Funambola ai bordi del pozzo: Goliarda Sapienza

Di: Giovanna Providenti
8 marzo 2011

Goliarda Sapienza (1924 -1996) si forma come attrice teatrale, svolge una breve carriera di attrice e autrice cinematografica e aiuto-regista, ma è ricordata soprattutto come autrice di romanzi. Tra questi il romanzo postumo «L’arte della gioia» scritto negli anni Settanta del Novecento, divenuto caso letterario in Francia nel 2005, riscuotendo un certo successo anche in Spagna e Germania e, dal 2008, anche in Italia. «L’arte della gioia» piace a chi si immerge nella sua lettura fino in fondo, senza remore, compiendo un processo di arricchimento personale, che porta a desiderare di trasformare il proprio modo di stare al mondo e di essere protagonisti, anche a costo di correre dei rischi, della propria vita.

Funambola

Mi sono innamorata della scrittura di Goliarda Sapienza mentre leggevo il suo romanzo L’arte della gioia. Quando poi ho avuto la fortuna di leggere, oltre agli scritti editi, le molte carte del suo archivio privato, ho cominciato a figurarmi tutto di lei: come si muoveva, cosa pensava, desiderava, sognava. Così un pomeriggio, camminando per Villa Glori, il parco di fronte casa sua dove lei andava a passeggiare, mi sono fermata su una panchina e ho cominciato a scrivere la sua biografia. Il titolo La porta è aperta, vita di Goliarda Sapienza (Villaggio Maori, Catania 2010) sarebbe arrivato molto dopo.

Man mano che andavo avanti nel lavoro di scrittura cercavo uno stile che potesse rispondere a più aspettative: non essere noioso; far conoscere la figura e la letteratura di Goliarda Sapienza a un pubblico più vasto possibile; utilizzare i molti inediti che avevo a disposizione; fare in quanto autrice, e far fare a chi mi leggerà, un’esperienza inedita, scoprendo la storia di questa donna che si definiva anticonformista e che faceva di tutto per non conformarsi ai canoni e alle norme diffuse.
Nel raccontare persone e vicende ho cercato di tenermi alla larga dall’illusione di capire e dalla tentazione di spiegare alcunché. Non volevo correre il rischio di distillare e scarnificare una storia di vita al punto di privarla del più bello: la sua poliedricità e imperfezione. Ho invece tentato di percorrere lo stesso filo impervio e non lineare su cui ha camminato Goliarda lungo la sua intensa vita con l’ambizione di essere una persona libera.
Com’è una persona libera? È una funambola, che osa attraversare la complessità dell’esistente nella maniera più imprudente possibile: in bilico tra ambiguità e contraddizioni, aspirando a trovarsi un varco tra le molte bugie per guardare alla realtà nuda dell’esistenza, senza scegliere la propria bugia in cui rifugiarsi come dentro una chiesa. Ed è una persona che ama definirsi imperfet­ta: «asserragliati da barbarica perfezione di destra e di sinistra, restiamo noi che crediamo nell’imperfezione», scriveva Goliarda nei diari degli ultimi anni.

Goliarda era una funambola ai bordi del pozzo, che cade e riemerge in maniera imprevi­sta, da persona sfaccettata qual è: ricca di conflitti interiori, insicurezze e ambivalenze, che lei prova a trasformare in risorsa:

ambivalenza che possiede tutti noi, sempre. È proprio questa ambivalenza che mi spinse trenta anni fa a iniziare il ciclo Le certezze del dubbio incentrato sulla mia persona ma in progress: e cioè, non letta, come in tutte le biografie, a un’età avanzata o giovanile, non importa, ma con l’ottica erronea di quando hai 20 anni o 60, con l’idea cardine (un sogno?) di afferrare più le contraddizioni che le coerenze. Coerenza! Parola utopica a tutto tondo che già negli anni ’40 o ’50 rappresentava una delle tante bugie ideologiche o certezze dogmatiche in nome delle quali innumerevoli lutti, crimini, dolori, ecc. hanno potuto essere perpetrati impunemente. Anche nel mio ciclo ci saranno bugie, nessuno di noi ne può essere esente ma almeno saranno a ogni passo contraddette, o rovesciate o riconosciute come errori nocivi al personaggio Iuzza-Goliarda e per questo nocive agli altri. La bugia è un boomerang che non perdona e è per questo che il sottotitolo del ciclo dovrebbe essere: Autobiografia delle contraddizioni. (Taccuini, 22/1/1990)

