Le armi, la morte

Di: Alberto Giovanni Biuso
4 febbraio 2011

Nel 2010 il Piccolo Teatro di Milano ha rappresentato due testi del drammaturgo svedese Lars Norén (1944). Il primo è Dettagli, spettacolo non del tutto riuscito. Molto diverso è 20 novembre, interpretato e messo in scena da Fausto Russo Alesi che si muove da solo nello spazio aperto e insieme claustrofobico dentro il quale un timer segna l’avvicinarsi della morte e dieci manichini simbolizzano la non-parola che ha contribuito all’esito tragico della vita di Sebastian Bosse.
È infatti di questo diciottenne che il testo di Norén parla. Il 20 novembre del 2006 Bosse entra nella sua scuola di Emstetten (Germania) e compie una strage; rivolge poi l’arma contro se stesso. Nei giorni precedenti l’eccidio aveva manifestato le proprie intenzioni attraverso dei video, sul web.
Norén adotta il linguaggio, la sincope, l’angoscia dei messaggi di Bosse ma va molto oltre la cronaca, la follia, la biografia di un singolo. Il suo Sebastian Bosse interroga più che affermare. Interroga sulla solitudine, sul tessuto di piccole ma quotidiane violenze che possono trasformare il rancore e l’umiliazione in odio illimitato, sull’itinerario di vita e di eventi che si apre a un umano, oggi, nelle nostre strutture sociali ed economiche: nascita, formazione, lavoro, pensione, morte. Sulla lavagna della propria aula e della propria esistenza, il personaggio Bosse scrive: «Se questo è il futuro non mi interessa».

Ci sono due aspetti, almeno, in un evento come questo. Il primo è collettivo, l’altro individuale. La dissoluzione dei legami sociali, il venir meno della Gemeinschaft (comunità) a favore della Gesellschaft (società) -analizzato già nel 1887 da Ferdinand Tönnies- ha generato la libertà del soggetto dalle tradizioni, dall’autorità, dai pregiudizi ma lo ha anche lasciato da solo di fronte all’insignificanza del quotidiano, al vuoto degli eventi, alla sensazione che la morte rappresenti l’unica via d’uscita. Per molti soggetti il controllo collettivo sulla propria esistenza non è un fardello ma rappresenta invece una forma di attenzione che gli altri esercitano e che, per quanto possa risultare in molti momenti insopportabile e ostacolante, consente all’individuo di sentirsi parte di un tutto.
A tanti la libertà pesa e ciò che chiamano “indifferenza altrui” non è altro che l’angoscia dello star da soli, l’impossibilità di reggere il peso che ogni singolo è per se stesso. È qui che scaturisce la variabile individuale. Se per alcuni la solitudine è un’occasione di libertà e di godimento della propria compagnia, per altri può costituire l’insostenibile leggerezza del niente. Coniugata all’inevitabile aggressività tipica dell’adolescenza -aggressività subita e aggressività esercitata- e all’onnipotenza delle armi e del web, la solitudine può generare una violenza estrema contro gli altri e contro di sé.
Sono, queste che ho formulato, alcune semplici riflessioni nate come risposta a quanto il regista/interprete di questo spettacolo chiede a chi vi assiste: «l’importante è che quegli interrogativi colpiscano la sua attenzione» (Programma di sala, p. 15). E gli interrogativi di 20 novembre nascono oltre che dal lucido testo di Norén anche dal corpo di Fausto Russo Alesi che diventa Sebastian Bosse, dalla sua voce a volte impercettibile altre trasformata in grido, dal suo sorriso che non sa essere qualcosa di diverso da un sogghigno nichilistico, dal suo vestirsi e spogliarsi di armi sulla scena, dall’afferramento degli umani-manichini che uccide uno a uno, dall’exit come ultima parola che pronuncia.

