Mente, evoluzionismo e altri disordini

Di: Alberto Giovanni Biuso
3 dicembre 2010

MicroMega è una Rivista militante tra le migliori che si pubblichino in Italia. Questa militanza, tuttavia, rischia di emergere anche in contesti che dovrebbero risultare invece più freddi, come quello delle scienze. È il caso di alcuni contributi e tesi presenti in questo numero, anche se per fortuna il tono complessivo rimane argomentato e critico.

Partiamo comunque dai limiti o dai veri e propri errori che vengono sostenuti sia sul tema della mente sia in generale sulla scienza. Emerge in diverse pagine, e soprattutto nel testo di Peter Atkins, uno scientismo addirittura di marca ottocentesca, convinto della -comunque ammessa da parte dello studioso- «indimostrata credenza che la scienza possa illuminare tutte le grandi questioni dell’essere», a partire dalla «sua onnipotenza e competenza universale» (p. 14). A simili affermazioni fa da contrappunto la consapevolezza da parte di Gianmarco Veruggio «del fatto che non tutto ciò che non è razionale è irrazionale e che la scienza odierna non è in grado di abbracciare tutti gli aspetti dell’essenza umana» (p. 126). Un’altra tesi discutibile è quella di Giorgio Tarditi Spagnoli sulla politica come “predatrice” della scienza, quando invece moltissima scienza -e cioè in concreto gli istituti di ricerca- si pone spesso volontariamente al servizio civile e militare dei poteri politici. Eugenie C. Scott arriva poi a sostenere esplicitamente la necessità di limitare la libertà di insegnamento quando essa mette in discussione teorie come l’evoluzionismo. Nell’ambito più specifico delle scienze cognitive emergono qua e là paradossali tracce di dualismo e soprattutto una concezione computazionalista della mente, per fortuna poi criticata nella più parte dei contributi al volume. Edoardo Boncinelli ad esempio conclude un testo comunque molto interessante e brillante con l’ipotesi chiaramente ormai insostenibile del trasferimento dell’io da un corpo a un altro mediante la compressione dell’io stesso «in un supporto materiale, come ad esempio un dischetto o una fialetta» (p. 205). Ipotesi smentita dallo stesso Boncinelli che illustra la natura incorporata della mente e la sua enorme complessità, irriducibile a qualunque riduzionismo computazionale o di altro genere.

Il cervello, infatti, è composto da circa 100 miliardi di neuroni, i quali si toccano tra di loro mediante 10.000 sinapsi per cellula, che fanno un totale di 1 milione di miliardi. Neuroni e sinapsi costituiscono il 2% del peso del corpo umano ma consumano il 20% dell’energia di cui esso ha bisogno. La mente è anche l’immenso e costante dialogo che intercorre tra i neuroni, ma essa è soprattutto la convergenza tra il patrimonio genetico, l’intera corporeità e l’ambiente esistenziale e sociale nel quale la mente stessa vive il tempo. Andy Clark e David Chalmers -in un importante saggio uscito per la prima volta nel 1998- propongono «un esternalismo attivo, basato su un ruolo attivo dell’ambiente nel guidare i processi cognitivi», i quali sono fatti anche degli strumenti che la nostra specie utilizza sin dal suo apparire, e cioè «dalle sue interazioni con gli artefatti materiali e simbolici» (p. 161). Se «le cellule in sé non significano nulla: il cervello e la mente sono fatti di dialogo, di un colloquio fitto fitto tra le cellule» (Boncinelli, p. 193), neppure questo dialogo in sé significa qualcosa se separato da ciò che Heidegger chiama Mit-sein e In-der-Welt-sein e che Clark e Chalmers così spiegano:

le convinzioni di una persona potrebbero essere incorporate nella sua segretaria, nel suo commercialista, oppure in un suo collaboratore. In ognuno di questi casi, il carico maggiore dell’associazione tra gli agenti grava sul linguaggio. Senza il linguaggio, avremmo a che fare con qualcosa di molto simile alla mente cartesiana “interna” e separata, in cui la cognizione superiore poggia in larga misura su risorse interne. L’avvento del linguaggio ci ha invece consentito di spargere questo peso nel mondo. Il linguaggio, così inteso, non è uno specchio dei nostri stati interiori ma un loro completamento. Ha la funzione di uno strumento il cui ruolo è estendere la cognizione in modi che la strumentazione di bordo non ha. Perciò, può essere che l’esplosione intellettuale avvenuta in recenti epoche evolutive sia dovuta tanto a questa estensione cognitiva permessa dal linguaggio, quanto a un qualsiasi sviluppo indipendente delle nostre risorse cognitive interne. (p. 174)

In ogni caso, una volta usurpata l’egemonia di pelle e cranio, potremmo essere in grado di vedere noi stessi con maggiore veridicità come creature del mondo. (p. 175)