Dopo avere attraversato «emozioni, morti, amori» a occhi aperti, sprofondando spesso nel buio della paura e del lutto, Goliarda recupera la luce attraverso una scrittura letteraria che appoggia su «le certezze del dubbio», nei diari indicate come «cardine etico per non fare troppo male agli altri e a se stessi e da usare con grande attenzione, cura, arricchimento, umorismo e dubbio, dubbio buono sempre»1.

Fin dai tempi in cui faceva l’attrice e più che mai da quando diventa una scrittrice, in Goliarda Sapienza arte e vita si contaminano a vicenda. Dopo avere scandagliato il pozzo della sofferenza, mestiere comune a molti letterati, fa di tutto per trasformare se stessa, nella vita e nell’arte, in un’artigiana della gioia. E, per farlo, prima di trovare soluzioni ai drammi che interpreta -da attrice trasformatasi in autrice– mette in scena. Inscenando problematizza, perlustra i luoghi imprevisti dei meandri dell’animo umano, pone dilemmi, insinua dubbi, sperimenta pratiche che infrangano tabù, codici, religioni, regole e false certezze, e inventa un personaggio così trasgressivo e vitale come Modesta, la protagonista del suo romanzo più famoso, pubblicato postumo: L’Arte della gioia.

Attrice, “cinematografara” e scrittrice

La vita di Goliarda è piena di enigmaticità, incoerenze e molte insicurezze. Goliarda doveva essersi persuasa che, essendo l’esistenza in bilico tra la vita e la morte, servisse usare molta energia per ampliare vitalità, emozioni, espressione di sé, ricerca di senso, capacità d’amore. A una sua naturale ricchezza di doti artistiche (in particolare aveva una voce sublime sia nel cantare che nel recitare) Goliarda aggiungeva la tendenza al perfezionismo, che ha fatto di lei una grande artista. Però non era bella -cosa che ha influito sulla sua mancata carriera di attrice, ma non di scrittrice– né malleabile, essendo abituata a riflettere e a esprimere l’opinione propria su ogni cosa. Era anticonformista, a volte in maniera ostentata, rendendosi poco credibile. Eppure le cose che diceva cinquanta anni fa, riguardo alla politica o alla sfera delle relazioni private, appaiono oggi particolarmente profetiche.
In ogni cosa che facesse e in ogni relazione si mettesse in gioco (sempre con «sicula» passionalità) aveva la propensione ai rapporti simbiotici, a innamorarsi anche se non ricambiata, a immergersi interamente nell’universo dell’altro/a tanto da apparire a ognuno/a in un modo diverso da come apparisse a un altro/a.

Nasce a Catania nel 1924 figlia della sindacalista lombarda Maria Giudice (1880-1953) già madre di sette figli, e di Giuseppe Sapienza (1882–1949). Da piccola vive in un clima di gravi lutti famigliari: muoiono la sorella e il fratello nati poco prima e poco dopo di lei, tre dei figli della madre. Inoltre Goliardo, uno dei tre figli del padre, era morto nel 1921, forse ucciso dalla mafia che sosteneva i proprietari terrieri contro il movimento dei contadini, difeso da Maria Giudice e Giuseppe Sapienza. Trasferitasi a Roma nel 1941 vive in pieno la guerra, divenendo anche la partigiana Ester della «Brigata Vespri», guidata dal padre Giuseppe. Si ammala di TBC, e pur debole e malata si occupa della madre, Maria Giudice, ex militante socialista, che subirà periodi di ricoveri psichiatrici e le morirà fra le braccia nel 1953.

