Parole al vento

Di: Giusy Randazzo
4 febbraio 2011

Il tavolo rettangolare era al centro. C’era chi stava seduto a scribacchiare lettere che non avrebbe ricevuto nessuno o poesie privatissime senza versi. Il tipo un po’ curvo passeggiava andando da una parete all’altra. Uno parlava con un uomo che fissava i suoi abiti o il pavimento. Un gruppetto era di fronte al televisore, ma il più giovane si alzava continuamente dal divano per spegnerlo. Poi lo riaccendeva. Urlava qualche amico, il resto rideva o si assentava. Le finestre davano su un giardino sfiorito, ben delimitato da muri altissimi in cui l’edera si era appiccicata per sempre. L’infermiere spingeva sulla sedia a rotelle qualcuno, che molti anni prima era stata un ragazzo. Aveva tentato il suicidio gettandosi dalla finestra di un appartamento al terzo piano e purtroppo si era salvato. Almeno così pareva a vederlo respirare. Null’altro. Le vetrate dentro il salone correvano per tutta la parete laterale. Si aprivano al centro come porte antipanico. Sulla sua sedia Ada trascorreva la giornata. Osservava ogni cosa attraverso i vetri. L’unico movimento che si concedeva. La gente colorata che incontrava gli ospiti e gli alberi muti che ogni tanto si spogliavano. Il paesaggio non cambiava di tanto. Al mattino la portavano nel suo angolo. A pranzo la conducevano nel refettorio. La imboccavano. Mangiava. La riportavano nel suo angolo. Alla sera l’accompagnavano nella stanzetta dove dormiva. Poi la luce tornava e il ritmo fermo riprendeva identico. C’era molto da fare a Villa Sofia, poco da dire. Il dottore di turno era uno nuovo, che di quel posto conosceva soltanto le cartelle di ognuno che aveva studiato. Fogli sistemati in uno schedario. Muti di emozioni e di volti. Da qualche giorno tentava di parlarle.

«È inutile. Mi creda» disse l’infermiere passandogli accanto.

Il dottore si era seduto di fronte ad Ada e la guardava in silenzio, ormai cosciente che non gli avrebbe risposto.

«Sta qui da dieci anni, ma non ho mai sentito la sua voce» riprese.

«Immagino. Ho letto la sua scheda»

«Ne ho visti passare di psicologi e psichiatri che hanno fatto di tutto per comunicare con lei. Sembra impossibile che una donna tanto intelligente e stimata possa finire così. Dopotutto ha soltanto sessantatre anni».

«Ha mai letto i suoi libri?» chiese il dottore girandosi verso di lui.

«Io? No…no… Per la verità» aggiunse tentennando «uno l’ho comprato, ma ho capito soltanto quello che volevo capire» disse con un sorriso, grattandosi la fronte.

«Pare però che non scrivesse soltanto saggi»

«Ah, sì? Questo non lo sapevo. E sono stati pubblicati?» domandò sorpreso.

Il dottore rispose con un cenno della voce e un’incerta espressione sul viso e l’uomo continuò.

«Comunque, non viene mai nessuno qui per la nostra saggia Ada. Ogni tanto si vedeva sua madre, ma deve essere morta o troppo vecchia per muoversi. Ha due figli, se non sbaglio, ormai grandi»

«Vedo che sa parecchio di questa donna».

L’infermiere si avvicinò ad Ada, indifferente ai loro discorsi, e si rannicchiò sulle gambe per osservarla, poggiando una mano sulla sedia.

«Guardi, dottore. Si metta anche lei qui. La osservi. L’ho fatto tante volte».

Il giovane medico si spostò.

«Fissi i suoi occhi. Guardi le pupille. Si muovono. Seguono qualcosa. Lo so. Lo sento. Ada rivive la sua vita, il tempo che è stata. Sicuramente sta pensando. Magari ha elaborato delle nuove teorie e se le porterà nella tomba. Magari lei ha capito tutto e preferisce il mutismo. Nessuno sa che cosa sia successo. L’hanno sottoposta inizialmente a tutti i possibili accertamenti. Non è emerso nulla. Nulla. D’un tratto, un giorno, ha staccato la spina e il mondo si è ridotto a questo» affermò alzandosi e indicando il giardino di fronte a lei.

«Non ha mai detto una parola in questi dieci anni?»

«Neanche una. Mai. E aggiungo un’altra cosa. Io le sono molto affezionato, sa? Ogni tanto vengo qui e la faccio camminare, ma so che non lo gradisce, così quando arriva la primavera la porto nel giardino. Ci sediamo e le parlo. Io, dottore, le parlo dei fatti miei, dei miei problemi. Lei non mi risponde, ovviamente. Osserva qualcosa e finisco anch’io per seguire quello che guarda lei e dopo un po’ tutto compare» disse facendo un segno nell’aria con la mano aperta.

