Le radici dell’inconscio

Di: Niccolo Cappelli
3 gennaio 2011

Nell’immaginario comune siamo soliti pensare al concetto d’inconscio come a qualcosa la cui scoperta risale più o meno agli albori del secolo scorso, con la nascita della psicologia del profondo. In realtà, sarebbe quantomeno doveroso prendere in considerazione un filo invisibile che partendo da Leibniz passi attraverso Wolff, Kant, Schelling, Schopenhauer, Karl von Hartmann e, naturalmente, giunga fino a Sigmund Freud. Come sappiamo, la formulazione di un concetto è sempre posteriore alle idee che ne presuppongono la genesi e anche per quanto riguarda l’inconscio le cose non stanno diversamente. Si dice, addirittura, che il primo a parlare di quello che poi verrà definito inconscio sia stato Plotino, il più importante fra i neoplatonici. La sua psiche, una ed universale, è stata spesso paragonata all’inconscio collettivo di Jung. Ed è stato lo stesso Jung ad aver percorso un itinerario che si richiama direttamente al sentiero tracciato da Platone, e successivamente fatto proprio dai neoplatonici, laddove, uscito dalla prigione rappresentata dall’ermeneutica fisicalista, si è spinto in alto (o in basso, se vogliamo) fino a quelle forme dell’istinto che prenderanno il nome di archetipi. Queste immagini originarie, di cui lo stesso Jung non farà niente per nascondere il loro debito con le idee platoniche, sono il risultato di questo viaggio intra ed extra psichico, sempre che di confini psichici –come vedremo più avanti– sia lecito parlare.

Nella sua autobiografia, Sogni, ricordi e riflessioni, Jung narra un sogno che fece durante il viaggio con Freud negli Stati Uniti. Era il 1909. In questo sogno, Jung si trova in una casa che sa essere la sua casa, ma che non riconosce come tale. La costruzione è a due piani: la parte superiore è arredata in stile rococò, con appesi alle pareti antichi dipinti di valore, mentre quella inferiore è in parte in stile rinascimentale e in parte medievale. Scendendo ulteriormente, a un piano sotterraneo, si ritrova in un locale di epoca romana, al cui interno scorge una botola che lo porterà ancora più in profondità, in una grotta dove sono sparsi resti archeologici di epoca arcaica assieme a due teschi umani. Come racconta Jung, il sogno «evidentemente risaliva fino alle fondamenta della storia della civiltà, una storia di successive stratificazioni della coscienza…una specie di diagramma della struttura della psiche umana, con un presupposto di natura affatto impersonale…quel sogno diventò per me un’immagine-guida…fu la mia prima intuizione dell’esistenza, al di sotto della psiche personale, di un a priori collettivo»1.

L’interpretazione data a questo sogno sarà una delle cause scatenanti della futura rottura con Freud. Contro il positivismo letterale di Freud, Jung assumerà una posizione tipicamente neoplatonica, ossia una visione in cui gli eventi naturali vengono letti alla luce dello spirito simbolico. La caverna di Platone è il regno della physis, la prospettiva della realtà naturale, dove i fenomeni assumono le tinte del personalismo, del letteralismo, dove due teschi non possono che rimandare ai contenuti personali contingenti che scaturiscono dalle emozioni a essi associati. Attraverso un movimento discendente, di cui quello ascendente neoplatonico diviene speculare come l’albero alchemico che nell’affondare le radici eleva i rami, Jung smaschera l’illusione della realtà letterale, illuminata adesso dalla luce delle verità archetipiche: un movimento essenziale di una psicologia di impronta platonica. E allora, come scrisse Plotino: «La nostra indagine ci obbliga a considerare fin dall’inizio la natura dell’Anima». L’atteggiamento archetipico di Jung, che la tradizione chiama neoplatonico, può essere sintetizzato in quattro punti.

Primo, non tutto l’operato psichico dell’essere umano può dirsi conscio. L’uomo si trova in una condizione psichica per cui vi può essere coscienza a un livello della psiche e contemporaneamente inconscietà a un altro livello. Per questo Plotino afferma che la psiche ha ricordi di cui non ha coscienza, e così come esistono ricordi inconsci, esistono anche azioni inconsce, definibili altrimenti come abitudini.

Secondo, la coscienza è mobile e multipla. Non possiamo attribuire la coscienza a un solo agente soggettivo, come l’Io individuale. La psiche deve essere descritta in termini di molteplicità, infatti, come dice Plotino, «pollà gàr hemeîs»2, noi siamo molte cose. Un corrispettivo junghiano lo possiamo trovare nella sua idea di dissociabilità della psiche in molti complessi, ciascuno caratterizzato dalla sua scintilla. L’identità dell’Io non è stabile, ma deriva la sua esistenza dal livello di attività in cui si attualizza. La nostra coscienza è simile a un vagabondare nella psiche. Come ha scritto James Hillman: «La coscienza non coincide con l’Io; vera coscienza è la consapevolezza che l’anima ha di se stessa come riflesso della psiche collettiva universale, e non già una consapevolezza di sé come soggettività egoica separata»3. Quella che comunemente chiamiamo coscienza dell’Io, ossia il livello quotidiano proprio del regno della physis –la nostra percezione sensoriale naturale– rappresenta per Plotino il livello più infimo di consapevolezza, l’attività psichica di minore profondità, quasi una sorta di stato borderline tra coscienza e inconscietà.

