Un palcoscenico illuminato. Camminando sulla fune di un sogno

Di: Eleonora Carpi
1 novembre 2010

Vuoto.

Lo spazio è vuoto. Un palcoscenico illuminato. Nient’altro.

Gli occhi lo attraversano ma il corpo è paralizzato.

Ricordo il giorno della prima selezione: destinazione Milano, Teatro Scuola Paolo Grassi, in testa un monologo, un dialogo e una poesia. Nei corridoi -mentre attendevo il mio momento- un via vai di provinanti: c’era chi stava seduto per terra e fra sé e sé ripeteva la parte, chi per distrarsi ascoltava l’i-pod e chi camminava avanti e indietro in preda all’ansia. Provavo a immaginare le storie di questi “chi”, cosa li aveva portati sulla strada della recitazione, cosa li aveva spinti a tentare. Dietro ad alcuni occhi riconoscevo le mie stesse paure, il senso di smarrimento e il brivido di incertezza. Osservandoli ripensavo al mio percorso: tentavo di elencare le ragioni per cui io mi trovassi lì in quel momento.

Poi è arrivato il mio turno. Sono entrata nell’aula del provino, di fronte a me la commissione composta da quattro docenti della scuola. “Cosa ci propone di bello?” “Come monologo ho scelto quello di Marion da ‘La morte di Danton’ di Buchner, come dialogo una scena tratta da ‘Le smanie per la villeggiatura’ di Goldoni, e come poesia ‘Una vita all’istante’ della Szymborska.” “Bene, cominci pure dal pezzo che preferisce.”

Mi avvicino allo spazio scenico e scorgo altri ragazzi -come me- smarriti.

Non ci credo ancora ma ce l’ho fatta: ho passato la prima selezione. Sono di nuovo a Milano e dovrò lavorare con gli insegnanti della Paolo Grassi per cinque giorni.

Sento delle note di pianoforte: l’insegnante di espressione corporea ha fatto partire un brano di musica classica. Il palcoscenico si riempie di corpi che camminano silenziosi. Ogni passo è un tuffo nel vuoto. Siamo come funamboli la cui arte consiste nello sfidare la gravità. Camminiamo sulla fune del nostro sogno e dobbiamo dimostrare a chi ci guarda quanto siamo pronti a rischiare pur di rimanere sospesi.

Mi ripeto che la prima cosa che devo fare è credere in me: credere di poter essere un’attrice o di esserlo già in potenza.

Il ritmo della musica s’impadronisce dei movimenti. Siamo corpi che danzano una danza delle emozioni. È la mia pancia a raccontare una storia.

«La tua presenza, il tuo stare sulla scena, è sempre qualcosa che ha a che fare con lo stomaco e con il sensibilissimo centro del tuo corpo. Raggiungi quel punto di equilibrio che equivale a esercitarti con la sbarra nella danza classica»1.

Con gli occhi catturo ciò che mi circonda. Ognuno di noi danza nel suo spazio: solo, anche se in mezzo a tanti.

Poi le storie iniziano a intrecciarsi: il mio sguardo incrocia quello di altri, i movimenti seguono direzioni comuni, nascono istantanee coreografie. I corpi si specchiano a ogni incontro e la danza diventa un passaparola, un donarsi rituale.

«È importante il tema della ritualità, il tema del teatro che procede alla ricerca di zone ancestrali. Impari da qualcuno un passo, un modo di affrontare una certa dimensione o di entrarvi dentro. Bisogna avere la forza e la tenacia di tenere saldo il rito del teatro, perché il teatro, per sua natura, esige una ritualità, e al tempo stesso consente di entrare dentro le cose e porta a non perdere il contatto con la vita e con la gente»2.

Può davvero esistere il dualismo anima-corpo?

Mentre sono sul palcoscenico ho più che mai la sensazione che noi siamo corpo. Anche le mie dita dei piedi sono emozionate. Muovendomi acquisisco maggiore consapevolezza di ogni angolo di me. Ogni estremità del corpo aderisce a questo slancio: alla volontà di esprimersi partendo dal proprio baricentro.

La musica si interrompe. Dopo esserci riscaldati fisicamente ci viene chiesto di interpretare, improvvisando, delle battute già imparate a memoria da Il gabbiano di Cechov.

Recitare mi fa sentire viva.

Quando si recita in fondo si raccontano delle vite partendo dalla propria. Permette di reinventarsi, di tramutare in forza la propria fragilità e di conoscersi sempre più a fondo stando a stretto contatto con il proprio bagaglio emotivo.

Ciò che più mi affascina e al contempo mi spaventa è l’immediatezza del teatro. Proprio come nella vita a teatro tutto ciò che accade è così per quell’unico momento, quell’unica volta. Immediato e irripetibile. Questo provoca il fremito e l’adrenalina prima di entrare in scena. L’idea che se anche facessi parte dello stesso spettacolo per un lungo periodo ogni sera sarebbe diverso: cambierebbe il pubblico, gli attori modificherebbero di volta in volta il loro modo di recitare, ci sarebbe sempre un nuovo scambio di emozioni.

Il teatro vive dell’istante e delle vite di chi ne fa parte.

«Sto sulla scena e vedo quanto è solida.

Mi colpisce la precisione di ogni attrezzo

Il girevole è già in funzione da tempo.

Anche le nebulose più lontane sono state accese.

Oh, non ho dubbi che questa sia la prima.

E qualunque cosa io faccia,

si muterà per sempre in ciò che ho fatto»3.

Note

1 L. Bentivoglio, Pippo Delbono. Corpi senza menzogna, Barbès Editore, Firenze 2009, p. 21

2 Ivi, p. 85

3 W. Szymborska, Una vita all’istante, in La gioia di scrivere, Adelphi edizioni, Milano 2009, p. 399

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