Cara zia, ha ragione, la Risiera ha subito una metamorfosi, si è tramutata da pileria in ammazzatoio, la loppa ha ceduto al sangue, le operaie sono state rimpiazzate dai carnefici, il lavoro dallo sterminio, le canzoni dai canti di guerra. Ha notato come i canti di guerra si somiglino tutti? Non importa la lingua, è il ritmo che è sempre lo stesso, un ritmo ossessivo, che imita la marcia pesante, una marcia per strade fangose, su ponti sonori, per sentieri furtivi, con gli stivali o con gli scarponi chiodati. C’è in questi canti una fierezza tragica, direi quasi una bellezza che suggerisce pensieri di morte e di rovina. Mi fanno sempre pensare alla musica di Wagner, dalla quale pure sono lontanissimi. Lo sa che di notte Kollwitz ascolta Wagner? Adesso per esempio sta ascoltando l’Oro del Reno, sento gli ottoni salire ad altezze paurose mentre Fafner e Fasolt costruiscono il Walhalla, ma c’è già il presagio della sua fine, per invisibili fili tutto è legato al baratro, alla dissoluzione, all’annientamento. E’ come se gli uomini, in certi momenti della storia, dimenticassero la vita per rincorrere la morte, rinunciassero alla gioia per scegliere le tenebre, per confondersi col demonio, per correre lieti verso l’abisso. Sì, la Risiera si è trasformata, ma io sono convinto che la sua natura era quella dello scannatoio già prima di diventarlo. Non ha fatto altro che seguire la propria vocazione, e le SS questa vocazione l’hanno capita subito. Ci hanno creduto, hanno sentito che era il posto giusto, era l’unico posto, e allora hanno corso il rischio, perché allestire un campo di sterminio dentro la città richiede un bel coraggio, un coraggio che grida vendetta di fronte a Dio e agli uomini. E’ l’unico campo di sterminio che sia mai stato organizzato dentro una città. E quella città era la mia città. E così nel suo costato si è aperta un’altra ferita che butta sangue e maledizioni. Quanto a Curiel, non sapevo che lo zio fosse andato da lui. Dunque aveva tentato di curarsi, forse era spaventato di ciò che si sentiva crescere dentro e voleva porci riparo. Ma evidentemente non c’è riuscito. Le dirò che anch’io, molti anni fa, andavo da Curiel. Per alcuni mesi andai nel suo studio una volta la settimana. Avevo una forte depressione, forse era già la malattia che scavava le sue caverne nella mia anima. Ricordo che, arrivando, una signora anziana, minuta, come spaventata, mi faceva accomodare in un salottino tetro, con le tende tirate e una fioca lampada sempre accesa. C’era un odore di polvere vecchia, di libri. Libri tedeschi, per lo più, ma anche italiani e ungheresi. Se qualche volta ha accompagnato lo zio, anche Lei avrà visto quel salottino.

A Pliska

Non lo so, non so se con l’età le donne diventino più lussuriose oppure se in loro i desideri carnali diminuiscano. E non so neppure se l’infermiera con cui ora faccio l’amore quasi ogni notte si possa considerare un esempio a favore della Sua teoria. Può darsi semplicemente che il lavoro di infermiera, in particolare in questo ambiente, acuisca la sensualità. La tisi è una malattia strana, suggestiva, la febbre che ci consuma fa certo aumentare la tensione erotica, quindi forse le infermiere ne sono contagiate. Può essere. Non so se posso definire Margit una donna lussuriosa, non ho molti termini di paragone. Certo non sono l’unico con cui fa l’amore, me l’ha fatto intendere lei stessa. Non capisco invece come Lei possa sostenere che le donne siano perverse di natura, che siano la quintessenza del male e che siano da temere come il diavolo. Mi pare che queste siano idee assurde, degne di un predicatore del medioevo e non di uno scrittore dei nostri tempi. Non vorrà mica dar ragione agli inquisitori che condannavano al rogo delle povere donne sostenendo che erano streghe, che avevano commercio col diavolo e che nelle notti di luna piena si facevano possedere e poi ballavano il sabba. Il sabba. San Sabba. La Risiera. Tutto mi riporta alla Risiera di san Sabba. Mi scusi, ma oggi non posso più continuare a scriverLe.

