E pensare che c’era il pensiero

Di: Giusy Randazzo
8 marzo 2011

Secondo Schopenhauer la musica è un quietivo per l’essere umano, con tutti i significati a cui può rinviare: dal semplice ascolto catartico al più profondo soliloquio interiore; dallo smascheramento della realtà all’intima liberazione da quel mondo che, come una giostra o una ballerina impazzita, volteggia freneticamente trascinandoci impotenti dietro di sé, attaccati alla superficie o alla gonna.

Il testo di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, riproposto in questo spettacolo da Maddalena Crippa, risale al 1994 ed è senza dubbio profetico. È il ritorno del teatro-canzone, di cui Gaber e Luporini sono stati artefici iniziali, che coinvolge perché lascia lo spazio allo spettatore per costruirsi il suo discorso interiore, per meditare sul messaggio che intende far proprio, per parlarsi e riconoscersi e riflettere su chi è, su cosa è divenuto e su cosa fa. L’inizio dello spettacolo prometteva già bene, ma il prosieguo ha superato di gran lunga le aspettative. La Crippa, con una verve e una energia sbalorditive, si è presentata sul palcoscenico, cantando e recitando, con tutta la sua femminilità urlante, vera e semplice, che già di per sé era una lezione politica di cui la nostra Italia necessita. Neppure truccata, con un abitino nero, i calzini arrotolati e gli anfibi. Il suo corpo parlava a tutte le donne e spiegava a tutti gli uomini quanto femmina si può essere senza bisogno di belletti posticci e sguardi ammiccanti. Basta essere una persona che vuole esserci con i suoi sentimenti e con la sua fede.

Lo spettacolo ha inizio con una sedia, che sta lì, ben illuminata, intorno il buio, mentre la voce di Maddalena Crippa -che interpreta il monologo di Gaber- si fa doppia e riflette su come spostare la sedia. Sembra una cosa semplice e invece non lo è, tanto da dar luogo ad approfondite analisi che approdano alla necessità di rivolgersi a una figura ben autorevole o a un cambiamento della Costituzione o addirittura a proporre un referendum, il problema è che «non si troveranno mai cinquecentomila firme per spostare una sedia». La soluzione pare dunque quella delle elezioni anticipate, ma «sarebbe troppo grave per il Paese». Così si giunge alla decisione: il punto di incontro su cui parlare e parlare ovvero «il problema grave della sedia da spostare». Insomma, la sedia resta lì, mentre noi italiani, donne o uomini, siamo completamente fuori dalla scena, come cantava la Crippa, e «la nostra vera colpa è un voto». Eppure l’invito a esserci come persone, a ritentare di ricostruire la realtà partendo da noi, cominciando dal disvelamento, era chiaro e sentito. Arrivava al pubblico potentemente con la musica che si trasformava in parole e le parole che sembravano musica. Le stesse che, in quest’epoca di chiacchiere, ormai sono logore, non rappresentano più il mondo che gira per conto suo, confusamente e in modo deviante, a tal punto da far dire alla Crippa cantando: «Mi fa male il mondo». La riflessione non ha escluso la responsabilità del singolo, la sua silente volontà di rimanere fuori, di non prendere parte, di non voler riconoscere più necessità e urgenze. Emerge ironico il bisogno, guardandosi allo specchio, di un lifting al pensiero.

Ci affliggiamo per le scelte sbagliate che avremmo potuto evitare, per una vita che avrebbe potuto prendere un’altra direzione e cerchiamo nel nostro passato più prossimo i nostri abbagli. Forse l’errore non è recente, però, forse è antico, magari è un piccolo errore che risale all’infanzia, che ci siamo trascinati sino all’età adulta, che ci ha spinto a compiere scelte scorrette e che continua a far danno. Come quando si sbaglia un piccolo segno nelle equazioni algebriche. Un errore che all’inizio sembra davvero irrilevante, ma che poi inficia l’intero procedimento dando come risultato un numero enorme e insensato, magari pure fratto sulla radice quadrata di una cifra senza misura. «La matematica necessita di una sua estetica», come la vita. Non lo sapremo mai qual è l’errore. Se è vero però che piccole sviste possono determinare orribili risultati, allora non è bene considerare cosa da poco l’unica forza che abbiamo per esserci, per quanto piccola e insulsa ci sembri: il voto. Non conosceremo mai tutto ciò che ci fa bene e tutto ciò che ci fa male, perché il futuro è buio e le possibilità tante, ma dobbiamo rivendicare il nostro essere persone, a maggior ragione in questo tempo che ci vuole fuori dalla scena.
La Crippa incarna musiche e parole, tuffandosi in un passato da cui non soltanto vuole ridestare un genere artistico ma soprattutto resuscitare il vigore e la potenza di quelle idee che avevano ancora una forma, sorrette com’erano dalla speranza. Allarga il discorso dal singolo all’intera società, a ciò che ha determinato lo sfacelo e la perdita di ogni ideologia che diventa soltanto vacuo contrasto, gioco di forza e di potere tra destra e sinistra. Ripropone il testo musicato “Qualcuno era comunista” e la canzone “Destra e sinistra”. Forse è vero che in noi non c’è più «neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito», ma la conclusione dello spettacolo è un inno di gioia, perché ognuno si rende conto che il proprio pensiero ha davvero subito il lifting. Si esce più giovani, perché per un attimo si ha la sensazione di ritrovare la forza dell’incanto che si aveva in altri tempi. Aiuta senza dubbio anche il medley anni Sessanta di canzoni di Gaber che la Crippa intona -insieme al bravissimo pianista, Massimiliano Gagliardi, e alle coriste, Chiara Calderale, Miriam Longo, Valeria Svizzeri- richiamata a forza dagli applausi, che sono andati avanti per più di mezz’ora obbligandola a uscire sul palco ancora e ancora.

Un plauso anche alla regia di Emanuela Giordano, che ha permesso di ricostruire il significato profondo dello spettacolo attraverso il gioco di luci, di movimenti, di abiti e la semplicità della scena che pur nonostante ha segnato l’immaginazione, forzando lo spettatore -ancora una volta- a partecipare. Politica pura, nel vero senso della parola.

E pensare che c’era il pensiero
Musiche e testi: Giorgio Gaber e Sandro Luporini
Regia di Emanuela Giordano
Con Maddalena Crippa
Al piano: Massimiliano Gagliardi
Coriste: Chiara Calderale, Miriam Longo, Valeria Svizzeri
Teatro “Duse” di Genova
Dal 1° al 6 marzo 2011

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