Noi…crediamo?

Di: Marta Cristofanini
3 dicembre 2010

Chi è l’Italia. Chi sono gli italiani.
È il/la politico/a la cui immagine spicca prepotentemente dalla prima pagina del quotidiano?
È l’insegnante universitario che dall’alto della sua prestigiosa cattedra trasmette luminoso sapere a giovani menti anelanti al sapere?
È il ragazzino marocchino del quinto piano che ride di un riso bellissimo e che prorompe in belin fragorosi quando gli riferiscono che il genoa ha perso?
O è il mio vicino sull’autobus, impegnato con me in un silenzioso gomito a gomito, occhi spietatamente inafferrabili?
Cosa vuol dire “noi”?

Noi credevamo” è il titolo del film di Mario Martone da poco uscito nelle sale italiane con sole trenta copie di distribuzione. Sì perché…si tratta di un film un po’ scomodo. Sempre che scomodo sia usare la testa in maniera critica. Sempre che scomodo sia rigettare con interesse e criticità una luce sul nostro passato, con qualche coraggiosa sterzata sul presente. Ebbene, allora è un film scomodo: un film che parla di un’Italia che ancora Italia non era, dilaniata tra presente e futuro, drammaticamente divisa ma ossessionata dall’idea di unità. In questo percorso a ritroso nella memoria di un popolo non vi sono esaltazioni di gesta immortali e si evita accuratamente il fenomeno della “concentrazione eroica”, per cui tutta l’attenzione si incentra su di un unico personaggio fondamentale a cui si attribuiscono i meriti dei grandi avvenimenti storici. Nel film di Martone il punto di vista narrativo è quello di un uomo (interpretato da Luigi Lo Cascio) del popolo, un uomo che la rivoluzione la fa, e sulla sua pelle. Garibaldi, a un certo punto del film, compare stagliandosi contro il cielo notturno: non è che un’ombra in cima a una rupe. Mazzini è lontano, a teorizzare il suo “Dio e popolo”-deciso l’accento posto dal regista sulla componente mistico-religiosa della Giovine Italia e del suo fondatore- e il ritratto del buon Crispi è tutt’altro che magnanimo.

Sono messe in luce le debolezze, le viltà, le inossidabili, gelose speranze di una nazione che fatica a nascere e di un popolo che deve imparare a conoscersi. E ad accettarsi.
Da una parte chi comprende che una nazione non può nascere se non lo vuole e non ne ha coscienza lo stesso popolo (come sosteneva l’intrepida Cristina di Beljoioso, ennesima donna castigata dalla società poiché non aveva saputo rispettare il ruolo di brava massaia e infatti, nonostante il suo deciso intervento nella cosa pubblica e la sua presenza nel tessuto sociale dell’epoca, ai suoi funerali non partecipò alcun funzionario di stato) e chi sostiene che i tempi dell’attesa sono passati ed è il momento di agire, costi quel che costi.

In questo periodo di forte “sismicità” sociale e politica è straordinariamente rassicurante per il “potere” sapere che i cittadini sono privi di strumenti critici, talmente sfiduciati dai fatti del presente da desiderare di ripararsi nel disinteresse, cedendo al mezzo di mortificazione peggiore per l’ intelligenza: il silenzio. Se in questa realtà storico-politica tale situazione è più evidente, come lo è il sintomo di un male che va via via peggiorando, da sempre la cultura è stata un’arma temuta dai potenti, dal momento che la cultura è riflessione critica, è capacità di mettere in dubbio, è scoperta e riscoperta. E può essere rivoluzione. Simone Weil nel suo saggio “Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale” afferma: ”Si dice spesso che la forza è impotente a soggiogare il pensiero; ma perché sia vero, è necessario che vi sia pensiero.” Non a caso dunque questo film ha il pregio di disseppellire certi fantasmi del passato (che vanno sempre più rarefacendosi, smorzati dalle selvagge grida della Lega, e non solo) con tutte le sue parti oscure, facendo coraggiosamente rilucere i volti della storia più sconosciuti (quelli di una tragica coralità) e gettando invece ombre su altri, caratterizzati da una luminosità troppo spesso considerata inavvicinabile e impeccabile (la tipica lucentezza patinata dei libri scolastici: e il mondo che rimane fuori?)

Insegna che saper ripensare al passato non significa imbalsamarlo: non intendo parlare di revisionismo, bensì di quella qualità primaria basata sulla continua riscoperta che porta alla riflessione e, conseguentemente, all’attualizzazione. Infatti il film, oltre a indagare le ragioni delle lotte di indipendenza dal punto di vista sociale e storico, non esita a tirare degli imprevisti pizzicotti allo spettatore. Ecco che, nel bel mezzo dell’Ottocento, si hanno dei veri e propri squarci sul presente ovvero inquadrature di particolari che possono appartenere solo alla nostra realtà moderna (una scala di emergenza in acciaio, un cancello elettrico, un casa incompiuta in cemento come silenziosa e sempre presente testimonianza della speculazione edilizia siciliana). Pirandello li avrebbe definiti come “strappi nel cielo di carta”, esattamente come quello che ipotizza si verifichi nel finto teatrino di marionette de “Il fu Mattia Pascal”, dove uno strappo nel cielo falso della scenografia rivela la finzione della realtà. E qui anche, improvvisamente, brutalmente, passiamo da un piano temporale all’altro. Ma nulla, nonostante ciò, potrebbe risultare più naturale.

All’uscita del cinema si ha la sensazione non come di avere più certezze: ma con più voglia di averne.

Mario Martone
Noi credevamo
Italia, 2010
Con Luigi Lo Cascio, Valerio Binasco, Francesca Inaudi, Andrea Bosca

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