La fine di tutto

Di: Alberto Giovanni Biuso
4 febbraio 2011

Un vuoto quasi perfetto. Questo è l’universo che conosciamo e nel quale abitiamo. Uno spazio gelido e buio, «composto per il 74 per cento di energia oscura, per il 21 di materia oscura e per il 5 di materia ordinaria», dentro la quale il materiale che compone le stelle non va oltre lo 0,5 per cento dell’intero cosmo (p. 270). È da questo vuoto che è venuto ciò che chiamiamo “vita” e da questo vuoto verrà la distruzione, o attraverso l’evento traumatico dell’impatto di un asteroide o di una cometa con la superficie terrestre oppure, in ogni caso, con lo spegnersi del Sole, preceduto da un suo enorme ampliarsi a gigante rossa che ingloberà e fonderà l’intero pianeta. La morte di una stella aveva «probabilmente innescato il collasso della nebulosa solare che ha provocato la nostra formazione» (p. 177). È lì, in quella stella, che si trovavano gli atomi di carbonio, azoto e ossigeno che compongono ora il nostro DNA. E tante altre stelle stanno producendo gli elementi essenziali della vita, lanciandoli a ogni istante nello spazio. Dalla morte delle stelle nasce dunque vita nel cosmo. Ma prima delle singole stelle? E dopo l’inizio della vita sul pianeta?

Prima c’è un’immensa ed enigmatica struttura lunga probabilmente 46 miliardi di anni luce in ogni direzione, anche se il limite attualmente visibile è di 13,7 miliardi. Una struttura generata in che modo e da che cosa? Qui la cosmologia diventa di fatto indistinguibile da qualunque speculazione metafisica. I dati sui quali poggiano le diverse ipotesi sono, infatti, parziali, cangianti e in ogni caso del tutto insufficienti a “provare” alcunché. La più famosa di queste teorie, il modello standard del cosiddetto Big Bang, è in realtà pieno di contraddizioni, ipotesi ad hoc, pure speculazioni. E anche Impey comincia, sì, col dire che il big bang poggia su solide basi ma poi ammette l’“audacia” di 1080 particelle e 1089 fotoni «arrivati essenzialmente dal nulla» (p. 264) o da una condizione di infinita temperatura e densità, per la quale non è più utilizzabile quella relatività generale che rappresenta il più articolato fondamento matematico del Big Bang e che, per altro e in contrasto con la più spiccia divulgazione, non si attiene al dogma dell’invarianza della velocità della luce. Rispetto alla relatività speciale, infatti, quella generale «non ha limite di velocità» e permette che «due parti dell’universo possono allontanarsi l’una dall’altra a una velocità maggiore di quella della luce e, di conseguenza, i fotoni inviati da quelle due parti verso il centro in realtà recedono» (p. 332). In qualunque modo sia esistito -probabilmente da sempre, per quanto possiamo comprendere noi, entità finite, questo avverbio- e continui a esistere, l’universo è la struttura non soltanto del grande vuoto ma anche del grande silenzio. Le inimmaginabili distanze tra le stelle (per tacer delle galassie), la velocità finita della luce, la dimensione intrinsecamente temporale e limitata di qualunque intelligenza o civiltà, fanno sì che nessun contatto sia mai avvenuto con altre entità vive e consapevoli, per quanto accuratamente siano state cercate e continuino a esserlo (dal SETI, Search for Extraterrestrial Intelligence, ad esempio). La domanda di Enrico Fermi -”Dove sono tutti quanti?”- è del tutto sensata.

Dopo l’avvento della vita sulla Terra, si sono succedute ere geologiche, glaciazioni, riscaldamenti, estinzioni, impatti sterilizzanti con detriti spaziali, attività sismiche e vulcaniche. Fenomeni e fatti che hanno contribuito alla scomparsa del 98 per cento del mezzo miliardo di specie viventi che ha abitato nel tempo il pianeta. Tra di esse, la nostra specie ha visto transitare circa 60 miliardi di individui, il 10 per cento dei quali è vivente nell’oggi. Questa specie tenace, abile e furba è talmente assetata di vita e di spazio da rischiare di autodistruggersi consumando all’inverosimile il proprio habitat, e cioè l’intero pianeta. Impey è tra quegli scienziati che ritengono «chiaro oltre ogni ragionevole dubbio che le attività umane stanno contribuendo in maniera determinante a scaldare il pianeta» (p. 72), questa Terra che non è il paese «della cuccagna» ma «se ne sta aggrappata al limite dell’abitabilità» (p. 168). L’Homo sapiens sapiens è un’unità psicosomatica capace di sostituire con regolarità le proprie cellule in periodi di tempo prefissati1, capace quindi di essere un intero superiore alla somma puramente materica e meccanica delle sue parti; l’Homo sapiens è un’ontologia olistica la cui epistemologia si declina come l’insieme dei dati empirici più il significato generale che li unifica e dà loro senso. Aperti al mondo e chiusi nei nostri qualia, «non saremo mai in grado di avere esperienza del paesaggio mentale interiore di un altro essere vivente» (p. 320) ma curiosi come siamo cerchiamo di disvelare i segreti di ogni cosa, vivente o no che sia.