Alla signora Vuericke

Signora Vuericke, non può immaginare quanto sia rimasto sconvolto da ciò che mi ha scritto. Non riesco proprio a capire come lo zio per tanti anni non abbia capito, non abbia sospettato. E non so neppure come giudicare il Suo comportamento: Lei forse avrebbe potuto prepararlo pian piano a una rivelazione che per quanto dolorosa sarebbe stata almeno graduale. No so che cosa pensare. D’altra parte, chi sono io per giudicare Lei? Se si è comportata così, avrà certo avuto i Suoi motivi… Però conservare quelle foto è stata una grave imprudenza. Capisco che erano gli unici ricordi di Suo figlio, ma Lei sapeva che prima o poi lo zio le avrebbe scoperte. Se non voleva distruggerle, avrebbe potuto affidarle a qualcuno, a un notaio, o chiuderle in una cassetta di sicurezza. Ma, ripeto, non devo e non voglio giudicare il Suo operato. Però non posso non sospettare che in Lei ci fosse l’inconsapevole desiderio che lo zio scoprisse la verità su vostro figlio, per non dover portare da sola quel fardello. E questa è una colpa gravissima, adesso sono convinto che non è stata la visita alla Risiera a spingerlo al suicidio, ma la scoperta che suo figlio era stato nelle SS. Se così fosse, la Sua responsabilità nei confronti dello zio sarebbe gravissima. Ripensando a tutta la storia provo un senso di nausea intollerabile. La Sua affabilità mi appare adesso sotto una luce diversa, come rivedo sotto una luce del tutto nuova, e molto sinistra, l’unico incontro che ebbi con Suo figlio Paolo a Trieste, durante la guerra. Io ero poco più che un bambino. Ricordo questo signore magro, non alto, con gli occhiali tondi, che parlava sempre sottovoce. Era in borghese, mi aveva portato dei dolcetti. Tedeschi, aveva aggiunto. Erano avvolti in una carta azzurra tutta sfrangiata, bellissima. Era gentile, quasi affettuoso, ma sembrava immerso in un pensiero lontano. Mi aveva fatto una grande impressione e pensi che per molto tempo avevo desiderato, da grande, diventare come lui. Se e quando uscirò da questo sanatorio, non so se vorrò tornare a Trieste. Quello che so per certo è che non vorrò più avere contatti con Lei. Anzi, La prego di non scrivermi più. Certo che è stata di un’abilità da grande attrice! Raccontare per tutti questi anni la storia del figlio ucciso dai partigiani per un errore, per uno scambio di persona… Un’attrice consumata. Povero zio, come si è fatto abbindolare!

A Pliska

Signor Pliska, ho saputo dalla signora Vuericke una verità tremenda, che non potrei mai raccontarLe. Questa verità sconvolge tutte le mie ipotesi sulla morte dello zio. Da quando ho saputo, la mia eccitazione si è moltiplicata, Margit ha il suo bel daffare per soddisfarmi. A volte esigo che venga da me anche durante il giorno, col rischio di farsi sorprendere, ma ormai sono in preda a una lussuria incontenibile. I pensieri di morte che ho dentro prorompono in un’attività erotica sfrenata. Ho il presentimento che tutto ciò mi consumi ancor più della malattia, ma non so resistere. Ieri per esempio stavo giocando a scacchi con uno degli assistenti di Kollwitz, il dottor Meinl, quando sono passate accanto a noi due infermiere, fasciate nei loro grembiuli candidi che facevano risaltare il petto e i fianchi. Ho provato un rimescolamento e un irresistibile bisogno di sfogarmi. Allora ho finto un piccolo malore e ho chiesto a Meinl di accompagnarmi in camera e di far venire Margit, con la quale ho avuto subito un rapporto violento e quasi rabbioso. Lei rideva e mi accarezzava e diceva calma, calma, va bene così? Finché sono caduto esausto su di lei, che si è ricomposta ed è uscita subito per le sue incombenze. Le racconto queste cose per onestà nei Suoi confronti, perché ho l’impressione che diano ragione a Lei, alle Sue farneticazioni malate, all’idea che Lei si è fatta del mondo. Un mondo pieno di sesso e di violenza. Ma io non ci voglio credere, non del tutto. Dev’esserci anche altro.

