Vivere o morire

Di: Davide Miccione
1 novembre 2010

Da millenni il dialogo come genere filosofico accompagna lo sviluppo del pensiero umano. Esso sembra a volte  proporsi come mera digressione: un modo per farsi meglio capire fuori dai tecnicismi della filosofia, una prova  delle proprie capacità letterarie poco valorizzate dalla freddezza del “trattato”, un omaggio alla sua platonica  storia; altre volte, con motivazioni teoreticamente più congrue, sembra lo si possa pensare come il risultato di  una linea diversa della filosofia, un pensare alternativo (così, ad esempio, sembra a volte adombrare in alcuni  luoghi della sua riflessione Maria Zambrano), un tentativo di compensazione, di riequilibrio, la ricerca di un  filosofare meno rigido e più prospettico, meno in prima battuta universale e più “situazionato”.

Certo, questo sguardo ancipite sulla questione contiene già in sé delle assunzioni di non poco conto. Fa infatti supporre che la forma letteraria non sia solo un involucro che avvolge l’intoccato contenuto concettuale, cioè che il dialogo non sia semplicemente un trattato mascherato da dialogo dove una Verità recita il suo finto mettersi in giuoco per poi risultare immancabilmente vincitrice (come l’eroe seriale dei fumetti e dei telefilm) mentre l’errore si incarna in uno o più personaggi per essere meglio (più esemplarmente) sconfitto e per più gloria dare, con la sua sconfitta, alla “Verità-eroe”. Esso dovrebbe invece servire il pensiero in modo diverso da come potrebbe farlo il saggio o il trattato e il nostro sguardo, ora più sospettoso, potrebbe persino diffidare di dialoghi ufficialmente iscritti al genere: penso, un caso per tutti, alla debolezza dei “cattivi” aristotelici nel dialogo galileiano.

Un vero dialogo sembra invece questo strano e coraggioso libro di Luca Grecchi, Vivere o morire. Dialogo sul senso dell’esistenza tra Platone e Nietzsche, che non contento di misurarsi già con questo impervio genere filosofico, alza “l’asticella” della atipicità e della difficoltà scegliendo come personaggi due pensatori (e dunque, data la precipuità del dialogo filosofico, anche due uomini) come Platone e Nietzsche. Qui la difficoltà tipica del genere si sposa a ben altri ostacoli: innanzitutto come far discutere due uomini così lontani tra loro come periodo storico, far discutere non due maschere ma due individui davvero vissuti e di cui, pur considerando il velo del tempo, abbiamo notizie tali da non poterci permettere di reinventarli liberamente e totalmente. Si pone il problema di decidere in che misura separarsi dalle fonti che su di essi possediamo, che nel caso di Nietzsche sono congrue e spesso complicate dalle numerose e dettagliate ricostruzioni biografiche e dalle spesso divaricate opinioni mediche, psichiatriche, filosofiche, esistenziali sul senso e sulla genesi della sua follia.

All’autore di un simile dialogo si ripropone e si raddoppia una questione simile a quella, enorme e inevitabile per chi si avvicini a studiare Platone, di determinare quanto il Socrate dei dialoghi somigli a chi ne ha materialmente vergato le battute. Ma si ripropone in forma diversa, perché diversa ha da essere la risposta: non pensosa e dubitativa, sfumata e condizionale, come può essere costruita in una monografia accademica, ma immediata e tranchant. Grecchi deve scegliere chi sia il suo Platone e il suo Nietzsche, velocemente ed una volta per tutte, perché deve disegnarli nel suo dialogo, deve farli agire e interagire.

Quanto a questo, Grecchi sembra procedere con mano sicura: il suo Nietzsche e il suo Platone sono costruiti con piena consapevolezza della loro storia e delle loro reciproche differenze. Nella pagina si stagliano inconfondibili, facendone risaltare i lineamenti e senza trasformarli in stereotipi o tipi umani e senza schiacciarli sulle fonti (il gusto “apocrifo” anzi contagia Grecchi che fa raccontare a Platone persino “inediti” aneddoti romantici). Viene salvata, insomma, quella mobilità che l’arte dona ai personaggi, quella convinzione che faceva dire a Unamuno che il Chisciotte aveva un grado di consisåtenza ontologica, di realtà, nettamente superiore a quella di un uomo in carne ed ossa. Il Platone e il Nietzsche di Grecchi non sono figurette di carta, non sono schemi a confronto e ciò nonostante l’antiteticità delle loro vite e delle loro posizioni (l’eremita da una parte il caposcuola dall’altro, la conciliante sintetica mente di Platone contrapposta alla rabbiosa iconoclastia di Nietzsche) avrebbe in tal senso potuto legittimamente tentare.