Nel frattempo Goliarda inizia la carriera teatrale a Roma, nel periodo difficile del secondo dopoguerra. Pur avendo frequentato per intero l’Accademia d’Arte drammatica, non si diploma perché contesta gli insegnamenti retrogradi dell’Accademia e forma una compagnia di avanguardia insieme ad altri ex studenti contestatari, attratti, come lei, dal metodo proposto da Stanislavskj in quegli anni. Le piace fare l’attrice perché attraverso la recitazione può esprimere la pienezza e contraddizione del suo animo, ma anche non si sente del tutto a suo agio: sia nel dovere recitare “altri da sé” sia nell’ambiente sociale del teatro.

Nel 1947 incontra il regista Citto Maselli (1930), enfant prodige, innamoratosi di lei vedendola recitare. La loro unione dura diciotto anni, un periodo molto intenso della vita di Goliarda, immersa nel mondo del cinema italiano di quegli anni: il neorealismo. A fianco del compagno, dei cui risultati artistici lei si sente responsabile, (erano una coppia anche “professionale”), Goliarda diviene autrice e regista, pur se mai riconosciuta pubblicamente. La relazione con Maselli è simbiotica al punto che Goliarda, in quel periodo, considera non necessario il proprio riconoscimento artistico. Non solo entrambi affermano di essere una persona sola, ma anche creano continui menage a trois con altre donne, che Goliarda ama profondamente con tutta la sua anima, e in cui Citto (assetato di nuove esperienze e sempre attratto sessualmente dalle donne) “presta” il suo corpo di maschio, ma senza dirlo apertamente a Goliarda, la quale forse sa forse no: è una situazione altamente ambigua, oltre che di un erotismo molto particolare. Sia Goliarda che Citto sono persone che vivono tutto molto febbrilmente, ma mentre Citto resta per lo più in superficie, Goliarda tende ad approfondire tutto, carpendo in ogni situazione e persona che frequenta la sua “verità” più autentica. Nelle relazioni con le amiche-amanti Goliarda mette in gioco tutta se stessa dando alla triade un senso di estrema profondità e intimità. Riempire di “senso” le cose che faceva e le relazioni in cui stava era una sua caratteristica. Ma quando si accorgeva del vuoto d’amore di cui finiva col circondarsi -per via della inevitabile mancanza di corrispondenza al suo eccesso di energia d’amore– si ritrovava a dover affrontare portentose crisi depressive, di vuoto e di insicurezza: assolute e sempre ai limiti del suicidio, che tenta una prima volta nel 1962 (in seguito al quale subisce una serie catastrofica di elettroshock) e poi nel 1964 in cui cade in coma.

A partire dal 1956 l’unica cosa che l’aiuti a mantenere un suo personale equilibrio e a elaborare sentimenti di vuoto e crisi depressive è lo scrivere poesie e racconti. La pratica quotidiana con la letteratura la traghetta in un nuovo luogo esistenziale: più luminoso, ricco e sano, in cui l’elaborazione del lutto si trasforma in rinascita. Accortasi dell’inevitabilità dei doppi vincoli esistenziali, trova una sua personale soluzione creativa affermando che il dubbio è l’unica certezza e la contraddizione il modo più autentico in cui vivere. Inizia così a scrivere l’autobiografia delle contraddizioni: un ciclo di romanzi autobiografici scritti in progress. I primi due Lettera aperta e Il filo di mezzogiorno vengono pubblicati da Garzanti nel 1967 e 1969, altri rimangono incompleti e inediti. Io Jean Gabin viene pubblicato postumo da Einaudi (2009). Nel 1983 e 1987 pubblica L’università di Rebibbia e Le certezze del dubbio, un’ulteriore tappa autobiografica della sua evoluzione umana e artistica.

