Lorenzo Lotto

Di: Andrea Ferroni
3 gennaio 2011

Introduzione

Lorenzo Lotto (Venezia, 1480 – Loreto, 1556) è uno dei più interessanti pittori del Rinascimento, sebbene non sia celebre come altri suoi colleghi. Un intellettuale introverso, molto più legato ai suoi ideali e alla tradizione popolare che non alle novità, giudicate insincere. Non uno che inseguiva il successo a tutti i costi, non uno che seguiva la moda, non uno che accettasse compromessi. E così, mentre le scene importanti e remunerative come Roma e Venezia erano calcate da altri (Michelangelo, Raffaello e Tiziano, per esempio), lui trovava modo di esprimersi -e spesso arrabattarsi- in provincia.
Ciò non vuol dire affatto che Lotto sia un pittore di second’ordine. Orgoglioso più nella sua arte che nella personalità, meno che mai le sue scelte espressive e la sua tecnica possono essere dette incerte.
Un artista problematico dunque e, soprattutto, con una poetica che è fortissima critica -indiretta- all’arte dell’ufficialità. Considerava ingannevoli e di maniera quei pittori la cui arte guardava più a se stessa o alla funzione di propaganda ideologica che alla sostanza spirituale di ciò che rappresentava. Non si esageri affermando che avrebbe considerato vuoti i balletti ideati da Raffaello o cerebrali le muscolature ostentate da Michelangelo nei suoi dipinti o, ancora, inutilmente magniloquenti le opere di Tiziano. Lotto, come detto, era legato a una narrazione più vicina al popolo e aveva una straordinaria capacità aneddotica che, seppure a volte innestata su tonalità favolistiche, non mancava mai di sincerità. Sempre inquieto e con lucido acume speculativo, ma la verità innanzi tutto. Vox populi, vox Dei.Tutto ciò si evince dalle sue opere: solo così voleva parlare Lotto, dal momento che era consapevole di averne la possibilità, essendo le sue doti tecniche indiscutibili e assolutamente paragonabili a quelle dei grandi artisti sopra citati.
Di certo non si può affermare che la sua epoca lo abbia acclamato e incensato, ma se Lorenzo Lotto va considerato uno sconfitto è solo perché lui sceglie di esserlo, moralmente e artisticamente.

