Sul giallo filosofico. Aristotele e i delitti d’Egitto

Di: Giusy Randazzo
3 gennaio 2011

La particolarità del nuovo genere letterario che da più di un decennio è ormai in auge, il “giallo filosofico”, consiste nell’uso di noti filosofi come personaggi principali o deuteragonisti. A inaugurare questa forma di scrittura creativa è stata Margaret Doody che nel 1978 pubblicò Aristotele detective. Forse i tempi non erano ancora maturi perché il successo arrivò molto tempo dopo, nel 1999, quando la Sellerio ripropose la pubblicazione.

Da allora ben otto romanzi sono stati editi. Se ci si aspetta il solito giallo imperniato esclusivamente sulla suspense e su resoconti organizzati intorno allo stesso centro, si consigliano altre letture. Il giallo è, per sua natura, il più avvezzo al filosofico, dunque ridurlo a una storia con un nodo delittuoso da sciogliere è di per sé una fatica scrittoria poco utile poiché rappresenta la rinuncia a tutte le potenzialità che il genere consentirebbe.

Nei romanzi della Doody -la cui geometria da giallista tiene piacevolmente inchiodati alla lettura avvincendo non poco- Aristotele, che in realtà è il deuteragonista, indaga sui crimini di una realistica cronaca nera ateniese. Il “nuovo” Watson del IV secolo a.C. è Stefanos, un ex allievo del Liceo, un giovane cittadino, orfano di padre, protagonista principale di questa serie di mystery. E Stefanos diventa un amico del lettore. Lo si vede crescere, fidanzarsi, sposarsi, mentre impara, si fa uomo, apprende il coraggio senza mai divenire temerario e la mitezza, la generosità, la prodigalità senza mai cadere nell’eccesso opposto e infine la prudenza senza più farsi ingannare dall’akrasia. Sempre in vista del bene comune, della giustizia, spinto dall’interesse personale. La Doody segue alla lettera l’Etica Nicomachea quando intesse gli abiti morali dei suoi personaggi e ci fa abituare a riconoscerli mentre l’abitudine incide nel loro carattere la medietà. Profonda conoscitrice di Aristotele, il quale nei suoi romanzi non è semplicemente riconoscibile per il riferimento al Liceo, per il suo filosofare, per la logica con cui, assieme a Stefanos, risolve i casi, per l’intuizione che sembra un’aggiunta imprevista all’induzione e all’abduzione, ma soprattutto per quell’amicizia che lo lega a Stefanos e che, ancora una volta, si fa interprete della concezione dello stagirita. E la storia avviene in un mondo che rivive e che sembra a un passo da noi come se la Doody possedesse una cinepresa capace di muoversi sulla freccia del tempo per riprendere con precisione e accuratezza l’Atene del IV secolo.

Alla fine ci si scopre piccoli esperti del quotidiano della polis, che scorre sotto i nostri occhi grazie a chi, avendolo appreso attraverso lo studio e la ricerca, lo ha tradotto in immagine, suono, concretezza, sapore, odore. La vita ateniese procede con la sua logica spesso a noi illogica. Si comprende da un punto di vista inaspettato persino quello che oggi apparirebbe follia: una democrazia in cui l’uguaglianza si realizza sulla differenza ontologica tra cittadini e stranieri, tra maschi e femmine, tra liberi e schiavi. E poi ancora di più: il fetore della cicuta conservata e i profumi di fragranze all’olio d’oliva; la bellezza che incarna il divino e la bruttezza che emerge dalla viltà; i rumori della città che vive tra vizi e virtù e il silenzio di coloro che muoiono poveri in tutto; il vino che unisce durante i simposi nell’andron e l’acqua che mitiga la forza miscelandone il costo; il chitone di lino che veste i più ricchi e i collari di ferro che portano gli schiavi. E, sopra tutto, l’appartenenza alla fratria, al demo, alla polis, vissuta come fine etico superiore a ogni cosa, persino alla propria vita.