Parte del nostro successo evolutivo si deve alla perfetta ibridazione con gli altri animali e con le macchine. Un’ibridazione talmente profonda che, sostiene giustamente Impey, «persino il concetto di “loro” e “noi” è fuorviante. I batteri condividono il nostro cibo, ma interagiscono con il nostro corpo e con l’ambiente in modi così complessi che sarebbe più opportuno pensare alle persone come a ibridi uomo-batteri» e a ibridi uomo-macchina, poiché «privati della tecnologia e messi nella situazione di un cacciatore-raccoglitore di 10.000 anni fa, molti di noi non riuscirebbero a sopravvivere un mese» (pp. 90 e 92). Ma i batteri coi quali coesistiamo possono aiutarci e vivere come a morire e -nonostante i progetti e i sogni dell’H+, del transumanesimo- anche la tecnologia è sempre ambigua, come tutto ciò che siamo, da cui proveniamo, che generiamo. La morte è un fatto vitale, come la vita è mortale. Morte e vita sono inseparabili. Una naturalità degli opposti che è stata ben presente per millenni alle civiltà più diverse e che tuttora lo è nelle culture non ossessionate dal morire. Le civiltà economicamente più ricche e istituzionalmente più complesse nutrono invece un autentico e incoercibile terrore, che trasforma il morire o nella banalità dello spettacolo -dai film ai videogiochi- o nel tabù per il quale di tutto si può parlare ma non dell’essere per la morte. Gilgamesh, antico transumanista, viene punito dagli dèi perché «combattere il destino degli esseri umani è futile e rovina le gioie della vita» (p. 96), perché «creatura votata alla morte non deve pensare pensieri al di là della propria natura, ché Dismisura se appieno fiorisce fruttifica in spiga di rovina, donde miete messe di pianto» (Eschilo, Persiani, 819-822, trad. di F.Ferrari). Meglio, più saggio e più vivo, accettare la condizione che la materia ci ha imposto; meglio cercare di morire una volta sola poiché, «se tutto quello che stiamo facendo con il miglioramento della tecnologia medica sta soltanto aggiungendo anni di qualità scadente alla nostra vita, forse sarebbe meglio prendere l’energia che abbiamo usato per allontanare l’inevitabile e investirla per vivere al meglio quando ancora ne abbiamo tutte le facoltà. Morire è brutto, ma prolungare l’inevitabile potrebbe essere anche peggio» (p. 46).

Tanto più che l’intera struttura dell’essere, per come la conosciamo, l’intera natura vivente e non vivente è un autentico, pervasivo, diffuso trionfo della morte e -inizio e fine di tutto- «l’entropia è la vincitrice implacabile» (p. 281). E lo è perché il tempo è la struttura totale che sostanzia enti, eventi, processi. Davvero, «guardare fuori dallo spazio è come guardare indietro nel tempo» (p. 265) e «nella ribollente schiuma dei quanti, le bolle di spazio-tempo appaiono e spariscono. [...] Questo è il multiverso» (p. 257). Al di là del mono o multiverso, alternative certo quasi impossibili da verificare, l’enigma della materia è probabilmente costituito dalla sua ciclica eternità, come antiche mitologie e recenti teorie scientifiche insieme ipotizzano: una ciclicità per la quale «l’espansione del nostro universo è una fase di un’infinita serie di universi, innescati da collisioni di entità su più dimensioni chiamate brane» (p. 313).

Molti fatti vengono raccontati e spiegati in questo libro e ancora più numerose sono le congetture che vi appaiono, alcune delle quali decisamente fantasiose e molto improbabili. In ogni caso, «è il tempo che governa queste storie. Lo seguiamo su una scala che va da un battito di ciglia fino ai 1080 anni che ci vorranno alla galassia per dissolversi» (p. X). Il tempo è signore di ogni cominciamento e di ogni tramonto.

Nota
1 Simile alla nave di Teseo descritta da Plutarco, il nostro corpo è continuamente cangiante nelle sue componenti: «soltanto le cellule della lente all’interno dell’occhio e i neuroni della corteccia cerebrale appaiono inerti e condividono la stessa età della persona alla quale appartengono» (p. 20).

Chris Impey
La fine di tutto
Dai singoli individui all’intero universo
(How it ends from you to the universe, Norton Company, New York 2010)
Trad. di Jasmina Trifoni
Edizione speciale per il mensile «Le Scienze», novembre 2010
Pagine XI-340

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