Visione stricto sensu

Lorenzo Lotto, nel suo peregrinare, si trovò a lavorare anche nelle Marche: Recanati, Jesi, Cingoli, Mogliano, Ancona, Loreto e Monte San Giusto. Una delle opere più famose del periodo marchigiano è l’Annunciazione di Recanati con la inconsueta “conturbatio” della Madonna nel ricevere l’annuncio dell’angelo; meno nota è una folgorante opera che si trova a Monte San Giusto, un paese a pochi chilometri da Macerata. La chiesetta che ospita la maestosa pala d’altare della Crocifissione si chiama Santa Maria in Telusiana, nel centro storico. Il dipinto è conservato ancora nel luogo per cui è stato pensato e, cosa abbastanza rara, con la cornice originaria, realizzata su disegno dallo stesso Lotto. Si tratta di un olio su tela imponente, della misura di 450×250 cm. La datazione (1531) è quasi unanimemente accettata.
Per le visite: al mattino la chiesa è sempre aperta. Il pomeriggio solo a volte. Ma basta fare una telefonata all’arcipretura (0733-53162) e qualche “Don” viene subito ad aprire. Si potrebbe quasi dire: un capolavoro a conduzione familiare.
Il tema della pala era obbligato dal committente, il vescovo di Chiusi Niccolò Bonafede, (ritratto in basso a sinistra): doveva essere una “Pietà”, perché a Santa Maria della Pietà è intitolata la chiesa che tuttora ospita l’opera. Tuttavia l’artista, pur rispettando iconograficamente una posa che ricorda una “Pietà”, preferì esprimere il dolore di Maria nel momento in cui il suo unico figlio era appena morto e ancora crocifisso. Il momento in cui “si fece buio su tutta la terra”.
Solitamente il periodo marchigiano di Lorenzo Lotto viene considerato il suo più inquieto , proprio uno di quelli in cui la crisi interiore, nella solitudine più o meno disperata, fa uscir fuori intuizioni e ispirazioni che oggi definiamo geniali e che, comunque, nel caso della pala di Monte San Giusto è l’espressione –portata a livelli di universalità- della particolare immedesimazione emotiva dell’artista con il dolore dei soggetti dipinti e la pietà che essi suscitano.
Commuove quel dolore disperato, impressiona la paura che si legge in alcuni volti, angustia e sgomenta il cielo incombente, allerta e sconcerta l’accostamento di colori così vivi, destabilizza il vigoroso dinamismo dei gesti e degli elementi che interagiscono l’un con l’altro. Ma occorre dire che per lo spettatore del nostro tempo, prima di questo coinvolgimento emotivo drammatico, la pala di Monte San Giusto colpisce in un senso molto diverso rispetto ai contemporanei di Lotto. Oggi il colorismo intenso e straordinario diventa soprattutto un piacere sensibile, una gioia degli occhi. Nel 2010, di fronte a quest’opera possiamo sperimentare una meraviglia depurata del suo aspetto inquietante, depurata cioè dal thaumazein (l’inquieto stupore da cui ha avuto origine anche la filosofia) che invece doveva provare lo spettatore del 1531. Ma è un’altra caratteristica di Lotto –e cioè la sua eccellenza come ritrattista- a condurre lo spettatore moderno, mediatamente, attraverso i volti e i gesti, nel vortice dei movimenti e nella commozione profonda che gli antichi provavano immediatamente, per l’inconsueto “espressionismo”.
Lotto riafferma la sua concezione della rappresentazione popolare del fatto religioso. I volti e i gesti sono la gente. La gente è il popolo. Il popolo è espressione della voce di Dio. La voce di Dio è la verità. E la verità colpisce tutti. Ecco quindi che Lotto, dietro l’apparente caos, struttura l’opera anche secondo precise proporzioni matematiche, sia in profondità (i diversi piani sono distinti ma al contempo legati fra loro in vari modi) sia in superficie (i gruppi possono essere inscritti in forme circolari e ellittiche). Si spiega anche così, quindi, come un’opera apparentemente irregolare, che sfora da ogni parte lo sguardo, trasmetta una calma che sublima il caos e il pathos.
Superato il primo impatto con la meraviglia che la visione dell’opera infonde, possiamo soffermarci a notare molti particolari, dal linguaggio popolaresco all’intensa drammaticità del gioco di diagonali, dal Cristo morto alla terribile contorsione dei ladroni ancora alle prese con un dolore fisico lancinante, dallo strazio di Maria ai personaggi meno coinvolti, ma ciò che non sfugge è che è avvenuto un fatto solenne, misterioso e terribile e ognuno, in tutti i tempi e in tutti i luoghi, ne è per sempre coinvolto. Dal Cristo crocifisso parte e arriva un vortice universale. Bernard Berenson, importante storico dell’arte, morto nel 1959, definì la pala di Monte San Giusto come “la più bella e intensa rappresentazione del Golgota del Rinascimento”.

Visione lato sensu

Qui si vede che tutto -ordine naturale e disordinata umanità- è ricompreso in quella persona crocifissa. Qui, in questa pala, si comprende cosa vuol dire che Gesù Cristo è venuto per tutti e a sconvolgere tutti. Qui si vede il miracolo di tutti i miracoli: Cristo è lì, su quella croce, anche per chi non ci crede. Anche per chi lo nega. Anche per chi lo rinnega. Qui ci si sente vicino all’uomo contemporaneo che si è perduto, ma anche all’uomo contemporaneo che si è ritrovato dopo aver abbandonato Dio. Qui si vede che Cristo è venuto anche per chi lo contesta, anche per chi costruisce la sua vita e la sua morale negando la necessità di Dio e la venuta di Cristo. Qui si vede come Dio voglia la felicità delle sue creature mandando Cristo in questo mondo. La felicità non è dunque solo in un’altra vita. Se Dio ci ha creati, vuole per noi la felicità, la pienezza della vita anche in questo mondo e non solo nell’Al di là. Qui si vede che anche l’ateo è cristiano e, se vive una vita piena, lo deve al lavoro che Dio lo ha “costretto” a svolgere su di sé. Qui si vede che Dio c’è per ognuno, senza differenze. Per il ricco e per il povero, per il credente e il non credente, per il bianco e per il nero, per l’ignorante e per il colto. Qui si vede un simbolo. Per ognuno è qui a dire di non distrarsi mai e di andare all’essenziale: “in me o contro di me, ma sempre con gli uomini, sii fedele alla tua felicità”. Vox Dei, vox populi.

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