La sua capacità di andare a fondo nella comprensione delle proprie e altrui contraddizioni e di compenetrarsi interamente nelle esistenze ed emozioni degli altri arricchisce la sua scrittura, i cui personaggi così sottilmente descritti, in tutta la loro complessità, sono destinati a insinuarsi visceralmente, suscitando irritazione o grande commozione ed entusiasmo, in chi legge i suoi romanzi.

Fare politica attraverso un romanzo: L’arte della gioia

Nei diari del 1990 Goliarda Sapienza scrive che, L’arte della gioia voleva essere «qualcosa di reale e amabile al tempo stesso: come il mare in Melville, l’amore in Proust»2.

Alla base del romanzo vi è la persuasione che l’esistenza è continuamente rinno­vabile, come la rifioritura di una pianta:

un organismo, albero di mare o di terra che sia, non cresce con un destino escatologico: basta un pezzo di radice sana per far sì che tutto il suo corpo (vegetale o animale) riprenda vigore e intelligenza. Così io non tenendo in alcun conto ormai il Tabù inventato dagli uomini per dominare il tempo (ho letto bene Proust Joyce e Pirandello) so che in qualche modo rifiorirò, volevo dire: riprenderò a vivere! 3

A mio parere, scrivendo un romanzo come questo, lei aveva l’ambizione di portare avanti una rivoluzione simbolica che mirasse a liberare uomini e donne da destini predeterminati e solo dolorosi. Per lei, il dolore è una parte inevitabile della vita: se accolto, ha la funzione di rafforzare l’anima e permetterle di rinascere. Se rigettato come qualcosa di inaccettabile diviene un male etico senza vie d’uscita.

Il movimento resta ancora lettera morta [se si continua a dare] alla reazione quello che questa si aspetta: disperazione, autodistruzione, dolore. Il vero rivoluzionario deve, oggi, contraddire con la salute, la gioia, la sua serenità diversa, questa aspettativa latente in tutte le intelligenze votate all’ordine costituito, se non fa questo tutto continuerà come sempre4.

A Goliarda non piacciono collettivi e associazioni: le sembrano un modo come un altro per evitare di assumersi responsabilità personali. Il suo modo per partecipare alla lotta giovanile e femminista degli anni Settanta è stato scrivere L’arte della gioia: un libro che va a colpire dritto nell’anima di chi legge, at­traverso una narrazione cruda, di grande forza narrativa, che rompendo ogni schema precostituito, percorrendo continue metafore di liberazione e stravolgendo le trame scontate di destini dolorosi, insinua il desiderio di essere protagonisti della propria vita. Anche a costo di correre dei rischi.

Protagonista del romanzo è una donna dotata di una coscienza in continua crescita di consapevolezza personale, che trova la propria strada verso la libertà e la gioia attraverso ricorrenti processi di rinascita. Il nome scelto è quello dell’ex cognata, non tanto in onore a lei, quanto perché quel nome contiene la stessa paradossalità del suo: così come Modesta, lungo le pagine del romanzo, mostra essere ben poco modesta, Goliarda aveva ben poco di goliardico5.

Nella prima parte del romanzo muoiono ben tre personaggi femminili, tutt’e tre figure materne della protagonista e simboli di un femminile da cui l’autrice vuole prendere le distanze: la vittima, la mistica e la donna mascolinizzata. Modesta, uccidendole, stabilisce con chi legge una sorta di patto iniziatico: se il lettore e la lettrice vogliono davvero conoscere il seguito del romanzo devono accettare di lasciar morire quelle tre donne dentro di sé ed accogliere l’irrompere di un modo di essere donna non previsto dalla tradizione culturale e letteraria del passato. L’autrice sente la necessità di uccidere simbolicamente queste donne per permettere alla femminilità esuberante e imprevedibile di Modesta di irrompere nel mondo senza più l’ostacolo della peggiore nemica delle donne: la donna stessa quando decide di racchiudere dentro una gabbia le potenzialità del femminile racchiudendolo in ruoli o caratteri troppo definiti, qualsiasi essi siano.