Da chi sono state prodotte le armi utilizzate da Bosse e dai tanti altri assassini -autorizzati e non- che operano in una società violenta come sono state tutte le società umane ma, diversamente da altre, intrisa anche di dissoluzione?
Oldfield è un produttore d’armi ormai anziano e tuttavia determinato a mantenere il controllo delle propria Compagnia, nella quale evita di far entrare il figlio adottivo Leonard perché lo giudica ancora inadatto e perché teme che il proprio danaro lo corromperebbe. Ma il giovane vuole costruirsi una propria via e accetta la proposta del segretario Dodds di acquistare la Società di Wilbraham, un industriale fallito, schiavo dell’alcol e del gioco d’azzardo. Dietro Dodds e Wilbraham c’è però Hammond, un magnate dell’alimentazione che rileva gli enormi crediti verso la società acquistata da Leonard e in questo modo spera di diventare padrone della Compagnia del vecchio Oldfield, col quale è in competizione da anni. Capitalismo, quindi, puro capitalismo, un sistema che l’Autore di La compagnia degli uomini definisce «di tutto rispetto. Abbraccia la morale della mafia: niente sentimenti, sopravvivere perché si è i più forti e i più spietati. Diversamente dalla mafia, opera entro i confini della legge» (Programma di sala, p. 6).
Che cos’hanno in comune la mafia, Sebastian Bosse, il capitalismo? Una profonda pulsione di morte che dà ragione a Elias Canetti, per il quale «La morte come desiderio si trova davvero ovunque, e non è necessario scavare molto nell’uomo per trarla alla luce»1.
E tutto, infatti, qui appare mortale e nello stesso tempo colmo della disperata vitalità con la quale i sei uomini -l’ultimo è il servitore Bartley, dall’oscuro passato- cercano di ottenere i propri obiettivi, diversi ma convergenti verso un allontanamento della morte per il tramite del danaro. Con i soldi, Wilbraham può continuare a giocare e a puntare sui cavalli ancora per qualche giorno; con i soldi, Bartley può comprarsi le casse di alcol nelle quali annega i suoi ricordi di morte; con i soldi, l’impiegato Dodds può scongiurare lo spettro della miseria e della morte sociale; con i soldi Hammond può realizzare il progetto di offrire alle popolazioni dei continenti affamati cibo e armi, per morire non di fame ma di guerra; con i soldi Oldfield può controllare la vita che gli sfugge inesorabile; con i soldi il giovane Leonard potrà finalmente ottenere la stima del padre adottivo che lo raccolse sul gradino di casa dove era stato abbandonato alla compassione o a morte sicura. L’equazione tra i soldi e la vita esprime in modo palese e radicale la tesi secondo cui “il tempo è danaro” e quindi l’accumularsi del danaro può significare il moltiplicarsi dei giorni in cui si è ancora vivi.
Anche per questo è vero che In the Company of Men «è scritto nella carne, nel sangue, nel dolore, nella gioia, nello shock macinati nei mulini del tempo in ogni secondo delle nostre vite», come afferma il suo autore (Programma di sala, p. 8 ) ed è vero che si tratta di «una bella storia di spietata durezza» come dice il suo regista (Ivi, p. 10). Una storia del tutto contemporanea, scritta in un linguaggio duro e appassionato, esplicito e ambiguo, sincopato ed epico. Ma una storia capace anche di restituire l’eternità drammaturgica di modelli quali Sofocle, Shakespeare, Calderon de la Barca, Dostoevskij. Edipo, le figlie di Re Lear, Sigismondo, i fratelli Karamazov prendono figura, vita, parola in Leonard, nella sua disperata competizione col padre, nel suo duplice sentimento verso di lui, nel suo infantile bisogno del tempo e dello sguardo di Oldfield.

Un dramma come questo è affidato alla fisicità degli attori, veramente e tutti straordinari perché capaci di restituire il sottile confine tra abiezione e innocenza, consapevolezza e cecità, volontà e destino. La scenografia è quasi inesistente, scarna e dura come il testo. Un testo scelto da Ronconi quale «gesto necessario oggi, in Italia, al Piccolo, in una città come Milano» (Ivi, p. 13). E infatti buona parte del pubblico è rimasta perplessa e ha cercato in vario modo di esorcizzare il testo e la sua rappresentazione. Un pubblico non più abituato alla radicalità del grande teatro, allo smascheramento politico e psicologico del presente, a ciò che la parola letteraria ci ricorda e che qui Bond fa dire a Leonard: «I morti passano l’eternità a dire il vero e nessuno li può ascoltare».

Nota
1 E. Canetti, Massa e potere (Masse und Macht, 1960), trad. di F. Jesi, Adelphi, Milano 1981, p. 87.

Teatro Studio – Milano
20 novembre
di Lars Norén
Traduzione di Annuska Palme Sanavio
Impianto scenico di Marco Rossi
Regia di Fausto Russo Alesi
Con Fausto Russo Alesi
Produzione Piccolo Teatro di Milano
Teatro d’Europa
Dicembre 2010

Piccolo Teatro Grassi – Milano
La compagnia degli uomini
di Edward Bond
Traduzione di Franco Quadri e Pietro Faiella
Con: Riccardo Bini (Dodds), Giovanni Crippa (Wilbraham), Marco Foschi (Leonard Oldfield), Paolo Pierobon (Bartley), Gianrico Tedeschi (Oldfield), Carlo Valli (Hammond)
Produzione: Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
Regia di Luca Ronconi
Sino al 26 febbraio 2011

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