Oltre la morte?

Di: Alberto Giovanni Biuso
4 febbraio 2011

Le persone che più amiamo, quelle senza le quali è impossibile pensarci vivi, sereni. Il vincolo biologico, psichico, relazionale, quotidiano che a loro ci lega in un nodo indissolubile dentro il quale noi siamo una parte, come una parte è l’altro, sono gli altri. E quanto più giovani siamo e sono coloro che amiamo, tanto più illimitata ci appare la vita in loro compagnia.

All’improvviso, però, può accadere. In una giornata qualsiasi, mentre Jason -11 anni circa- va a prendere qualcosa in farmacia per la madre, un camioncino lo investe. Marcus, suo inseparabile gemello, non può accettare la morte del fratello «maggiore di 12 minuti». Porta con sé le sue ceneri, indossa il suo berrettino, ruba dei soldi per consultare sensitivi di vario genere che lo possano mettere in contatto con ciò che rimane di Jason. Ciarlatani, in realtà. Ma quando incontra casualmente George Lonegan, un vero sensitivo che schiacciato dal peso del suo dono – «dono? In realtà la mia è una condanna»- ha rinunciato a ogni guadagno e fa l’operaio precario, Marcus riesce a parlare con il fratello, il quale gli dice che si trova in qualcosa di «molto figo» e gli chiede, gli impone, di non indossare più il suo cappellino, poiché Marcus deve ormai essere Marcus e non più Jason.

All’improvviso però può accadere. In una mattina qualsiasi del dicembre 2004, Marie -affermatissima giornalista televisiva- si trova in vacanza in Indonesia con il proprio regista e amante. Esce prima di lui dall’albergo per acquistare dei regali e per strada sente spirare un vento fortissimo, vede i pali della corrente elettrica cadere uno dopo l’altro, è investita da una enorme ondata. È lo tsunami. Corre, certo, Marie ma il mare corre più veloce. L’acqua la circonda, la sovrasta, entra in lei. Con uno sforzo istintivo e assoluto, Marie riesce a risalire in superficie ma la carcassa di un’automobile la colpisce e torna a fondo. Diventa una delle migliaia di vittime, che i soccorritori tentano invano di rianimare. Un singulto però la scuote, l’acqua esce dai polmoni. È viva. In quell’intervallo -secondi, minuti?- è rimasta sospesa e ha visto. Ha visto ombre sullo sfondo di una luce abbagliante ma serena, ha visto qualcosa che non sta in un luogo, in un tempo, qualcosa che esiste Hereafter. Tornata in Francia, tornata al lavoro, non riesce più a concentrarsi sugli obiettivi che prima erano fondamentali per lei. Invece di scrivere la promessa biografia di Mitterrand, si documenta sugli stati tra la vita e la morte e pubblica un libro che viene invitata a presentare a Londra. È in questa occasione che George aveva incontrato Marcus, è in questa occasione che si incontrano anche George e Marie. L’uno che sente le voci e vede le figure dei morti, l’altra che è stata per un attimo morta. Non sapremo che cosa si diranno. Sul loro incontro, infatti, il film si chiude.

A Clint Eastwood è piaciuta molto la sceneggiatura di Peter Morgan e ne ha tratto un’opera che è certamente un azzardo. Il tema, infatti, è ai limiti del dicibile ma soprattutto è ai limiti del rappresentabile. Il regista cerca dunque di adottare una tonalità quanto più possibile sobria; le raffigurazioni dell’oltre sono le stesse che da sempre le testimonianze dei quasi morti presentano: un candore abbagliante ma sereno dentro il quale si muovono ologrammi somiglianti a dei corpi. La soluzione narrativa è costituita dalle tre storie che procedono parallele e alle fine si incontrano; una soluzione che rende il film scorrevole ma anche prevedibile. La maggiore perplessità riguarda naturalmente il tema stesso, la possibilità del tutto improbabile -per non dire impossibile- di un qualche contatto reale tra gli umani che sono viventi e coloro che viventi sono stati. La materia è eterna, certo, ma la materia non i suoi aggregati, tanto meno quelli consapevoli di sé e dunque estremamente complessi. Complessità che una volta dissolta non può ricomporsi. Lo vietano le leggi dell’entropia e della fisica. Per quello che ne sappiamo, certo, ma è a partire da ciò che sappiamo che possiamo parlare. In realtà, questo è un territorio nel quale sguazzano quei ciarlatani e truffatori che alcune scene del film mettono alla berlina. Senza che però tale consapevolezza impedisca a Hereafter di cadere in un deludente clima New Age.
Belle tre scene: la ragazza incontrata da George in un corso di cucina e che non regge il peso della verità che pure lei stessa aveva voluto a tutti i costi conoscere; le parole con cui George cerca di rincuorare il piccolo Marcus mentendogli, qui regista e attore -un davvero eccellente Damon- sono riusciti a restituire all’interno della finzione che è il cinema una finzione di secondo grado; infine, la magnifica scena dello tsunami, un concentrato raro di tecnologia e psicologia.

Nonostante questo, da Clint Eastwood, dal suo saggio disincanto, mi sarei aspettato qualcosa di diverso, di più vero, di meno banale. Ma la verità del morire è forse l’unica della quale -pur essendo onnipresente- non possiamo parlare se non per dire la sua materica, temporale, inevitabile potenza.

Clint Eastwood
Hereafter
Usa, 2010
Soggetto e sceneggiatura di Peter Morgan
Con: Matt Damon (George Lonegan), Cécile de France (Marie Lelay), Frankie McLaren (Marcus), George McLaren (Jason)

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