Se puoi guardare, osserva

Di: Marta Cristofanini
1 novembre 2010

Cecità. Accecante -nel senso letterale del termine- luminosità che tutto occulta. Luce che nasconde. È un ossimoro che ben condensa la realtà a cui Josè Saramago, nel suo romanzo Cecità, ci pone di fronte. Una nube lattiginosa, denominata come mal bianco dalle ancora valenti autorità mediche, si accende nello sguardo e nella mente di un’ipotetica popolazione destinata a farsi carico della sorte di un’umanità che non potrà più riconoscersi come tale. Obbligata a ricercarsi, ricomponendo a tentoni i brandelli di quelle usanze tipiche del vivere umano, i suoi codici, la sua morale. Un’umanità in cerca di se stessa. E forse destinata a non ritrovarsi.

Subito la mia attenzione è stata attratta dal colore scelto dallo scrittore per delineare il male che ci affligge -pardon- che affligge i suoi personaggi. Bianco. Un colore destinato tradizionalmente all’innocenza, alla limpidezza, diviene il simbolo stesso di una epidemia incurabile e soprattutto inspiegabile. Altri riferimenti artistici mi vengono in mente, legati alla stessa contraddizione: “Rumore bianco” di Don Delillo, anch’egli profetico messaggero di un futuro dove l’uomo, e la sua identità, sembrano non trovare più alcun significato, quindi l’annullamento totale di essi; “Film bianco” di Krzysztof Kieslowski, in cui si può ben osservare la duplice natura di questo impalpabile colore, al tempo stesso candore che tutto appacifica, e nero groviglio (l’inconscio?) di incontrollabili e oscure passioni umane. L’abisso addormentato e profondo celato dalla spuma che accarezza teneramente la riva.

Si tratta indubbiamente di un’affascinante dicotomia, ben sfruttata anche in questo caso dallo scrittore portoghese. È straordinario ma anche spaventoso (un sentimento simile al δεινός greco) rendersi consapevoli di quanto sia fragile e delicato il sistema di relazioni umane. E come basti la perdita di un senso per ripiombare nell’ ”oscurità” di barbarie fino a un momento prima inconcepibili, quando lo scintillante sole bianco era ancora nascosto nell’oscurità delle palpebre. Le prima incrollabili garanzie di sicurezza rappresentate dalla Legge, ora non sono altro che moribondi geroglifici che nulla possono fare per arrestare la dilagante crudeltà della Legge di Natura, dove il più forte comanda. Solo una donna, prescelta dalla sorte, è destinata ad assistere allo sfacelo a cui tutti, uomini o donne che siano, sono condannati. Dove l’organizzazione ragionevole, la solidarietà e i fondamentali principi della dignità umana cedono all’assalto dell’egoismo, della brutalità. Della Paura. E qui giunge inequivocabile il suggerimento dell’onnisciente –ma mai crudele– narratore: che sia proprio la costante paura a rendere storpio il genere umano? Che sia questo sentimento, eppure talmente umano, a condurlo a una cecità inesorabile a cui nessuna tecnologia, nessun fantomatico progresso riuscirà a strapparlo, anzi forse determinandone più di ogni altra cosa la condanna? Forse è proprio la nostra convinzione di vivere in un mondo dove tutto è potenzialmente conoscibile –così apparentemente luminoso– che ci fa sbandare in un buio feroce, senza dimensione né memoria di ciò che siamo. Le ombre più pericolose si annidano nei barbaglii di una nebbia incolore.

Guardo fuori dalla finestra questo azzurro che fiorisce nel vasto cielo autunnale, immaginandomi la mia perplessità dinnanzi a un silenzio incolore che improvviso sbarra le pupille. In un lampo, ciò che c’era, non c’è. È così semplice questo orrore.

Mentre cammino per la strada, osservo le persone, la loro supposta conoscenza di ciò che usiamo chiamare “civiltà”. Ma cosa è, in fondo, questa parola dalla quale ci sentiamo protetti? E come, quando si finisce al di là di essa, in quella terra che razionalmente ci sforziamo di allontanare? Cosa ci impedisce di finirvici? Solo questa nostra supposta civiltà? Solo questi nostri occhi…che fingono di vedere?

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