L’ottavo romanzo della serie, Aristotele e i delitti d’Egitto, ha una particolarità del tutto nuova. Pur se abbiamo già visto viaggiare Stefanos, non si è mai spinto così lontano: fino in Egitto. Imperversa la carestia ad Atene. È il 328, quando il nostro personaggio viene eletto, del tutto inaspettatamente, Sitophilax, custode del grano, e gli viene affidata, da Licurgo in persona, la missione di salvare Atene andando in Egitto a comprare il grano, portando con sé un tesoro in oro e argento con cui acquistarlo. L’assassinio di un uomo colpisce l’attenzione di Stefanos e Aristotele prima della partenza. Loro stessi ne scoprono il cadavere, sotterrato vicino al corpicino senza vita di un neonato, morto di stenti perché abbandonato, usanza –assolutamente legale- praticata nella polis quando i figli non si volevano legittimare o riconoscere. Demos, la vittima, era l’aiutante, “povero in canna” (p. 19) ma libero, di Pirilampe, falegname e scultore di maschere, la cui moglie sembra gravida a Teofrastos, braccio destro al Liceo di Aristotele, ma a detta del marito la realtà è che mangia troppo. Pirilampe abita accanto ad Archippo, un aristocratico importante e ricco, possiede addirittura il famoso vaso con la deportazione di Patroclo morto1.  

Ha da poco presentato alla fratria il suo nascituro, per il quale ha ricevuto una sostanziosa donazione da uno zio della moglie, come gli era stato promesso se fosse nato maschio e ben formato. Altro precedente, prima della partenza di Stefanos, è la vicenda di Micone, figlio di Eutifemo, il quale rischia di perdere l’identità e l’eredità, minacciata da un certo Frasia che sostiene di essere il figlio legittimo di Eutifemo, la cui madre, dalle prime indagini, risulta Chione, una prostituta bella e affascinante nonostante l’età, che però a sentire Frasia è soltanto la sua ex amante. Questi i fatti salienti prima della partenza. Il viaggio si presenta difficile sin dall’inizio. Stefanos riceverà un dono da Aristotele, lo schiavo Focione che si farà chiamare Milziade, nascondendo la sua vera identità. Aiuterà Stefanos a portare il tesoro a Menfi per scambiarlo con il grano. Ad attenderlo dovrebbero esserci dei mediatori che vengono però arrestati dal satrapo Cleomenes, con il quale Stefanos sarà costretto a trattare direttamente. Nel frattempo compaiono i concittadini coinvolti nei fatti precedenti l’inizio del viaggio, i cui scopi si fanno da subito chiari: vogliono arricchirsi a spese di Stefanos e di Atene o prendersi il merito della missione. Il giovane ateniese si ritrova spesso nei guai: rapito, minacciato, picchiato e inerme testimone di morti violente e assassinii. Fin quando non compare lo stesso Aristotele sotto mentite spoglie. In effetti da tempo seguiva Stefanos, cercando di aiutarlo. Cleomenes e Focione sono, in quest’ultima saga, i personaggi chiave. Il primo, potente e temibile ma schiavo di Alessandro e delle sue velleità, si fa circondare da bimbi festanti e lo si vede soffrire quando uno di loro è sbranato da un coccodrillo. All’apparenza spietato, in realtà soltanto amaramente disincantato; sensibile alle umane lettere, interessato alle esigenze del suo popolo e promotore della giustizia anche se spesso sommaria. Freddo e cinico con gli immorali che non esita a dare in pasto ai coccodrilli; pronto a sostenere i prudenti che amano la verità. Focione è lo schiavo, non schiavo di vizi però, franco e leale. Pur potendo far suo un immenso tesoro decide di assolvere il suo compito fino in fondo perché il grano arrivi ad Atene e salvi gli altri suoi amici schiavi. Rischia la vita e sceglie sempre la schiavitù alla libertà che il denaro potrebbe consentirgli: la libertà dalle catene non potrebbe mai liberarlo dal tradimento compiuto. Una follia all’apparenza, ma logica pur nella contraddittorietà e giusta pur nell’ingiustizia dello stato innaturale vissuto da Focione-Milziade. Fa tanto pensare allo schiavo della caverna di Platone, che uscito alla luce del Sole, pur abbacinato dalla verità, preferisce tornare indietro per informare gli altri a rischio di essere preso per pazzo o ucciso. Alla fine tutti i delitti vengono risolti, le macchinazioni scoperte e i colpi di scena si susseguiranno scioccanti e commoventi. Stefanos entrerà nel Pireo con il grano e una nuova vita lo attenderà: quella dell’eroe.

Eppure ciò che lascia meravigliati e rende preziosa questa lettura è la perla che vi si nasconde come semplice contesto della narrazione: Khemet, l’Egitto. Stefanos arriva a Rhakotis, la nascente Alessandria.