Il linguaggio è un altro degli “esistenziali” di Heidegger, qualcosa cioè che costituisce l’esserci umano in modo determinante e le cui strutture sono innate, come sostiene Chomsky e ribadisce Boncinelli, il quale ricorda un esperimento davvero assai significativo: a dei neonati «sono stati fatti ascoltare dei rumori e delle parole: i rumori andavano in tutte le aree del cervello, le parole andavano dritte alle aree del linguaggio [...] Bene: una frase ripetuta al contrario non va all’area del linguaggio, perché non è linguaggio, ha tutte le caratteristiche del linguaggio ma non è linguaggio. E questo filtro siamo in grado di attivarlo appena nati» (p. 184). C’è di più, persino i grafemi e le lettere dei diversi alfabeti sembrano radicarsi in delle costanti biologiche: «senza negare la loro origine storica, le nostre lettere dovrebbero in parte la loro forma all’esistenza di configurazioni universali che la corteccia visiva di tutti i primati riconosce facilmente» (Stanislas Dehaene, pp. 151-152). L’importanza del linguaggio e dei segni è confermata anche dall’«insospettabile profondità di impatto della lettura sull’organizzazione cerebrale [...]. Imparare a leggere aumenta le nostre facoltà, aggiungendo una rappresentazione ortografica alle rappresentazioni già esistenti del linguaggio parlato» (Id., pp. 156-158).

Genetica e cultura contribuiscono insieme e inseparabilmente a produrre i processi mentali dell’Homo sapiens sapiens. Non si dà neppure la dualità troppo spesso enfatizzata tra emisfero destro ed emisfero sinistro del cervello:

È certamente vero che i due emisferi cerebrali elaborano informazioni diverse. È vero che lesioni all’uno o all’altro emisfero producono effetti e danni diversi. Ma non c’è alcuna ragione di credere che diversi individui siano dominati dalle funzioni di un emisfero piuttosto che dell’altro, e che da questo sbilanciamento derivi il loro modo di comportarsi. Il nostro cervello lavora in concerto, per permetterci una vita ricca di immaginazione e creatività, lo capiamo usando la logica e la creatività di cui siamo dotati. [...] Dicotomizzare aiuta a semplificare, a classificare, ma raramente a capire, e certamente non riesce a descrivere la meravigliosa complessità della nostra mente e dei nostri comportamenti. (Sergio Della Sala, p. 44).

L’intera cultura umana è un fenomeno unitario e insieme molteplice, che ha le sue radici collettive in almeno quattro elementi: «la capacità di apprendere socialmente, quella di incorporare stabilmente un comportamento appreso da altri, la capacità di acquisire una certa quantità di comportamenti socialmente appresi e quella di migliorarli per accumulo di conoscenze» (Klaus Zuberbühler, p. 67).

Un tema affrontato in molti contributi è l’evoluzionismo. Possiamo infatti leggere la prima traduzione italiana di alcune delle lettere scambiate da Darwin con Alfred Wallace e con altri interlocutori a proposito dell’estensione all’uomo dei risultati raggiunti ne L’origine delle specie. Viene poi analizzato il Life Detector, l’importantissimo meccanismo che permette agli animali di distinguere altri soggetti animati rispetto agli oggetti inanimati dell’ambiente circostante. Una capacità che ha a che fare con molte questioni, compreso il rapporto tra percezione e causalità, che smentisce le tesi associazionistiche di Hume, a favore invece di quelle di Albert Michotte, il quale sostiene che «l’impressione di causalità non è il risultato di un processo di apprendimento associativo (il fatto di vedere ripetutamente che un evento precede con regolarità un altro evento), ma è piuttosto un dato primitivo della mente, che viene colto spontaneamente nella nostra percezione [...]. L’impressione di causalità non dipende dall’esperienza o dall’apprendimento, ma dalle sole variabili spazio-temporali che governano la cinematica dell’evento» (Vallortigara, p. 97). Sono inoltre interessanti le argomentazioni contro il teleologismo, sia in Darwin -«non riesco a considerare l’Universo come il risultato del caso cieco, e d’altra parte, nei dettagli, non riesco nemmeno a trovare prova alcuna di un disegno benevolo; né in effetti, di un disegno quale che esso sia» (lettera a J.D. Hooker del 12.7.1870, p. 114)- sia nei suoi successori: «la nostra esistenza non è il risultato di un progetto pianificato con cura, bensì una casualità cieca, canalizzata soltanto da funzioni selettive a corto raggio» (Dehaene, p. 154); «vi è qualcosa di grandioso nella visione secondo cui l’universo se ne sta lì, semplicemente sospeso, completamente senza scopo» (Atkins, p. 7). La difesa del darwinismo sembra a volte assumere toni religiosi ma si ammette anche che «il mondo ancora fatica a vedere la teoria dell’evoluzione come una teoria scientifica alla pari di qualunque altra universalmente accettata» (Tarditi Spagnoli, p. 35).