Da un certo punto del romanzo in poi è evidente che il percorso di liberazione e conoscenza di Modesta ha raggiunto luoghi simbolici da cui non tornare più indietro. Raggiunta l’autonomia personale e la presa di coscienza politica, come impegno rivolto a trasformare la società non aderendo a «chiese» ma passando per la propria trasformazione personale, è arrivato il momento di non essere più da sola e dedicarsi alle relazioni. Di intraprendere quel «viaggio ancora più entusiasmante di ogni spostamento fisico» che è l’amore.

Quella parola amore aveva delle scadenze improrogabili e certe come la nascita e la morte, e si doveva accettarla con la consapevolezza di non sapere perché c’era, quando e come e dove avveniva, e verso quali spiagge brulle o prati verdi ci avrebbe sospinti 6.

Le relazioni affettive, tra amanti e tra madri e figli, occupano uno spazio importante delle ultime due parti del romanzo, in cui Modesta,prima protagonista indiscussa, lascia spazio all’entrata in scena di altri personaggi altrettanto importanti: Joyce; Nina; i numerosi figli e nipoti, naturali e adottati, proiettati nel futuro come costruttori di un mondo migliore.
Modesta si relaziona con loro in un costante sforzo di artigiana della gioia, i cui attrezzi si muovono con delicata attenzione nel terreno fragile delle emozioni umane, sforzandosi di stemperare la costante minaccia proveniente da paure ed emozioni infantili.
Ormai quasi anziana e già nonna, dopo avere trascorso gran parte della vita a lavorare come artigiana della gioia, facendo attenzione a ogni suo comportamento, stato d’animo e pensiero, Modesta si accorge che ci sono cose e persone che non è possibile cambiare nè prevenire. Solo accogliere per come sono. Ed è questa la chiave dell’amore.
L’arte della gioia si conclude con la conquista dell’amore. Amore per se stessa, per il mondo, per ognuna delle persone incontrate nel passato e nel presente della sua famiglia così poco convenzionale e l’amore di coppia: «l’eccitazione vitale di sfidare il tempo in due, d’essere compagni nel dilatarlo, vivendolo il più intensamente possibile prima che scatti l‘ora dell’ultima avventura».

Un lieto fine da favola che corrisponde ad un momento felice della vita dell’autrice.
Una porta aperta dentro cui Goliarda, sostenuta per mano da Modesta, ha avuto il coraggio di entrare superando la paura d’amare.

Conclusione

Man mano che portavo avanti il mio lavoro su Goliarda Sapienza, immergendomi nelle sue vicende di vita, nei suoi dubbi e ripensamenti, nel suo estremo desiderio di autenticità, ho sentito il bisogno di rileggere L’arte della gioia e mi sono accorta che Modesta così spudorata e intelligente, è troppo brava. Troppo eroica, troppo perfetta, troppo coerente. Sa trovare a tutto soluzioni sagge e razionali e sa come non cadere mai vittima di alcun tipo di bugia ideologica. In L’arte della gioia la felicità è possibile e consiste nel far camminare insieme amore e libertà coltivando «il pieno possesso delle emozioni e la conoscenza suprema di ogni attimo prezioso che la vita ti concede in premio»7. Ma chiunque sa che quasi sempre amore e libertà sono incompatibili tra loro: e lo sono stati nella vita di Goliarda.
Allora, Modesta altro non è che l’ennesima contraddizione della sua autrice? L’ennesima porta che si apre quando ne hai chiusa un’altra? Come scriveva in una sua poesia, scartata dalla raccolta Ancestrale e rimasta inedita: «Non esistono chiavi o serrature / né sbarre, catenacci. Basta voltare / lo sguardo e spingere / piano con le mani».

