Jesus Christ Superstar

Di: Giusy Randazzo
3 gennaio 2011

La prima rappresentazione di Jesus Christ Superstar avvenne nel 1971. Andrew Lloyd Webber, compositore, e Tim Rice, autore di testi musicali, ne furono i creatori, gli stessi del successivo Evita. Un’idea nuova che colse, sì, impreparati e sorpresi, ma forse anche per questo ancora più entusiasti. La chiesa cattolica ci mise un bel po’ ad accettare l’immagine di un Gesù superstar che avrebbe potuto sfiorare il blasfemo –ballando e cantando- ma che invece ne fece davvero un figlio del Tempo, il migliore.

Nel 1995 un gruppo di giovani artisti siciliani guidato da Massimo Romeo Piparo, riuscì a riprodurre e a portare in Italia il musical americano. Un successo che si ripeté da quel momento in tutti i maggiori teatri italiani.

Sono passati quindici anni da allora e l’esperimento made in Italy ha contribuito a rendere il musical all’italiana una realtà apprezzata a livello internazionale, oltre che a determinarne la fondazione, così almeno si legge nel libretto di poche pagine a disposizione degli spettatori alla modica cifra –si fa per dire- di sette euro, peraltro neanche privo di pubblicità. La rappresentazione al Vaillant Palace di Genova è stata senza dubbio spettacolare. Si prova però una certa sofferenza nel vedere i numerosissimi artisti e acrobati muoversi nelle “ristrettezze” di un palco invaso da un lato dall’orchestra, messa all’angolo ma molto presente e coinvolta, e per il resto da una gradinata e da un’impalcatura che in proporzione sembrano avere la parte migliore o almeno la più significativa.

Un grande schermo riproduce, in italiano, versi biblici e commenti, oltre che immagini ad effetto, nel discutibile intento di permettere al pubblico di comprendere i testi inglesi. Se tradurre è un po’ come tradire, sintetizzare la traduzione è ancora peggio. E questo è ciò che fa il regista proponendo le scritte luminose su una specie di schermo già di per sé troppo grande. Perché allora non mettere a disposizione del pubblico un libretto con una traduzione italiana più fedele? È un impegno non indifferente, infatti, quello di dover costantemente seguire le inferenze che il regista propone, per un verso attraverso i passi del Vangelo, tradotti in nuove parole e musiche da Webber e Rice, e per l’altro con le immagini e i commenti.

Brillante Matteo Becucci, nella parte di Giuda -da sempre il vero protagonista di Jesus Christ Superstar- superato però da Simona Bencini che, nel ruolo di Maddalena, emoziona profondamente e permette di sottrarsi alle troppe parole e immagini che impediscono allo spettatore il soliloquio vivificante e catartico che il miglior teatro dovrebbe consentire. Nella scena della flagellazione, l’attenzione si sposta ancora una volta allo schermo sul quale si racconta la storia del Novecento e oltre, a cominciare dall’immancabile shoah, attraverso le più note fotografie. Si tocca l’apice, in un crescendo musicale, quando sulla scena campeggia la celebre immagine dei sorridenti Falcone e Borsellino. Insomma, nulla è lasciato alla libera interpretazione del fruitore che, se anche volesse, non avrebbe il tempo di dedicare all’opera un qualche pensiero personalissimo. D’altronde anche i colori sono direttivi nella loro ovvietà: in abito rosso la Maddalena, in bianco Gesù, in nero Caifa e Hannas; oppure la tonalità di certe voci: stridula, quasi da cartone animato, quella di Hannas; baritonale sino quasi all’insopportabile quella del bravissimo Ciccio Regina, che se arriva senza stonare a quelle note, di sicuro sarebbe capace di cose grandiose. Paride Acacia è Jesus. Ottimo attore e cantante, ma quando si ritorna a casa non si porta con sé e non certo per suo demerito. Un plauso va a Giordano Orchi, l’Erode effeminato che sbeffeggia Gesù. Eccezionale attore e cantante.

Come se non bastasse, tra i commenti finali si presenta, sotto forma di domanda, quello più incomprensibile, che ci si augura rappresenti soltanto una provocazione malriuscita: “Perché hai scelto un tempo così lontano e una terra così strana? Oggi con la televisione sarebbe tutto più facile”. -Ucciderti- si sarebbe potuto aggiungere, dopo tre puntini di sospensione. O, tutt’al più, ridurlo a un accattone pazzo che va in giro per le vie delle più consumistiche città italiane annunciando un regno dei cieli che la televisione ci anticipa nell’intento, riuscitissimo, di rimandare a un altrove o a un altro tempo la presa di coscienza e la rivolta.

Ancora una volta la sintesi proposta dal regista è fuorviante e non soltanto perché, rispetto all’originale, la traduzione è errata, ma anche perché estrapola da un testo ben più articolato una frase che dovrebbe sintetizzare l’intero pensiero del personaggio Giuda: -Perché hai scelto una terra così strana?-. Giuda però era un ebreo e non un occidentale razzista. Già quel “Gerusalemme” a caratteri cubitali, che rimane fermo mentre cambiano gli anatemi contro i giudei, mette un po’ di angoscia. Non sa forse il regista che l’odio per gli ebrei deriva proprio dal convincimento che meritassero l’eccidio perché assassini di Jeshu-ha-Notzri? Ci si chiede alla fine se è uno spettacolo giustificativo di un’estrema destra anacronistica o di un’estrema sinistra vendicativa di una destra anacronistica. Ci si chiede se è uno spettacolo che intende smuovere le coscienze dalla passività cui giornalmente sono costrette per il continuo bombardamento di immagini lesive di qualsiasi intelligenza oppure farle sostare su quelle, convincendo i molti che è meglio abbandonare i propri ragionamenti per dar spazio a quelli più intelligenti di chi la sa più lunga. Insomma non si comprende se lo spettacolo è a favore del potere dominante oppure contrario anche se in modo enigmatico. Forse è soltanto uno spettacolo e basta.

Sia chiaro, sono tutte valutazioni successive, quando, tornati a casa, liberi quindi dal pensare i pensieri del regista, ci si ritrova a capire troppo oppure a non capire più niente.

Detto questo, si penserà che lo spettacolo non sia da vedere. Sembrerà contraddittorio ma tutte le contraddizioni messe qui in luce sono da vivere. Per questo alla fine -pur non raggiungendo a mio parere la sufficienza- l’impegno, la capacità canora, la bravura acrobatica del corpo di ballo e i virtuosismi dell’orchestra meritano di essere visti, poiché è proprio questo che fa alzare la media dello spettacolo alla sufficienza. Un rimprovero va invece rivolto al regista che si dovrebbe costringere davanti a un tabellone con una bella scritta colorata e illuminata: il troppo stroppia.

Jesus Christ Superstar
Musiche di Andrew Lloyd Webber e testo di Tim Rice
Regia di Massimo Piparo
Con: Matteo Becucci – Giuda; Paride Acacia – Gesù; Mario Venuti- Pilato; Simona Bencini- Maddalena; Ciccio Regina – Caifa; Massimiliano Giusto – Hannas; Cristian Ruiz – Simone Zelote; Giordano Orchi – Erode.
Teatro “Vaillant Palace” di Genova
Dal 17 al 18 dicembre 2010

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