Tra i numerosi altri argomenti, molto interessante è l’analisi della roboetica condotta da Veruggio, il quale cerca giustamente di affrancare la discussione sulla robotica e sulle intelligenze artificiali da quella che definisce come la «“sindrome di Pinocchio”, cioè la credenza che un robot umanoide possa evolvere spontaneamente in un essere umano», ipotesi che trascura il fatto che «un essere vivente è qualcosa di ben più complesso delle sue capacità di calcolo o di linguaggio» (p. 125). Rispetto alla robotica da fantascienza, assai più urgente e reale è il problema -ad esempio- dell’utilizzo dei robot/droni nelle guerre contemporanee, un fatto che dovrebbe indurre a chiederci «se sia umanamente ammissibile concedere la licenza di uccidere un essere umano a un’entità non umana» (p. 128). La roboetica non riguarda dunque i comportamenti di entità artificiali ma i nostri, e precisamente «l’etica umana dei progettisti, dei produttori e degli utilizzatori dei robot» (p. 127).

Vorrei tornare, per chiudere, al saggio di Boncinelli e alle numerose informazioni che offre, le quali costituiscono una sorta di sintesi di quanto di meglio offre questo Almanacco della scienza. Intanto, nessun ingenuo empirismo metodologico. Boncinelli sa che non esistono percezioni neutre ma qualunque contatto con la materia è preceduto da “domande prefabbricate”, inscritte nel nostro stesso genoma; con un diverso linguaggio, si tratta sostanzialmente di qualcosa di simile alle “forme a priori” kantiane, sia quelle estetiche (spazio e tempo) sia quelle gnoseologiche (l’Io penso). La critica all’empirismo conduce questo studioso a manifestare, sì, piena fiducia nelle tecnologie di Brain imaging ma anche ad avvertire che «non è che se io parlo si attiva solamente un’area del cervello: io parlo con tutto il mio cervello. Però se una determinata area non funziona le parole non escono: è come se il funzionamento di quell’area fosse una conditio sine qua non per parlare» (pp. 185-186). Uno dei fenomeni più complessi nei quali l’unitarietà del corpomente e delle sue strutture/funzioni si manifesta con chiarezza è la memoria. Senza di essa, davvero, non si danno né il significato delle percezioni né la coscienza. «La memoria è una cosa senza la quale noi non esisteremmo» (p. 193); neppure la vecchiaia cancella i ricordi ma rende solo più difficile, o impossibile, il loro richiamo. I ricordi, infatti, «non si perdono mai nella loro natura più profonda» (p. 203) ed è anche il loro accumularsi, come ho argomentato altrove, a schiacciare il corpomente sino a dissolverlo nel morire.

Un altro fenomeno di grande interesse e importanza è la neotenia o fetalizzazione, vale a dire la struttura incompleta con la quale nascono i cuccioli della nostra specie, i quali hanno quindi bisogno di lunghissime cure parentali, tanto da rendere i primi mesi e anni di vita una vera e propria gestazione ambientale del bambino. Come altri biologi ed etologi, Boncinelli spiega la neotenia anche con le notevoli misure del cervello -e dunque del cranio- del feto, che se continuasse a svilupparsi nel grembo materno ucciderebbe la madre al momento del parto. La neotenia è importante anche in un evento di tutt’altro genere: l’innamorarsi.

Il rapporto amoroso consiste proprio in questa dialettica continua in cui in certe cose io sono il papà e lei è la bimba e in altre cose io sono il bimbo e lei è la mamma. Questo gioco, che tutti sono in grado di riconoscere come nucleo essenziale del rapporto amoroso, è probabilmente dovuto -uno scienziato deve dire sempre probabilmente, non deve dire mai sicuramente- a questa nostra “cucciolaggine” o infanzia protratta. (pp. 181-182)

Corporeità, razionalità, sentimenti, mostrano ancora una volta la loro radice unitaria, poiché «nulla avviene nel nostro cervello, nella nostra mente che non abbia una motivazione, che non abbia una coloritura emotiva, passionale, sentimentale» (p. 192). Questo esaltante e doloroso mestiere, che è la vita, mostra così di essere nello stesso tempo un miracolo e una bestemmia; «un miracolo dell’informazione, del controllo, dell’attenzione continua, della capacità di ottimizzare tutte le funzioni» e «una bestemmia nell’universo», una vera e propria eresia rispetto all’universale legge dell’entropia, della dissoluzione dell’ordine, dato che «la vita è un continuo sforzo di creare ordine, di creare organizzazione» (pp. 198-199).

Nel lento, progressivo, inesorabile dissolversi delle strutture chimiche e fisiche dell’universo non vivente -vale a dire di tutto l’universo- la vita è un’infima e bizzarra eccezione, un’infrazione rispetto alle strutture del tutto. Anche per questo, forse, «da dove gli esseri hanno origine, là hanno anche la distruzione in modo necessario: le cose che sono tutte transeunti, infatti, subiscono l’una dall’altra punizione e vendetta per la loro ingiustizia secondo il decreto del Tempo» (Anassimandro, DK, B 1). Tutte le cose, certo, subiscono l’inesorabile ma i viventi lo percepiscono e anche in questo sta la punizione per il loro essere vivi e saperlo.

Aa. Vv.

Almanacco della scienza 7/2010

Micromega, Roma, ottobre 2010
Pagine 208

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