Molto presto questo posto diventerà molto più importante di Naucrati. Alessandria! Rhakotis morirà perché Alessandria possa nascere (p.152)

E poi a Menfi, «capitale dell’Inebu-hedj, il Nomo del Muro Bianco» (p. 331) dove ascolta Cleomenes che profetizza quello che noi sappiamo esser la verità che li attende: «la città di Alessandro diventerà in poco tempo la capitale di un’altra provincia, e […] Menfi perderà importanza» (ibidem). E si scoprono le difficoltà di un’impresa troppo grande ma che grande si rivelerà alla storia. Stefanos rappresenta la grecità che lentamente impara ad amalgamarsi al mondo conquistato da Alessandro, superando il provincialismo che ancora nell’animo emerge, tradotto in un patriottismo sentito e sincero, che è difesa delle proprie tradizioni, delle proprie divinità, del proprio nomos.

I contrasti saltano subito agli occhi: Stefanos impara a bere l’henket, rinunciando al suo vino; a non spaventarsi degli strani animali incontrati -il mau, l’ippopotamo- e a temere il coccodrillo divino che sbrana bambini e malfattori; a conoscere il panteismo egiziano, le nuove divinità: Atum, il Tutto, «al di là dell’inizio e della fine» (p. 403), Osiride, Iside e Ptah, il dio che ha creato la parola, «il grande grido che lacerò l’oscurità, la luce che eruppe dal caos» (ibidem). Lo accompagnano a visitare la Dimora della Vita, la biblioteca di Menfi «dove si fanno i libri» (p. 319). Lettori e scrivani sono seduti ai tavoli, leggono o ricopiamo le grandi opere. C’è «un buon odore di papiro fresco e resina d’acacia» (p. 321) mentre l’ellenismo si compie.

Vedete quanto è importante l’Egitto per il mondo della conoscenza? Non solo abbiamo scoperto la scrittura, che i fenici e tutti gli altri hanno adottato da noi. Abbiamo anche inventato un materiale leggero e durevole, che assorbe bene l’inchiostro, così le parole acquistano le ali, possono girare il mondo. […] L’ambizione della Dimora della Vita è fondere insieme quanto di meglio esista del pensiero umano e dei testi scritti. Con la benedizione di Ptah, noi ospiteremo testi di ogni lingua (pp. 321-322)

Eppure quel mondo è diverso. Se ne accorge Stefanos. Persino le stagioni sono tre anziché quattro: «il tempo della piena, quello in cui crescono le piante, e la stagione secca» (p. 333). Gli dèi hanno spesso fattezze animali o gli animali sono sacri in nome loro. Eppure sembrano non aver alcuna invidia per gli uomini e a esser pronti ad aiutarli anche dopo la morte.

Noi viviamo e regniamo per sempre insieme a Ra, Ptah, e Osiride. Nel frattempo, su questa terra si possono pregare Ptah che ascolta, Hathor che ama la vita e nutre il sole, Iside, divina madre pietosa che accorre in nostro soccorso. Perciò, vedete, noi egiziani non abbiamo un’idea tanto tetra della morte, come voi greci – col vostro Ade grigio e scuro! I vostro dèi rifiutano d’esser presenti alla morte di una creatura mortale! Che codardi i vostri dèi (p. 215)

E infine sarà Aristotele a far notare a Stefanos, in una lettera, la particolarità della religione egiziana. A noi lettori del futuro sembra il paradigma su cui si modellerà l’incontro tra cultura ellenica e mondo alessandrino per dar vita a quel potente amalgama che fu l’ellenismo.

Ho conversato molto con i nostri colleghi egiziani. Questi uomini, eruditi nella dottrina, mi hanno fatto osservare che nelle storie sacre dell’Egitto, Osiride e Seth, benché nemici, sono fratelli. Alla fine si riconciliano […] Stando a quanto mi dicono, la maggior parte delle storie egiziane finisce con una riconciliazione (p. 545)

Nota

1 Margaret Doody descrive con molta dovizia il vaso in cui è dipinta la scena della deportazione del cadavere di Patroclo, attualmente conservato nel Museo civico di Agrigento (cfr p. 24). La stessa autrice ha potuto ammirare l’oggetto durante un viaggio nell’isola.

Margaret Doody
Aristotele e i delitti d’Egitto
(Aristotle and the Egyptian Murders)
Traduzione di Rosalia Coci
Sellerio
Palermo 2010
Pagine 560

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