I migliori anni della nostra vita

Di: Filippo Pastorino
3 dicembre 2010

È una calda domenica di ottobre, il sole scalda la mia schiena e la roccia è piacevolmente tiepida nella palestra di arrampicata di Punta Manara. Seduti su un masso a sorseggiare tè troppo caldo, io Giovanni e Andrea vogliamo goderci un momento di tranquillità prima di legarci e cominciare a scalare. Giovanni non tarda a rivolgermi la solita domanda che mi pone ogni volta che ci incontriamo: “Dove sei di Filosofia?”

“Kant.”

“Ah, mi piaceva al liceo Immanuel, è in parte colpa sua se ho fatto certe scelte. Beh, del resto non può non piacerti Kant quando hai diciotto anni, è un fico.”

Giovanni ha 28 anni, è laureato in Filosofia e alla mia età sognava di fare il professore al liceo. Ora vive di espedienti (alcuni dei quali abbastanza redditizi) e di supplenze brevi e occasionali (un hobby che non gli porta via molto tempo). Qualche mese fa ha partecipato al concorso per il dottorato, e per l’ennesima volta ha fallito. A passare invece è stato un venticinquenne, amasio, come dice lui, di uno dei più importanti baroni dell’università italiana. Giovanni cerca di non pensarci e arrampica forte, sperando che il dolore alle mani possa distrarlo dal senso di vuoto della sua quotidianità fatta di ripetizioni a ragazzini svogliati, tesi di maturità su commissione, annunci sul giornale e tanti, tanti colloqui che finiscono con il solito frustrante “Le faremo sapere”. Mi parla di Platone, di come Nietzsche fosse stato anche una sorta di alpinista, mi cita la Gaia Scienza. Rimane assorto un attimo, poi si riscuote, si sparge il magnesio sulle mani e comincia a salire sulla parete liscia e verticale. Lancio uno sguardo interrogativo ad Andrea, lui mi spiega che non l’hanno ancora pagato per aver montato gli stand della Festa dell’Unità, e così ha lasciato la stanza che aveva in affitto. Ora vive dai suoi genitori, e la cosa alla sua età gli pesa molto. Poi arriva la seconda domanda, quella che temo di più, quella dalla quale cerco di fuggire ogni giorno: “hai scelto cosa fare l’anno prossimo?”

È arrivata anche per me quell’età, ho passato tanti anni a dirmi che c’era del tempo ma ora non ho più scappatoie: i condomini non sorridono più consenzienti quando in ascensore evado i loro inutili interrogatori sul mio futuro dicendo che non ho ancora deciso a che facoltà iscrivermi perché ho tempo. Non posso più, ora sono all’ultimo anno del liceo e devo scegliere. Ne parlo con molti, per accertarmi che non sono l’unico a essere tremendamente pessimista. Con il mio compagno di banco, il discorso è sempre lo stesso: Legge? Non sono mica Kakfa. Ingegneria? Non sono bravo in matematica. Facoltà scientifiche? No, non mi piacciono. Facoltà umanistiche? Magari. Eccomi nelle fila degli ostinatamente indecisi, quei diciottenni che interrogano disperatamente gli studenti di Lettere al salone dello studente sperando di sentirsi dire che è facile trovare lavoro bene e subito studiando ciò che si ama, che non è vero che il destino di chi dedica la sua vita alla cultura sta nei call center. Sono di quelli che non hanno il coraggio di buttarsi in una facoltà che dà poche garanzie in nome della letteratura, troppe volte ho visto le migliori menti della mia generazione farsi sorpassare dagli amici dei rettori, i figli degli esaminatori, i nipoti dei professori. Ne parlo con un compagno di scuola che mi dice che ha scelto di studiare economia invece che lettere antiche, ne parlo alla nausea e poi non ne voglio più sentir parlare. Basta pensarci, mi butto sulle pareti di roccia con la rabbia di chi è privato della sua aspirazione, mia zia mi chiede cosa farò l’anno prossimo e io rispondo: “L’alpinista.” Non ci voglio pensare, non è un bell’argomento.

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