Terzo, il ruolo centrale che riveste per l’anima la facoltà immaginativa. Quando l’immaginazione (phantasia) funziona correttamente, essa diviene lo specchio che permette l’attività riflessiva sulla coscienza. È interessante notare come nella terapia archetipica venga attribuita una grande importanza all’esame accurato dell’immaginazione –della relazione funzionale tra coscienza e immagini– perché i disturbi della coscienza sono riconducibili a disfunzioni del rispecchiamento. Se partiamo dal presupposto che la coscienza sia fondata sull’immaginazione, chiaramente lo saranno anche i suoi disturbi. Inoltre il ruolo centrale dell’immaginazione, sostenuto sia da Plotino che da Jung, sottolinea con forza l’idea di un fondamento integralmente psichico della coscienza. In quanto facoltà propria dell’anima, non direttamente dipendente dagli organi fisici, l’immaginazione è un concetto che allontana da una visione organicistica della psiche. Se è vero che la psiche non può essere separata dall’aspetto fisiologico, è altrettanto vero che alla base della coscienza troviamo immagini –prodotti dell’immaginazione– di natura fantastica, primordiale, archetipica. Per utilizzare le parole di Jung: «Ogni processo psichico è un’immagine ed un atto immaginativo, senza cui non potrebbe esistere alcuna coscienza»4, dove l’immagine è indipendente dalla percezione dell’oggetto esterno.

Infine, Plotino si riferisce alla psiche individuale e all’anima mundi – la psiche collettiva di cui gli individui sono portatori – come a qualcosa di non nettamente distinguibile. Un parallelismo junghiano interessante se confrontato con una lettera che Jung indirizzò a Rudin nel 1950, dove troviamo scritto che «l’uomo, a mio avviso, è racchiuso nella psiche (non nella sua psiche)». Jung cita inoltre alchimisti come Sendivogius, Paracelso e Richard White per rafforzare l’idea di una sostanziale unità tra l’anima individuale e l’anima del mondo. La nostra concezione personalistica, che in occidente ha storicamente prevalso su quella mitologica, è per Jung il risultato della direzione in cui si è sviluppata la nostra filosofia di matrice cartesiana. Al contrario, l’essere umano è chiamato a instaurare un nuovo dialogo con le immagini mitologiche che caratterizzano la sua psiche.

In ognuno di noi vi è un uomo interiore, dice Plotino, eternamente impegnato nella noesis. Questa incessante riflessione della psiche su se stessa rappresenta l’attività che più le è propria, la sua natura essenziale. È questa l’anima filosofica della psicologia, un movimento senza sosta dove ogni nuova teoria, ogni nuova intuizione, non può portare ad alcuna affermazione definitivamente certa, ma solo a una risposta che in sé contiene il germe di una nuova domanda.

Siamo partiti raccontando un sogno di Jung ed è lì che infine facciamo ritorno. Avendo portato alla luce alcune analogie tra pensiero archetipico e pensiero neoplatonico, è adesso il momento di tracciare una linea di confine, se non altro per rendere giustizia a una visione della vita, quella junghiana, così restia alle generalizzazioni e amante invece di quell’unicità che scaturisce da ogni processo d’individuazione. Che cosa dunque contraddistingue il pensiero junghiano, facendolo emergere come un qualcosa di specifico dal vorticoso moto dell’indistinto? A fornirci la risposta è nuovamente Hillman, che riferendosi al sogno di Jung, commenta: «Jung si accosta al magazzino dell’immaginazione, con i suoi esseri mitici, come ad un manicomio immaginario, trattando i suoi abitanti come se fossero pazienti. La mitologia diventa per lui psicologia, o meglio, psicopatologia. Con ciò, Jung fa compiere al neoplatonismo un fondamentale passo ulteriore. Connettendo le immagini del mito e la percezione simbolica del neoplatonismo con la psichiatria, Jung potè ricollegare gli Dei con le malattie e quindi mettere a punto un fondamento archetipico per la terapia delle nostre sofferenze psichiche»5.

Note

1 C. G. Jung, Ricordi , sogni, e riflessioni, a cura di Aniela Jaffé, Rizzoli, Milano 1992, p. 203.

2 Plotino, Enneadi, I, 1, 9.

3 J. Hillman, L’anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi, Milano 2002, p. 21.

4 C. G. Jung, Opere, vol. 11, Bollati Boringhieri, Torino 2008, p. 555.

5 J. Hillman, L’anima del mondo e il pensiero del cuore, cit., p. 28

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