Pinocchio in Love, Pinocchio in Death

Di: Alberto Giovanni Biuso
1 novembre 2010

Immagina di entrare in un salone, accompagnato da ragazzi e ragazze che camminano e suonano una marcetta con i loro strumenti -non soltanto i fiati ma anche gli archi-, abbigliati in tutte le maniere, sorridenti ed evidentemente divertiti. Ti siedi, se riesci a trovare un posto libero, e cominci a sentire un’altra musica: la Canzona XVI di Giovanni Gabrieli, uno dei compositori più suggestivi del Cinquecento. Si prosegue con Puccini (Manon Lescaut), Stravinsky (Pulcinella) e ancora con brani composti dagli stessi musicisti che stai ascoltando, i quali mentre suonano si alzano, ballano, fanno un baccano visivo che però nulla toglie al rigore dell’esecuzione.

Sei davanti al Ricciotti Ensemble, un gruppo di giovani musicisti olandesi ma non solo (ci sono anche degli italiani) che da quarant’anni fa musica nei luoghi più diversi e per le strade, oltre che nelle sale da concerto. Dal 19 al 26 ottobre hanno girato in lungo e in largo la Sicilia, contagiando di entusiasmo chi li ha ascoltati.

Un pausa e poi si riprende nella sala grande del Centro Culturale Zo di Catania. Stavolta i musicisti hanno indossato dei costumi, sono accompagnati da attori e cantanti, su uno schermo appare la narrazione di Pinocchio in Love, un’opera lirica creata per il Ricciotti, con musica di Janssen e libretto di Haverkamp. Vi si narra che Pini, il Pinocchio finalmente umanizzato di Collodi, è ormai vecchio, ha 127 anni, e ama ancora la sua fata. Ma c’è qualcosa che lo turba: vorrebbe diventare ciò che è, tornare alla sua natura, al legno dal quale è emerso, “in the beginning was the wood”. Appaiono un Direttore che frusta i suoi asinelli, dei burattini, Blue la fata turchina. Tutti trasportano un carro con una bara dentro. Il Direttore e la Fata altro non sono che immagini della morte che finalmente viene a prendere anche Pini. In realtà, di Pinocchio ce ne sono tre: il vecchio Pini, il giovane ballerino che somiglia alla sua giovinezza, una sagoma del burattino inquietante e molto espressiva. Tra dialoghi fitti e ben cantati in inglese, tedesco, italiano, Pini rinuncia all’ultima bugia e si affida alla verità della propria finitudine.

Evidentemente, c’è qualcosa nel personaggio inventato da Collodi che attira come una calamita non solo e non tanto i bambini quanto altri artisti, filosofi, robotici. Che cos’è, ad esempio, il film A.I., pensato da Kubrick e dopo la sua morte girato da Spielberg, se non la trasformazione di Pinocchio in un robot-giocattolo che aspira con tutte le sue forze a diventare un umano? E anche i replicanti di Blade Runner, che cosa desiderano e chiedono al loro ingegnere-Geppetto se non di vivere ancora e di esistere da persone? E quindi mentre molta della ricerca sull’Intelligenza Artificiale progetta, sogna, cerca di costruire macchine che possano superare il test di Turing -dispositivi, cioè, indistinguibili dagli umani- le vere macchine aspirano solo e sempre a diventare come noi. Anche così si spiega perché l’androide di Blade Runner «alla fine, mentre si spengono i circuiti, sogna d’essere quella fragile cosa tra le sue mani che è un uomo, e una colomba –quella nuda mortale vita che era già stato il sogno di ogni burattino animato, di ogni bugia di legno della vita; è un cyber che sogna di tornare, dopo averlo avanzato in ogni cosa, all’uomo da cui veniva»1; il sogno si realizza proprio nel momento in cui sembra svanire. Roy diventa umano nell’istante in cui accetta di morire lasciando che la vita prosegua in altri, dimostrando in tal modo di aver appreso l’essenziale, poiché davvero «il corpo e la sua morte restano i più grandi pensatori»2.

Ed è proprio il morire che intride di sé ogni scena e ogni nota di questo lavoro del Ricciotti Ensemble, il cui vero titolo non è Pinocchio in Love bensì Pinocchio in Death, la cui musica è serissima, atonale e appuntita come sono tutte le opere liriche contemporanee, strutturata a metà fra il Kurt Weill dell’Opera da tre soldi e lo Stockhausen di Samstag aus Licht. E così, i ragazzi giocherelloni dell’inizio si sono trasformati in rigorosi esecutori di un’opera non facile all’ascolto. Anche in questo modo dimostrano che non esiste musica alta e bassa, colta o pop; esiste la buona e la cattiva musica, eseguita al meglio o con superficialità. E proprio questo mi sembra il contributo più importante del Ricciotti Ensemble. Se capita dalle vostre parti, non perdetevelo.

Note

1 E. Mazzarella, Vie d’uscita, L’identità umana come programma stazionario metafisico, il melangolo, Genova 2004, p. 8.

2 Ivi, p. 11.

Pinocchio in Love
Un’opera da strada del Ricciotti Ensemble
Musica di Guus Janssen – Libretto di Friso Haverkamp
Con: Roberto Bacchilega (Pini), Antje Lohse (mezzosoprano, Blue), Harm Huson (controtenore, Little Man), Javier Murugarren (ballerino/burattinaio, Pinocchio giovane).
Regia di Miranda Lakerveld
Direttore Gijs Kramers
Centro Culturale Zo – Catania, 21 ottobre 2010

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