Alla signora Vuericke

Signora, Le avevo chiesto espressamente di non scrivermi più. Ma visto che l’ha fatto nonostante il mio divieto, e visto quello che mi ha raccontato, e soprattutto visto il documento che mi ha mandato, Le devo dire che sono sempre più confuso. Le ipotesi sulle ragioni che hanno spinto lo zio a uccidersi si agitano nella mia testa con un rombo spaventevole, come un camion che ruggisca nella notte inerpicandosi per una di quelle stradine strette e ripide che da san Sabba vanno su a Servola, verso la Ferriera insonne. L’orrore della Risiera e l’orrore per vostro figlio si mescolano in me come debbono essersi mescolati nello zio. Come poteva lui scacciare il sospetto che anche suo figlio avesse lavorato per lo sterminio? Magari aveva organizzato le spedizioni, i trasferimenti degli ebrei, la costruzione delle camere a gas, forse aveva comandato un campo, ordinato fucilazioni, torture, cremazioni in massa. Un sospetto del genere può schiantare un uomo, spezzarlo, spingerlo alla disperazione. Quanto agli abusi di cui mi parla, non so se crederLe o no, forse Lei vuole solo infangare la memoria dello zio, vuole distruggere in me l’affetto, anzi quasi la venerazione, che nutro per lui. Non posso immaginare che lui Le abbia fatto quelle cose dopo aver appreso di suo figlio. Che cosa avrebbe ottenuto, che cosa avrebbe dimostrato? Ora però mi sento libero di dirglielo. Mentre leggevo la Sua lettera, ero assalito da pensieri osceni, da immagini lascive. E’ ora che sappia che qui nel sanatorio le infermiere sono tutte attraenti, lo sono per il lavoro che fanno e per l’abbigliamento, il contrasto tra la castigatezza del grembiule e la sensualità che esso nasconde diventa straziante. Le ricordo che ha cominciato Lei a parlare di queste cose, quindi non può assolutamente rimproverarmi di farLe dei discorsi sconvenienti, e poi, per quanto mi riguarda, questa è davvero l’ultima volta che Le scrivo. Dicevo dunque delle immagini lascive che mi ha suscitato la Sua lettera. Immaginavo Lei, anzi, non Lei, un’infermiera di qui, che però era Lei, insomma una donna alta e attraente, con i capelli biondocenere raccolti in un nodo pesante che a poco a poco si scioglieva inondandoLe le spalle, poi Lei comincia a passarsi il rossetto sulle labbra turgide, più e più volte, dipingendosi la bocca di rosso, un rosso cupo e vischioso come il sangue, quella bocca nido di baci e di fellazioni, e passa e ripassa il rossetto untuoso sulle labbra, quel lubrico bastoncino in forma di piccolo pene voglioso, e le labbra coperte di uno spesso strato di grasso che si baciano l’una con l’altra, in una sorta di autoerotismo, ecco che cosa immaginavo leggendo la Sua lettera, signora Vuericke, e là sotto si gonfiava la vampa che mi consuma, si concentrava e cresceva il desiderio, il desiderio che provavo per Lei a Trieste, sì, perché non gliel’ho mai detto, ma io La desideravo, La volevo, non so se Lei se ne sia mai accorta, di quel mio muto corteggiamento, di quell’amore ostinato, ardente, silenzioso che Le portavo, e un mio amico dice che le donne più invecchiano più diventano lascive e Lei che ora ha sessant’anni dev’essere di una lussuria di fuoco, e questo pensiero mi spinge a far continuamente l’amore con una delle infermiere, gliene parlai una volta, ricorda? si chiama Margit, ha più o meno la Sua età e ogni notte viene a farmi godere, a farmi impazzire di voluttà, e il delirio che provo in questo momento e che guida la mia mano si mescola con l’odio profondo che ho per Lei e con il desiderio che nonostante tutto ancora provo per Lei. Basta. Le ho detto tutto. Non Le scriverò più. Sono convinto che abbia sofferto e che ancora soffra per Suo figlio, ma questo tormento l’aiuterà a espiare le Sue colpe nei confronti dello zio. E’ notte fonda, nel sanatorio c’è un silenzio interrotto solo dai campanelli lontani e dai passi dei medici, tra poco le infermiere cominceranno i loro giri e i loro amori, da me verrà Margit. Comincia un altro inverno. Ieri è nevicato per la prima volta e dalla finestra grande, senza tende, vedo le montagne che si stagliano bianche contro un cielo sereno, quasi nero nel contrasto. Una notte come tante. Sul comodino, accanto alla Sua lettera, c’è una foto di piazza Unità e del colle di san Giusto, presa dal mare. La conosco a memoria. Sulle Rive si vedono minuscole figurine, uomini e donne che camminano: per ora sono scampati alla morte, per esempio non sono morti nella Risiera. Ma anche loro un giorno morranno. Anche Lei morrà.

