Sul morire. Intervista a Ines Testoni

Di: Giusy Randazzo
3 dicembre 2010

Giusy Randazzo: Il nuovo secolo sembra stia riscoprendo la centralità della morte nella vita delle persone e nella cultura. Sicuramente il Master Death Studies & the End of Life, da lei diretto e promosso dalle Facoltà di Scienze della formazione, Psicologia, e Medicina dell’Università di Padova, si inscrive a pieno titolo in questa renaissance. Il fenomeno è collegato al fatto che finalmente anche in Italia è stata approvata la legge 38 del 2010 che riconosce l’importanza del benessere anche nella terminalità e per questo sono stati attivati molti master in palliazione. Come si colloca questo percorso nel nuovo panorama aperto dalla legge?

Ines Testoni: Il Master Death Studies è stato pensato per formare persone che non solo affrontano il complesso tema della palliazione, ma che sono chiamate a pensare alla morte nella sua integralità. Il corso in tal senso colma una grossa lacuna del sistema formativo italiano, da due punti di vista. Il primo riguarda il fatto che se per un verso la medicina dimostra di sforzarsi nell’intento di venire incontro alle esigenze di un malato che non può più guarire messo dinanzi a una vita a tempo determinato, dall’altro abbiamo soltanto il mondo religioso (non solo cattolico) che si fa carico del resto. La legge 38, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 15 marzo 2010, è stata infatti fortemente voluta in ambito medico. Dinanzi al compito di modificare i propri modelli per dare riscontro alle esigenze di cura legate all’inevitabilità della morte, la medicina affronta il problema del morire senza più considerarlo come una sconfitta (si fa riferimento alle discussioni sui problemi della gestione della cura di fronte alla morte, tra qualità della vita, desistenza terapeutica, principi di autodeterminazione, relazioni con i familiari e dinamiche di comunicazione nei processi decisionali, resilienza, lutto traumatico, burnout…). La psicologia, il sistema formativo e i servizi sociali invece sono ancora completamente avulsi dal tema della morte e sono fortemente centrati sull’attivazione delle strategie di coping attraverso l’attivazione di un pensiero positivo centrato sulla scelta di vita. Questo paradigma non funziona più quando invece con la vita bisogna fare i conti in chiusura. Per questo motivo psicologi, assistenti sociali, educatori professionali lasciano che sia il mondo del volontariato religioso a farsi carico della sofferenza dell’essere dinanzi alla fine. Ma questa scelta sociale è adottata per incompetenza, non per lucida programmazione condivisa. E il culmine dei paradossi consiste nel fatto che coloro che fanno autentica assistenza anche psicologica sono gli infermieri -i quali sono dotati di grande forza soggettiva ma non possono far ricorso altro che a questo- perché giammai è stato messo loro a disposizione alcun sapere inerente alla psicotanatologia.

In sintesi, il Master Death Studies risponde a una carenza non solo relativa al confronto intorno agli aspetti bioetici tra laicità e volontà cattoliche, ma anche a quelli relativi agli aspetti filosofici, antropologici, culturali, psicologici e sociali che riguardino il tema della morte. Il Master restituisce la parola alla filosofia, alla psicologia e alle scienze antropologico-sociali, chiamate, insieme alle competenze mediche, ad assumere un ruolo centrale rispetto all’intervento centrato sulle questioni che la morte muove.

G.R. In effetti Il Master Death Studies rimane un corso inedito nel panorama formativo italiano, perché si differenzia dai master attivati in palliazione oltrepassando i temi relativi al dolore e alle strategie per lenirlo quando il corpo è ormai in una condizione di fine vita. Dalle indicazioni che ho trovato mi pare che lei ritenga necessario un intervento più radicale; quello che a livello internazionale viene chiamato Death education e di cui in Italia non si parla affatto, ovvero di quel percorso educativo che consiste nell’insegnare a concepire e ad affrontare la morte. Perché ha fatto questa scelta formativa e perché ritiene che sia importante imparare a pensare alla morte precocemente?

