Dalì. L’esattezza della mente

Di: Alberto Giovanni Biuso
3 gennaio 2011

Che cosa accade quando sogniamo? Il mondo comincia a diventare liquido, i legami a sciogliersi, gli eventi a penetrare l’uno nell’altro come se la materia fosse aria, colore, forma e la sua sostanza si disvelasse finalmente per quello che è: illusione. Dalì ha dipinto anche questo farsi sogno del mondo e lo ha fatto con una consapevolezza che nulla -davvero- ha del sognare. Dalì intendeva «contribuire all’assoluto discredito del mondo reale» raffigurando con esattezza i pensieri, le euforie, i ritmi, la morte. Dipingendo il tempo, coi suoi orologi liquidi, deformi, -quelli che compaiono ne Il giardino delle ore (1981) o in Alla ricerca della quarta dimensione (1979)- che segnano l’immobilità dello spazio, l’eternità della morte.
La metafisica di Dalì è seria sino alla tragedia e ironica come in un gioco, in una lotta che la mente del sognatore conduce contro lo sgretolarsi degli enti, a evitare il quale soccorre l’architettura, la solida struttura degli spazi immensi e desertici (Paesaggio con fanciulla che salta la corda, 1936) sotto un cielo azzurro, turchese, perfetto.

Il luogo più desolato è in ogni caso la storia. Sui suoi eventi Dalì getta uno sguardo simile a quello di Goya mostrandone l’immensa stoltezza e crescendo di pietà all’avanzare del macello. Un’opera come Volto della guerra (1940-41) è l’emblema più terrificante e autentico di ciò che in quegli anni stava accadendo, della pulsione di morte e d’orrore che spinge la specie e i suoi giorni, che fa degli stati e del potere la grande falce che tutto trasforma in teschio. Böcklin, Velasquez, De Chirico stanno sullo sfondo della desolazione interiore e collettiva, del dolore ancora una volta esatto, della rovina algoritmica alla quale Dalì dedica nel 1983 Ratto topologico d’Europa – Omaggio a René Thom, uno dei suoi quadri più enigmatici nella semplicità che sul grigio della tela disegna il nero di equazioni che portano alla catastrofe.
La via d’uscita dal calore dissolvente della storia è la freddezza del mito. «Se i classici sono freddi è perché la loro fiamma è eterna», scrisse Dalì, dando a questa verità la forma splendente e magnifica di quadri come Apparizione dell’Afrodite di Cnido (1981), Grande testa di dio greco (1946), Torso-edificio su scacchiera (1946) e molti altri tra i suoi più belli, evocativi, fuori dalla prigionia del male.

E così i corpi si trasformano da ostaggio della fine a emblema della potenza dell’esserci stati e dell’esserci ancora. È ciò che accade con il corpo di Gala -la sua compagna- alla cui intimità Dalì dedica I tre gloriosi enigmi (1982) che nella struttura triplice e orizzontale del quadro disegnano il naso, la bocca, il sorriso, il clitoride della donna. Questo è uno dei segreti del piacere percettivo e mentale che la visione delle opere di Dalì sa suscitare, spingendo a osservare non soltanto con grande attenzione ma anche con attiva creatività le sue opere. La pittura di questo Maestro è infatti una testimonianza della Gestalt, del fatto che sia la mente a costruire il reale, a trovare nei colori, nelle macchie, nei tratti, il geroglifico di un senso e di una forma. Un dipinto come Il grande paranoico (1936) rappresenta l’emblema e la sintesi del sogno, della potenza, del superamento dell’io nel momento stesso in cui dice “Io”, dei frammenti di male e del riscatto che la bellezza, la pura gratuita bellezza, è per l’umano.
E su tutto dominano l’ironia, il divertimento, il gioco, l’inventiva e l’invenzione, come nel volto di Mae West trasformato in soggiorno (1975-1976) e dentro il quale -esattamente sulle labbra dell’attrice- il visitatore è invitato esplicitamente a sedersi per guardarsi uscire -in un vorticoso gioco di specchi e di spazi- dalla bocca sensuale di una diva/divinità.
Tra i filmati che accompagnano e arricchiscono la mostra, il cartone animato che Walt Disney realizzò sulle opere di Dalì (Destino, 1946) e due grandi classici di Luis Buñuel -Un chien andalou (1929), L’âge d’or (1930)- sceneggiati dal regista insieme al pittore catalano.
Tra sogno e geometria, tra barocco e postmoderno, fra la tragedia e il sorriso, l’arte di Dalì descrive la folla umana, l’esatta follia che da sempre ci attraversa.

Salvador Dalì. Il sogno si avvicina
Milano – Palazzo Reale
A cura di Vincenzo Trione, con la collaborazione della Fondazione Gala Salvador Dalì
Sino al 30 gennaio 2011

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