Scuola pubblica, coscienza critica e società civile

Di: Alessandro Generali
3 dicembre 2010

Uno dei principali difetti della passività e della subalternità intellettuale è di concepire la cultura come ammaestramento ed esercizio retorico e di concepire l’intellettuale come corifeo dello stato di fatto e del potere. Secondo tale prospettiva quello che importa è accumulare nozioni ed essere in grado di esibire all’occasione un’erudizione vuota ed esornativa da porre al servizio del miglior offerente. Così purtroppo è accaduto nella nostra tradizione culturale e politica, dove spesso anche gli intellettuali hanno seguito la norma tutta italiana che prescrive di accettare qualsiasi governo a patto che sia vantaggioso per il singolo che proferisce il proprio giudizio, in una logica di servile opportunismo.

Così ha giudicato, per esempio, la stragrande maggioranza dei docenti universitari italiani durante il fascismo, quando solo undici professori su circa 2500 si rifiutarono di giurare fedeltà al regime, perdendo il proprio posto di lavoro e il proprio stipendio. Così si comporta oggi chi, di fronte al criminale smantellamento dello Stato di diritto, al taglio indiscriminato dei fondi per l’istruzione e la ricerca, alla gestione personalistica delle risorse del paese, all’ignoranza della classe dirigente  risponde invitando al “Me ne frego” di ben triste memoria e bolla le manifestazioni di dissenso e di protesta dei giovani cittadini, preoccupati  per un futuro per loro sempre più fosco, come un banale stratagemma finalizzato ad evitare una giornata di scuola.

Dominati dalla volgarità mass-mediatica berlusconiana e con una cultura egemonizzata dalla spazzatura televisiva e dai suoi valori miserabili molti sembrano dimenticarsi che una delle principali funzioni degli intellettuali e della cultura è di rappresentare la coscienza critica della propria società e di fornire alla medesima valori e modelli.

Proprio in virtù degli strumenti che detiene, l’intellettuale ha il dovere dell’impegno civile, senza il quale la sua cultura perde senso e significato e appare vuoto esercizio retorico.

Da anni Berlusconi e i suoi accoliti accusano in modo ridicolo tutti i loro oppositori di essere dei comunisti e degli eversori, con il risultato grottesco di descrivere come tali per esempio dei liberali dichiaratamente anticomunisti, che abbiano però denunciato le continue scorrettezze di Berlusconi e l’irresponsabilità della sua politica. Nello stesso modo altri evitano di entrare nel merito delle richieste degli studenti banalizzando le loro proteste alternativamente come un mezzo per non fare lezione o come anacronistici tentativi di far rivivere il Sessantotto, come se quella fosse stata l’unica stagione nella quale gli intellettuali hanno criticato il potere e le forme di organizzazione della società.

A volte, a tali semplificazioni caratterizzate dalla malafede e/o dalla rozzezza intellettuale si uniscono inviti supponenti a studiare la storia, che dovrebbe dimostrare l’anacronismo di protestare contro uno stato di fatto che si vorrebbe far assurgere a dato incontrovertibile. Peccato però che nella maggior parte dei casi questi inviti provengano proprio da chi la storia non la conosce o tenta di veicolarla in modo ideologico e capzioso. In questo caso, per esempio, dimenticando che la critica al potere da parte degli intellettuali non fu certo una novità del Sessantotto e che, per esempio, l’impegno civile degli intellettuali fu la caratteristica dominante dell’Illuminismo, dal quale provengono gli aspetti migliori della nostra società occidentale e che il “Sapere aude” non fu certo lo slogan di un sessantottino.

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