I.T. In effetti il Novecento non ha cancellato la morte, ne ha spettacolarizzato l’accadere, descrivendola come un evento terribile che riguarda gli altri e non noi in prima persona. La sua rappresentazione filmica e fumettistica per un verso ne ha amplificato la personificazione, già appartenente alle culture del passato, affinandone però in modo estremo la raffigurazione che la lega al male assoluto. Le figure dunque del morire come esito dell’incontro con l’entità negativa per eccellenza sono state concretizzate nelle immagini di vampiri, zombie, demoni deformi e alieni straordinariamente terrificanti. Se per un verso i perimetri dell’horror e del fantastico hanno raccontato che si muore per eventi sovrannaturali legati alla mostruosità del male, dall’altro verso la realtà che dovrebbe essere descritta dal giornalismo usa da sempre la morte in termini sensazionalistici e scandalistici, offrendo dunque ancora una volta la veste dell’eccezionalità all’unica certezza che ci riguarda: il dover morire. Ciò che in effetti nel Novecento è stato nascosto è la concretezza del morire, interamente affidata alle cure mediche e dunque racchiusa nei segreti dei reparti ospedalieri. Gli ospedali sono perciò divenuti il luogo in cui si celebrano la sfida della scienza contro ciò che è inevitabile (il dover finire) e il nascondimento delle sue sconfitte. Non a caso -è in questo secolo che Gorer parla di “pornografia della morte”- ciò che in precedenza era attribuito al sesso, nel ventesimo secolo riguarda invece la dimensione della dipartita e i suoi corollari. In questo modo in Occidente si è diffusa una latente percezione di invulnerabilità rispetto a noi stessi, cui si è accompagnato di conseguenza un vissuto inconscio di diritto all’immortalità. È così che quando arriva la “bad news” che annuncia l’imminenza della propria fine o di coloro cui siamo legati ci si sente vittime di un raggiro cosmico.

La Death Education è un lavoro educativo molto serio in cui viene permesso a bambini, adolescenti e adulti che non abbiano un lutto troppo vicino da elaborare di cominciare a capire che cosa significa vivere e dover morire. Si offre dunque l’opportunità di decodificare i messaggi mediativi e riappropriarsi così di un’idea realistica di morte. Questo percorso assume un valore importante anche rispetto alla rappresentazione della fragilità della vita a quindi della necessità di rispettarla”.

G.R. Per arrivare a poter mettere in atto un percorso di formazione di Death Education il Master offre dunque una formazione specifica in ambito tanatologico? Inoltre all’estero esiste una figura professionale che è presente già da tempo e dotata addirittura di qualcosa di simile a ciò che in Italia corrisponde all’Albo professionale. Il Master apre anche questa opportunità?

I.T. Il Master prepara medici, psicologi, insegnanti, formatori, educatori e assistenti sociali, offrendo loro la possibilità di pensare secondo una logica di intervento di rete. Formiamo esperti che siano competenti nell’ambito della tanatologia e in grado di progettare e attuare interventi sia nel campo dell’educazione alla morte per la vita, sia in quello dell’accompagnamento e del lutto, che oggi è più considerato. Si tratta dunque di una formazione interdisciplinare, con competenze in campo medico, psicologico, filosofico e sociale.

G.R. Ma queste figure non potrebbero essere interessate a partecipare per risolvere i loro problemi personali con la morte?

I.T. La programmazione del Master parte proprio da questa idea: non si iscrivono coloro che vogliono avere una competenza in terza persona riguardo alla morte, ma coloro che vogliono affrontarla in prima persona, partendo dunque dal proprio vissuto al riguardo. Se non si comincia da lì e non si comincia dalla risoluzione dei propri contenziosi con la finitudine e con l’esperienza della perdita, non è possibile operare seriamente in questo campo. Se non si è raggiunto almeno un minimo livello di autocoscienza rispetto alla propria angoscia di morte e alle modalità che inconsciamente vengono adottate per arginarne il dilagare, sono inevitabili sia il fanatismo sia il meccanismo difensivo della proiezione sul sofferente del proprio bisogno di trovare risposte rassicuranti (dare aiuto perché se ne ha bisogno). Per questo motivo, per un verso il Master garantisce che vengano conosciute le rappresentazioni individuali o sociali, attuali o storiche, della morte -naturale o traumatica- affinché queste competenze in terza persona permettano di lavorare in team all’interno di progetti che prevedano l’intervento di aiuto rivolto a chi è coinvolto nel passaggio estremo, proprio o altrui; per l’altro verso però attribuiamo grande importanza all’elaborazione personale del problema della morte, lavorando in gruppo e imparando a gestire la relazione centrata su questi temi, senza affidare alle lacrime il compito di essere l’unico medium tra il dolore interiore e il mondo.

G.R. Chi può partecipare al master?

I.T. Laureati triennali, specialistici o vecchio ordinamento in Filosofia, Medicina, Psicologia, Scienze sociali e titoli affini ma anche educatori sanitari, infermieri e assistenti sociali.

