Aspasia, la maestra

Di: Giusy Randazzo
8 marzo 2011

Il saggio su Aspasia di Daniela Mazzon è scritto con uno stile che sta tra il saggio storico romanzato di un tempo e lo stile scientifico contemporaneo. Si tratta di una via di mezzo che non allontana, anche se spesso può lasciare un po’ perplessi. Si amplia comunque, in tal maniera, il raggio dei possibili lettori che superando la schiera degli intellettuali si apre a un pubblico di colti e meno colti attirati, più che dal gossip storico sul legame dell’etera con Pericle, dalla figura di una donna incantevole e saggia. Ad Atene -come ho avuto modo di illustrare nel numero 4 di Vita pensata (ottobre, 2010)- le donne che potevano disporre con libertà del loro corpo e del loro tempo erano soltanto le etere. Non è del tutto corretto definirle prostitute, poiché avevano facoltà di scegliere il loro uomo e vivere con lui in libertà.

«Il termine ‘etera’, nel significato più semplice e immediato significa ‘compagna’, con un rapporto paritario rispetto all’uomo che ha al suo fianco» (p. 62).

Il grado più infimo di prostituzione era quello delle pornai, che in realtà non decidevano sul loro destino poiché tutte le nate potenzialmente potevano divenirlo. Spiega la Mazzon, infatti, che «“un figlio maschio lo alleva anche il povero, ma una figlia femmina la espone anche chi è ricco” […]. Se rimane zitella, è un peso per il bilancio di casa. Magari, mentre si ritorna verso la propria abitazione, si può avere la fortuna di trovare un dono simile: una schiava in fasce, da avviare, appena possibile, ai lavori domestici, al proprio letto o alla prostituzione» (p. 59).

Le etere, al contrario, non vivevano in postriboli o lupanari e pare che non fossero soltanto belle ma anche colte. Aspasia era una di loro. Non lo crede fino in fondo la Mazzon, per la quale Aspasia –sebbene da sempre individuata come tale- era una metèca proveniente da una ricca famiglia di Mileto che si imparentò con gli Alcmeonidi, a cui Pericle apparteneva. Era nata nel 470 circa a Mileto e «ricevette fin dall’infanzia un’istruzione di altissimo livello» (p. 19). La tesi, ci spiega la Mazzon, è di Peter J. Bicknell e pare più attendibile di quelle che la ritengono una schiava «proveniente da una regione occidentale della Turchia, la Caria» (p. 19). Incontrò Pericle quando era una ventenne, da poco trasferitasi a Mileto al seguito del cognato, Alcibiade il Vecchio, e della sua famiglia, dopo probabilmente la morte del padre.

L’autrice lascia spesso Aspasia per seguire le vicende di Mileto prima e Atene poi sin dalle guerre persiane. A Pericle è dedicata la gran parte del testo. Zooma anche sulla moglie, che dapprima va in sposa a Ipponico –da cui ebbe un figlio, Callia- e in seguito al grande statista, suo stretto parente «per perpetuare la discendenza delle casate» (p. 35). A Pericle diede due figli, Santippo e Paralo. Nel 445 avvenne il divorzio. La relazione tra Pericle e Aspasia era già di pubblico dominio «e forse era già nato il figlio, Pericle il Giovane» (n. p. 43). I figli legittimi sembra avessero in odio sia Aspasia sia il padre, nonostante questi soffrì molto alla morte dei due -durante la peste ad Atene, in cui egli stesso perderà la vita- tanto da ottenere dal popolo una deroga sulla legge riguardante il diritto di cittadinanza che era stato «ristretto da Pericle stesso con le leggi del 451-450, e riservato ai figli di genitori entrambi ateniesi» (p. 48) per consentire all’unico suo discendente -Pericle il Giovane, per l’appunto- di essere iscritto nelle liste delle fratrìe, divenendo legittimo.