«In che senso tutto compare

«Non so, magari le sembrerò un po’ andato. E forse è così. Stare qui dentro dopotutto avrà i suoi effetti» cominciò sorridendo. «Intendo che mi accorgo delle piccole cose. Quelle che non osserviamo, che guardiamo e basta. I piccoli insetti o i piedi delle persone o qualcuno che di solito è invisibile o la terra aggredita dall’erba o proprio quel filo d’erba o la gomma arrotolata di lato o i mattoni del vialetto o quel vano scorticato nel muro o il vento che smuove le foglie contro il loro volere. A volte mi sembra che soffra ogni cosa e comprendo che tutto è innocente, persino io stesso… E allora mi ritorna in mente una frase di Ada, che ho imparato a memoria, anche se inizialmente non la capivo… Riemerge la gioia in questo stare insieme di qualsiasi frammento. La somma dei singoli dolori è la bellezza del mondo che ognuno libera dagli affanni… E così la mia amica Ada, senza dire una parola, insomma, ridimensiona i miei problemi, le mie preoccupazioni… o, non so, forse mi permette di comprendere che non sono solo. E quando la riporto indietro, nel suo angolo di paradiso che noi pensiamo sia il suo inferno, capisco ancora di più. Capisco che Ada non ha più nulla da aggiungere. Capisco che adesso lei è libera. E soprattutto capisco, dottore, che la maggior parte di quello che diciamo di solito –noi vivi- è fiato sprecato. Se fosse vento sarebbe già una gran cosa» concluse.

Sorrise al medico che l’ascoltava silenzioso. Si sentì forse inopportuno e senza dire altro tornò al lavoro.

Il giovane dottore, dopo le consuete visite, trascorreva il suo tempo con Ada. Sempre nello stesso cantuccio del salone di fronte alla vetrata che dava sul giardino. Le leggeva brani dei saggi che un tempo lei aveva scritto. Li commentava o stava in silenzio con lei. A volte le stringeva la mano raccontandole della sua vita. Le mostrava le foto di un’esistenza che si apriva alla tipica quotidianità degli adulti. La sua casa, la sua compagna e il suo piccolo bimbo.

«Guarda questa. Questa è la mia famiglia. Quella di un tempo. Così me la voglio ricordare».

Sapeva che le condizioni di Ada non lasciavano scampo. Il suo cuore era sempre più debole. Presto si sarebbe fermato. E passarono i mesi. E giunse la primavera.

«Lei ha scelto di venire qui. Si sarà però già accorto che non è facile convivere con tanto dolore. Per questo vorrei dirle di non perdere troppo tempo con quella donna, dottore» le disse un giorno il direttore. «Sta morendo. Lo sa, vero?»

«Ne sono consapevole»

«Allora perché rischiare, al suo primo incarico, di affezionarsi a un paziente che è destinato a morire a breve? Si protegga»

«Io sono uno psichiatra, ma prima ancora sono un medico. Per me la vita è preziosa, breve o lunga che sia. Se la prossima cosa che dovrò imparare sarà il distacco dai miei pazienti e per farlo dovrò passare per la via stretta, sono pronto. Io ritengo che ci siano i termini perché Ada possa ritornare anche un’ultima volta tra noi»

«Tra noi? E a che serve? Lo sa che nessuno la viene a trovare da anni? Lo sa che ha due figli che sembrano spariti nel nulla? E fratelli e sorelle? E parenti? Ha persino un marito. E l’unica azione che compie per quella donna è pagare la retta per farla star qui. Neanche ogni mese. Troppo faticoso. Lo fa anticipandone sei alla volta. Nell’ultimo accredito erano soltanto tre, però. Perché? Si domanderà. Glielo dico io. Sa che sta morendo e non vuole di certo perdere del denaro. Sono il direttore di questo posto da sei anni, non ho mai visto quell’uomo. Non so neppure come si chiami. Comunica soltanto con la segreteria. Mi dica allora, collega: la vuol far tornare tra noi perché si possa rendere conto che sta morendo da sola, abbandonata da tutti? Questo è il dono che le vuol fare?».

Il giovane medico chinò il capo senza rispondere. Forse persino mortificato.

«Se è tutto, vorrei ritornare al mio lavoro»

«È tutto. Vada, vada. E faccia come crede».

Continuò a trascorrere il tempo con Ada, attento anche agli altri pazienti. Ogni tanto la prendeva sottobraccio e la portava a passeggio, accarezzandole sempre la mano.