A Pliska

Mi rifaccio vivo dopo tanto tempo per dirLe che qualche mese fa ho ricevuto una lettera dalla signora Vuericke. In calce Le allego copia del documento che accompagnava la lettera. Le mie speranze di uscire vivo dal Sanatorio Zirmerthal sono sempre più esigue. Le emottisi sono sempre più frequenti e la febbre non mi abbandona mai. Le visite del professor Kollwitz dànno esiti sempre più incerti se non negativi, tanto che Margit ha quasi smesso di venire da me, spiegandomi che, per ordine del direttore, non posso avere rapporti più di una volta la settimana. Sono lucido, ma estenuato. Mi sto rassegnando alla mia sorte. E’ sera, da poco sono passate le inservienti col pasto. E’ ancora presto, ma oggi Kollwitz ha già messo su un disco. Riconosco il Crepuscolo degli Dèi. Le note vanno nella vastità dei monti, parlando di destini di morte. Quante volte nei campi di sterminio sono andate nell’aria queste note tragiche e grandiose, segno di un cupo delirio. Quante volte, udendo una musica che avevano ascoltato nelle loro quiete dimore agiate, i prigionieri di san Sabba e di Auschwitz si sono sentiti traditi dalla vita, da quanto di più bello avevano amato e goduto. E tremando hanno abbassato occhi che non potevano più piangere. E’ strano che proprio questa sera qualcuno abbia deciso di ascoltare e farmi ascoltare la morte di Sigfrido, la caduta del Walhalla. Sono molto stanco, Le scrivo a fatica, adagiato sui cuscini, Brunilde canta avvolta dalle fiamme…

Calcolo del reddito derivante dallo sfruttamento dei detenuti nei campi di concentramento, effettuato dalle SS

Calcolo del reddito

Tariffa quotidiana di noleggio in media RM 6

Detrazione per vitto RM 0,60

Ammortizzazione vestiario RM 0,10

Durata media di vita 9 mesi = 270 x RM 5,30 = RM 1431

Ricavato dall’utilizzo razionale del cadavere:

1 Oro dentario – 2 Vestiario – 3 Oggetti di valore – 4 Denaro

Detratte le spese di cremazione RM 2

Guadagno netto medio RM 200

Guadagno totale dopo 9 mesi RM 1631

Da aggiungere il ricavato dell’utilizzazione delle ossa e delle ceneri

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