G.R. Vorrei però ora fare una domanda più filosofica. Il 28 settembre scorso ho letto un suo interessante articolo sul Sole 24 Ore dedicato ai Master, ripreso poi sulla rivista tanatologica Oltre Magazine. Riguardava il rapporto tra morte e futuro. Mi è sembrato molto interessante questo nesso. Dal suo punto di vista la morte non toglie il futuro ma lo rende reale?

I.T. Sì, negli articoli che lei riprende discuto a partire dalla convinzione più comune secondo cui morire significhi distruggere il futuro. Ho fatto riferimento alla moda di riprendere erroneamente Epicuro e Seneca nella loro recente declinazione di Cioran e Derrida, secondo i quali chi incontra la morte non ha più un domani. Io sono allieva di Emanuele Severino e ho potuto apprendere attraverso un percorso dialettico rigoroso in che senso questa sia una convinzione sostanzialmente errata. Alla risoluzione di questo problema dal punto di vista psicologico dedico i miei studi da anni. Il tutto parte dal ritorno a Parmenide del Maestro, il quale afferma l’impossibilità di non essere da parte di ciò che è. Da qui potremmo cominciare una discussione molto difficile e lunga e sarò lieta di farlo con lei in una futura intervista. Per ora mi limito a dire che da qui comincia il difficile compito di capire perché la morte sia così terrorizzante.

Se torniamo a pensare al Novecento, riconoscendo che è stato il secolo in cui forse per la prima volta, nella storia dell’umanità, l’uomo ha creduto di poter ignorare di essere mortale, dobbiamo capire che cosa questo ha comportato. L’incapacità di pensare la morte è un rischio terribile per il futuro dell’umanità. Uno dei motivi per cui ci si sta rendendo conto di quanto sia importante la Death Education riguarda il fatto che se un adolescente non ha consapevolezza della propria fragilità sfida la morte come si trattasse di un gioco, perché l’immagine che i media offrono è appunto quella della spettacolarità eccezionale del morire. Ecco dunque che ci troviamo a doverci interrogare sul perché gli adolescenti assumano così spesso comportamenti che mettono a repentaglio la vita. Accade qualcosa del genere anche all’umanità. L’elusione del pensiero della morte nel Novecento ha prodotto conseguenze terribili. Infatti, raggiunte alcune tra le mete più ambite grazie alle scoperte mediche, ai ritrovati delle scienze alimentari, alle conquiste del pacifismo, il tempo si è fermato nel presente, cancellando il rimando a qualsiasi avvenire. L’allontanamento della minaccia di morte (per fame, per malattia, per guerra…) ha fatto emergere una forte volontà di nascondere la necessità di dover morire. Parallela alla cancellazione della morte è l’eliminazione del concetto di progresso e così pure quello di ricchezza da tramandare ai posteri, da cui deriva la negazione della responsabilità rispetto al futuro. Eliminare questa prospettiva significa non assumersi le responsabilità necessarie rispetto alle condizioni in cui si troveranno i nostri figli e non aver niente della nostra storia da insegnare loro.

Per affrontare il senso della morte è necessario restituire al linguaggio contemporaneo il senso del morire, interessando il discorso scientifico e quello culturale nel coinvolgimento della dimensione psicologica e sociale di ognuno rispetto al proprio progetto di vita a tempo determinato. Innanzitutto è fondamentale guarire dall’afasia culturale che accerchia la fine della vita, ma nel contempo occorre restituire profondità temporale alla visione del mondo. Il Master “Death Studies & the End of Life: Studi sulla morte e il morire” all’Università di Padova è nato per dare supporto e forse risposte. Questo percorso, che dura un anno impegnando uno o due week-end per una decina di mesi, offre una preparazione che permette di analizzare i diversi aspetti del morire: i dilemmi della bioetica, la sofferenza della malattia terminale, il problema di come educare alla consapevolezza di dover morire in tutte le età, le tecniche per gestire la relazione di aiuto ai morenti e ai luttuanti… In tal senso il progetto formativo intende offrire competenze a persone che vogliano affrontare il rapporto con la morte a diversi livelli, dalla dimensione personale (è previsto un percorso psicologico di elaborazione delle rappresentazioni soggettive della morte) a quella professionale (sono numerose le discipline professionalizzanti), lasciando sempre in primo piano il valore della ricerca tra cultura e dialogo interiore.

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