Goliarda Sapienza, attraverso la scrittura sia letteraria che autobiografica, ha lavorato su se stessa in maniera radicale, perseverando nel difficile lavoro di pensare in maniera aperta e libera e giungendo all’acquisizione di una radicale autonomia di pensiero.
Per questo, non sarebbe voluta passare alla storia come un’idealista, ma come un’autrice funambola. Una funambola dalle scelte ambigue, appesa tra dubbi e contraddizioni. Una scrittrice senza lenti ideologiche affacciata in maniera aperta al futuro.

Note

1 Dai diari di Goliarda Sapienza che lei chiama Taccuini, (notes 5 del 15 ottobre 1989, p. 65), inediti.

2 Il riferimento a Melville e Proust è in Taccuini del 1990.

3 Taccuini, 17/9/1991.

4 Taccuini, 8 febbraio 1977. Ho un po’ riaggiustato il testo per renderlo più comprensibile, l’originale è: «È per questa ragione che il movimento resta ancora lettera morta per la “rivoluzione” e compagni non hanno dato altro alla reazione che quello che questa si aspettava […]».

5 In L’Arte della gioia, Stampa Alternativa, 1998, p. 97, Beatrice riferisce a Modesta che la principessa Gaia: «Dice che ha incontrato poche ragazze intelligenti e piene di volontà come te. Ed è anche molto arrabbiata perché non riesce a trovarti un nomignolo. Dice che sei l’opposto del nome che porti». La sorella di Citto Maselli, che è stata anche una nota pittrice, si chiamava Modesta Maselli, detta Titina.

6 L’arte della gioia, cit., p. 385.

7 Ivi, p. 604

Opere di Goliarda Sapienza

Edite (in ordine di data di pubblicazione)

Lettera Aperta, Garzanti, Milano, 1967 (poi Sellerio, Palermo, 1997).

Il filo di mezzogiorno, Garzanti, Milano, 1969 (poi La Tartaruga, Milano, 199?).

L’università di Rebibbia, Rizzoli, Milano, 1983 (e 2006).

Le certezze del dubbio, Pellicano libri, Roma, 1987 (poi Rizzoli, Milano, 2007).

Vengo da lontano in La guerra, il cuore, la parola, Ombra editrice, 1991.

8 poesie, tiratura personale Ruggiero Di Lollo, libretto stampato in occasione dei funerali di Goliarda Sapienza.

Postume

L’arte della gioia, Stampa Alternativa, Roma, 1998 (poi Einaudi, Torino, 2008).

Destino Coatto, Empirìa, Roma, 2002.

Io Jean Gabin, Einaudi, 2009.

In Francia sono state pubblicate da Vivien Hamy traduzioni di L’arte della gioia, Lettera Aperta e Il filo di mezzogiorno. In Germania e Spagna di L’arte della gioia.

Inedite nell’archivio “Sapienza – Pellegrino”

Lettera aperta, versione integrale, romanzo.

Appuntamento a Positano, romanzo.

Ancestrale, raccolta di poesie.

La rivolta dei fratelli, fiaba teatrale.

Il prezzo del successo, commedia in due tempi.

Due signore e un cherubino, commedia in due tempi.

Lettera aperta 3 o L’arte del dubbio, romanzo incompleto.

Amore sotto il fascismo, romanzo incompleto.

L’uomo Luchino Visconti romanzo incompleto.

Romanzo senza titolo da Goliarda nominato nei diari come Carluzzu o Romanzo su Carlo, incompleto.

Poesie non inserite nella raccolta Ancestrale.

Scrittura privata nell’archivio “Sapienza – Pellegrino”

Corrispondenza (un ampio epistolario)

Taccuini (come lei chiamava i suoi Diari) che vanno da ottobre 1976 a luglio 1996, più un diario iniziato nel 1969 ma interrotto, sogni trascritti nel 1964 e poco altro, tra fogli sparsi e inizi di diari, risalenti agli anni Sessanta

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