«Qualcuno ha scritto sulla tua scheda che molto probabilmente la causa di questo stato semi-vegetativo è stato il tuo lavoro. Troppo pensare. Io però ho letto ogni cosa che hai scritto. I racconti, i romanzi e non soltanto i saggi. È vero, per quanto ironica possa essere a volte la tua scrittura, c’è una vena di tristezza che l’attraversa sempre. Come un disincanto. Ho letto alcune tue storie a mio figlio, sai? Si chiama Simone. Ti piace questo nome?… Non importa. Gli sono piaciute. Così ogni sera, prima che vada a dormire mi chiede di leggergli qualcosa di tuo. E lo faccio. Non so se comprende tutto. Non importa… Ho segnato molte cose. Poi le ho trascritte. Ho fatto un lavoro da detective» disse sorridente. «Sì, da detective. Perché tu sei là. In quello che hai scritto. Ho notato che c’è una frase che ritorna spesso: “Il mondo mi confonde”. E poi un’altra: “È importante esser creduti”. Nessuno a casa aveva capito, vero? Nessuno aveva capito quanto soffrissi a comprendere l’insensatezza del mondo, la sua follia, la sua violenza. Immagino che si trasformasse delle volte persino in un incubo reale, quando tuo marito urlava o quando i tuoi figli non capivano che quel papà tanto giocherellone in realtà era il tuo carnefice. Hai resistito per loro, anche se non ti credevano, come il resto della gente che conoscevi. Nessuno avrebbe scommesso che in quella coppia la più debole eri tu. Tu che sembravi presuntuosa, sicura, superba, saccente, instabile, folle. Persino i tuoi figli, che amavi più di ogni altra cosa. Ti eri nascosta anche a loro. Ti proteggevi divenendo tu stessa il personaggio che non descrivevi mai. Quello che si salvava, quello che lottava e vinceva. Ma era un’altra finzione. Nella tua vita speravi di rappresentare l’unica storia che mai avevi scritto. La storia della salvezza. Poi hai capito che non era possibile… Sai come so così tanto? No, non perché sia talmente bravo da averlo dedotto dai tuoi testi».

La fece accomodare su una panchina. Si sedette accanto. Appoggiò la sua mano sotto il mento di lei e lentamente la fece voltare verso di lui. La guardò negli occhi. Le sistemò una ciocca di capelli grigi, sfuggita al tupè, dietro all’orecchio.

«Sei ancora bella. La più bella del mondo».

Chinò la testa. Guardò il suo camice bianco e poi di nuovo lei.

«Sono un medico. Vedi? Il tuo medico, ma so già che non ti guarirò. Ho letto il tuo diario. Sono riuscito a recuperarlo. E ho capito».

Pianse il giovane medico e le baciò le mani, chiedendole perdono per il mondo e per quell’antico silenzio in cui era stata costretta a vivere.

«Scusami, scusami. Aveva ragione quel vecchio infermiere, con te si finisce sempre col parlare di sé, in qualche strano modo. Forse tentando di trovare la cura per vivere meglio, per risentirsi innocenti… né vittime né carnefici. Sembra che tu ce l’abbia fatta. Io so che coloro che ti hanno amata non vengono a trovarti perché non è facile pensarti felice in questo stato. Non possono accettare di vederti indifferente, non possono credere che ci sei ancora e pur non tendi loro le braccia, non sorridi, non domandi, non ascolti. Lo so, è un alibi per la loro vigliaccheria. Preferiscono pensarti morta, forse. Piangerti o accusarti per quello che avresti potuto fare e non hai fatto. Sanno bene, però, che se soltanto uno di loro fosse finito qui dentro, tu, non te ne saresti dimenticata e questo posto sarebbe divenuto la tua casa… Sono qui, a parlarti e non sono più certo che mi ascolti. Farfuglio discorsi senza senso. Parole al vento. Nient’altro. Non dovrei chiederti nulla. Dovrei stare qui, in silenzio, ad ascoltare il tuo silenzio. Non è te che voglio aiutare…ma me stesso… Parlo nella speranza che sia tu ad aiutare me… Soltanto tu puoi farlo. Avresti potuto e sono sicuro che avresti trovato le parole giuste. Che mi avresti compreso e capito e sollevato da questo peso che è diventato un macigno. Da quando ho letto il tuo diario, ho il terrore di svegliarmi un giorno sapendo di dover convivere per sempre con la mia colpa. Poi mi dico che non è così, che anch’io ho subito la vita e i suoi eventi… Non posso vivere, però, vedendo tutto questo. Forse è la soluzione migliore quella che hai trovato tu. Il tuo viso è sereno e la tua dolcezza è visibile. Come se la verità necessitasse di un tale sacrificio per poter essere colta. Questa sei. Trasparente a tutti, adesso. Anche a me. Io ti ho capita, finalmente. Il tuo silenzio m’investe e mi fa tremare. E mentre ti salva ai miei occhi e a quelli del mondo… non mi salva… Tutt’altro. Aiutami… Non mi vuoi un po’ di bene?».

Sul volto di Ada comparve una strana espressione. La prima dopo mesi che la osservava. Corrugò la fronte e sembrò sorridere. E mentre il giovane medico si riprendeva dallo stupore, Ada poggiò la testa sulla sua spalla. Fece un lungo respiro. Gli strinse la mano. L’avvicinò lentamente alle labbra. La baciò. La sfiorò di nuovo con la delicatezza di chi ama. E poi, in silenzio, morì.

L’uomo nascose il viso tra i suoi capelli e s’inebriò del profumo ancora vivo. Poggiò poi la guancia sul capo abbandonato.

«Grazie… grazie…» le sussurrò con lo sguardo annegato nelle lacrime.

La prese tra le braccia e la strinse a sé come una bambina. Sulle sue gambe. Da lontano qualcuno vide la scena. Arrivarono ospiti, infermieri e colleghi e in ultimo il direttore. Il dottore cullava la piccola Ada.

«Ssssh…» disse loro piangendo. «La mia mamma si è addormentata per sempre».

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