Della dissimulazione necessaria

Di: Alberto Giovanni Biuso
3 dicembre 2010

«Interesse, clientela, opportunismo». Anche di questo sono fatte le relazioni sociali. Alceste pensa però che esse siano costituite soltanto da questo. E, peggio, siano intessute di fatuità, ipocrisia, menzogna, vuoto, nulla. Una perfetta vocazione alla solitudine, quindi. No, invece. Perché ad Alceste capita ciò che agli umani è facile che accada: si innamora. E non di Eliante, discreta e a sua volta innamorata di lui, ma di Célimène, che è un poco civetta e soprattutto gode moltissimo nello stare con gli altri, nel farsi corteggiare, nel tenere salotto parlando male degli assenti e bene dei presenti. Questa donna è il paradigma, insomma, di ciò che Alceste più detesta. E poiché -come afferma uno dei personaggi- «l’amore sfavilla nel non aver pietà», la tensione tra i due cresce progressivamente sino alla rottura.

Sagge ma inutili le parole con le quali l’amico Filinto cerca di far comprendere ad Alceste che uno dei segreti dello stare al mondo è «l’elasticità», che non vuol dire per nulla fatuità, ipocrisia, menzogna ma è parte della necessaria misericordia che gli umani reciprocamente si debbono, pena lo scannarsi a ogni anche piccola occasione. I limiti di Alceste consistono nell’essere “tutto d’un pezzo”, mentre la vita è molteplice; di voler sottoporre ogni moto interiore al “tribunale della ragione”, mentre la ragione è uno strumento della vita e non il suo fine; di pretendere una trasparenza assoluta -quasi già roussoviana-, mentre l’opacità è spesso la condizione per poter ancora sopportare la visione delle cose e degli eventi umani.

Un misantropo, soprattutto, ignora che ogni Dasein, l’esserci del singolo, ogni raggrumarsi della specie in un individuo separato, diventa una sterile astrazione se pretende di porsi al di fuori del Mitsein, del con-essere che ci costituisce, della miriade di relazioni le quali formano il tessuto vivente, doloroso ed esaltante dell’esistenza. La prestazione reciproca ci fornisce competenze e prodotti che nessuno può in solitudine offrire a se stesso. Il baratto delle abilità, degli oggetti e della più preziosa mercanzia -il proprio tempo- costituisce il mercato universale nel quale ogni giorno gli umani conducono la pacifica guerra del valore. Meriti, qualità, abilità e talenti -uniti al fondamentale ingrediente che è la forza di imporli- creano giorno dopo giorno le gerarchie professionali, sentimentali, politiche. In ciascuno di questi ambiti l’obiettivo è sempre il possesso. Gli amici si hanno poiché chiamiamo così chi è sùbito pronto a venire incontro a qualche nostra esigenza, fosse soltanto quella di non stare soli. La soddisfazione dello stare insieme, utilizzandosi a vicenda, raggiunge il suo culmine nell’amore. La complessità di questo sentimento non può nascondere la sua scaturigine fondamentale: detenere il monopolio nell’uso di un essere umano. È certo possibile, come fa Descartes, distinguere fra amore di benevolenza e amore di concupiscenza ma la loro fonte comune è il desiderio, senza il quale nessun affetto, nessuna passione può nascere.

Un’integrale, sincera, totale comunicazione fra gli umani -come è quella pretesa da Alceste- è di fatto impossibile. Dagli altri umani traiamo la gioia di uno specchio che riflette l’immagine che più amiamo: noi stessi. Ben presto però tale sensazione si trasforma nel disgusto della caricatura che sempre gli altri rappresentano rispetto all’originale che ciascuno di noi crede d’essere. Uno degli elementi più profondi di questa messa in scena del Misantropo è proprio lo specchio. Maurizio Balò ha infatti ideato un luogo semplicissimo ma geniale, riempiendo le tre pareti della scena di una miriade di specchi tutti uguali e ai quali non c’è scampo. Ciascuno dei personaggi è continuamente riflesso da questi specchi; da essi viene moltiplicato, dissezionato, frammentato e coniugato a tutti gli altri e allo spazio stesso nel quale gli eventi accadono. Neppure Alceste, quindi, può rimanere l’integra persona che vorrebbe essere. È la vita stessa, nell’incoglibile trama delle sue sfumature, a renderci uno, nessuno e centomila.

A questa ricchezza del testo, Massimo Castri e i suoi attori offrono un profondo rispetto, restituendo dei personaggi non monocordi, che sanno coniugare frivolezza e drammaticità, desiderio e rassegnazione, orgoglio e sconfitta. Intensa e vibrante è la rabbia dell’Alceste di Massimo Popolizio, al quale fanno da necessario controcanto la misura, il disincanto e insieme la sincera passione di Filinto (un davvero ottimo Graziano Piazza).

Torquato Accetto (1590-1640), quasi contemporaneo di Moliére (1622-1673), scrisse un breve trattato dal titolo Della dissimulazione onesta. In esso l’autore afferma che simulazione e dissimulazione sono due comportamenti ben diversi. Con la prima si fa apparire ciò che non c’è, con la seconda si nasconde ciò che c’è. Accetto sostiene che solo il simulare coincide con il mentire, mentre la dissimulazione è una delle condizioni stesse della relazionalità interumana. Se tutti dicessimo sempre e comunque che cosa davvero pensiamo degli altri, l’esistenza diverrebbe impossibile. La dissimulazione è necessaria.

Il Misantropo
(Le Misanthrope ou l’Atrabilaire amoureux, 1666)
di Molière
traduzione di Cesare Garboli
con Massimo Popolizio (Alceste), Graziano Piazza (Filinto), Federica Castellini (Célimène),
produzione Teatro di Roma
scene e costumi Maurizio Balò
regia di Massimo Castri
Piccolo Teatro Strehler – Milano
Sino al 12 dicembre 2010

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