I due pensatori si incontrano grazie alla mallevadoria del Tempo che, come argutamente nel dialogo ci dice Platone, essendo «stato compreso solo dai filosofi, è particolarmente amante della filosofia» (p. 19) e che si pone il compito nell’introduzione di presentarci i personaggi. Guardando come Vivere o morire superi la “prova dell’arte”, fa specie che Grecchi cada invece in una enorme ingenuità o indecisione o forse, più verosimilmente, in una mancanza di fede in se stesso e nella sua scrittura. Lo fa nel momento (ed è un momento spesso ritornante in questo libro) in cui non lascia fondere la sua indubbia cultura storico-filosofica al calore delle ragioni dell’opera stessa. Grecchi non ha cuore di abbandonare del tutto l’erudizione fuori dalla porta e affidarsi alla propria sensibilità teoretica, spirituale e poetica. Dove lo fa, la pagina vola, affascina, riesce a mostrare il movimento delle idee e dei caratteri, lo scontro dei pensieri e della personalità; dove non lo fa, la pagina cade, la finzione letteraria non regge, il lettore si trova a disagio.

Cosa intendiamo in concreto sostenendo che questo dialogo sia zavorrato dall’erudizione del suo autore? Grecchi decide di far incontrare i suoi personaggi in un laico e atemporale aldilà, ma il Nietzsche e il Platone in questione, atemporali non lo sono affatto. Esplicitamente Grecchi ci dice (fa dire al Tempo, ipostatizzato arbitro metafisico dell’incontro o ai due personaggi stessi) che in questo aldilà i filosofi continuano a studiare: Platone dunque ha letto Nietzsche e tutti i filosofi che la storia ha messo al mondo dopo di lui. Già questo fa perdere al dialogo la fonte sorgiva della sorpresa e del conoscersi reciproco. Ma la situazione precipita quando ci si accorge che Platone ha letto, inoltre, gli studi sulla propria opera e sull’opera di Nietzsche, e si muove a suo agio intorno alle fonti secondarie, alle monografie, alle interpretazioni di scuola, ai compendi e agli studi anche di medio livello. Udiamo Platone parlare al malcapitato Nietzsche in tal guisa dell’eterno ritorno: «fra i tuoi interpreti concordo con Karl Löwith (e non con Emanuele Severino) […] Aveva probabilmente ragione un altro tuo interprete, Sossio Giametta, ad affermare…» (p. 56). Al lettore non resta che chiedersi se per caso il Sommo ateniese nell’aldilà non stia preparando un concorso a cattedra, e pensare che l’aldilà debba comunque essere ben noioso per averlo costretto a questo tour de force. L’effetto non è solo dottrinale, contenutistico, ma anche linguistico. Si vede passare Platone da una lingua convenientemente aulica e controllata all’utilizzo di espressioni come «coordinate onto-assiologiche”. Platone, dunque, paradossalmente conosce la storia della sua ricezione e la storia del pensiero post-platonico, ma è pur sempre Platone, anzi il verissimo Platone. È nel tempo e nella storia ma è rimasto identico a se stesso.

Eppure questo “errore di progettazione” di Grecchi (che in fondo sarebbe emendabile con un paio di metaforiche forbici e qualche ora a disposizione) non riesce ad avere la meglio sulla sua stessa abilità e il dialogo regge, emoziona, prende il lettore. Il Nietzsche incalzante di Grecchi (per cui, lo confessiamo, abbiamo fatto il tifo) fa risaltare la ricerca platonica di un equilibrio. E se il primo cerca di inchiodarlo a suoi stessi pregiudizi antiplatonici: «mi pare che, con tutte queste premesse e questi distinguo, tu fugga dal terreno di confronto che ti propongo, che altro non è poi che il terreno della vita, con le sue sofferenze» (p. 23), il Platone di Grecchi sembra in grado di smarcarsi dal ruolo di ottuso negatore della dimensione tragica della vita in cui pretende di confinarlo Nietzsche. Di costui, i suoi attacchi furiosi a Platone, pieni di dolore e inquieta ricerca, sono tra le cose migliori del libro: «tu hai scritto quello che hai scritto solo in quanto nella tua esistenza hai avuto una paura fottuta della vita e della morte. Il tuo sistema filosofico altro non è che una palafitta costruita sulle acque scure dell’abisso» (p. 39).

La giusta misura di questo dialogo si nota anche nel rapporto con l’approfondimento dei temi e nella scelta dei medesimi. Innanzitutto il rapporto con la vita e il giudizio su di essa, e poi l’amore, la politica, la metafisica. In alcuni di questi argomenti e dei sottoargomenti che ovviamente in essi sono compresi, il dialogo è efficace proprio perché non lo è, cioè perché non mette in scena né conversioni né vittorie dialettiche (anche se l’autore mi sembra faccia trapelare una netta simpatia per la figura e il sistema di Platone). Esso mostra più che altro l’impossibilità di intendersi veramente dei due pensatori. Pure, è nell’ultima giornata delle cinque in cui è diviso il dialogo, segnatamente dedicato alle differenze tra i due, che viene a celebrarsi quella vicinanza, ulteriore rispetto a ogni contenuto filosofico, che solo può realizzarsi tra chi ha dedicato la propria esistenza al pensiero, e che mi sembra meglio caratterizzi anche la personalità di Luca Grecchi, palesemente posseduto dallo stesso demone.

Luca Grecchi
Vivere o morire. Dialogo sul senso dell’esistenza tra Platone e Nietzsche
Di Girolamo, Trapani 2008
Pagine 170

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