Come si sa, le etere erano per lo più compagne di uomini influenti e dunque spesso erano oggetto di vendette trasversali. Noti sono i processi contro Neera, contro Frine e ancora più famoso quello contro Aspasia, «trascinata in giudizio, dietro denuncia del commediografo Ermippo, per rispondere al reato di empietà» (p. 81) e di «corruzione di donne oneste» (Ibidem). Fu difesa dallo stesso Pericle che riuscì a salvarle la vita.

Una parte della cittadinanza ateniese era convinta che Aspasia fosse non soltanto la compagna di Pericle ma anche sua consigliera e che addirittura influenzasse di molto le decisioni dello statista.

Nel 440 fa approvare dal popolo di Atene una spedizione militare contro Samo, antica rivale di Mileto. Si dice che lo abbia fatto per compiacere Aspasia, la quale era stata portavoce dei suoi concittadini. Le due città si contendevano il possesso di Priene. […] Nel 439 lo stratega ottiene la vittoria definitiva, fa abbattere le mura di cinta, s’impossessa della flotta navale e ordina alla cittadinanza di pagare forti ammende. Si macchia poi di atti di una crudeltà inaudita, dietro ai quali si vede l’ombra funesta e vendicativa di Aspasia. (pp. 70-71)

Non è finita. Aspasia è paragonata dai commediografi dell’epoca -come Cratilo ed Eupoli- alla bella Elena. La guerra del Peloponneso, secondo la Mazzon, divamperebbe, infatti, anche a causa dell’etera più famosa di Atene, stando ai versi del commediografo Aristofane, indirettamente confermati dalle ombre sulle cause dello scontro su cui ancora gli storici dibattono.

Pericle morirà nel 429 e Aspasia, dopo pochi mesi dalla sua morte, «aveva già trovato un corteggiatore di suo gradimento, con il quale avrà una relazione brevissima, ma intensa» (p. 138) e dal quale avrà un altro figlio.

Pericle il Giovane diverrà uno stratega apprezzato. Nel 406 combatte alle Arginuse contro la flotta spartana. È vittima, però, della ben nota denuncia riferita da Socrate nell’Apologia. Pur essendo vittorioso, insieme con cinque strateghi è accusato per non aver raccolto i naufraghi durante la battaglia, poiché era scoppiata la tempesta. Viene condannato a morte. Socrate è l’unico a opporsi al verdetto, ma la condanna è eseguita. La dinastia di Pericle è così estinta. Aspasia con molta probabilità muore prima del 399, anno dell’uccisione di Socrate.

La Mazzon ritiene, seguendo le tracce di Aspasia in Senofonte, Eschine di Sfetto, Antistene Socratico e Sinesio di Cirene, che la donna fosse considerata maestra in economia e in arte erotica, che Socrate in realtà fosse stato introdotto «nelle cose dell’amore» (Simposio, 201d) non da Diotima di Mantinea ma proprio da Aspasia. Ricrea così due salotti in cui Aspasia si rivolge agli ospiti spiegando e intrattenendoli con la sua sapienza.

Conclude la ricostruzione storica riportando alcuni versi del canto XXX di Leopardi, intitolato per l’appunto Aspasia.

Né tu finor giammai quel che tu stessa/ Inspirasti alcun tempo al mio pensiero,/ Potesti, Aspasia, immaginar. Non sai/ Che smisurato amor, che affanni intensi,/ Che indicibili moti e che deliri/ Movesti in me; né verrà tempo alcuno/ Che tu l’intenda.

La lettura di Aspasia – maestra e amante di Pericle della Mazzon è senza dubbio proficua, sebbene più spesso la narratrice abbia la meglio sulla storica, forse a danno della scientificità del testo ma senza dubbio a vantaggio del lettore meno esperto. È indubbio d’altronde che la scrittrice, essendo un’insegnante liceale, sappia come coinvolgere il pubblico più restio a certe letture. E questo è un grande merito, che bisogna rilevare. Non soltanto è evidente la preparazione della Mazzon ma anche il suo intento didattico, riuscito.

Daniela Mazzon
Aspasia. Maestra e amante di Pericle
EdizioniAnordest
Villorba (TV) 2011
Pagine 221

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