Il più violento dei vigliacchi

Di: Serena Casanova
9 aprile 2011

Catapultarsi per sei puntate nel mondo della mafia è un’esperienza che dovrebbe esser provata da tutti i giovani che, come me, hanno la fortuna di poter vedere la mafia come qualcosa di brutto e terribile ma lontano.
Grazie a questo film ho scoperto che la mafia, così come la sua accettazione, nasce dall’ignoranza e si sviluppa con mezzi violenti, ma soprattutto ho scoperto che è diretta da figure carismatiche, potenti, talvolta affascinanti. Di fronte a un personaggio come Riina il sentimento che sorge nello spettatore è contraddittorio: se da un lato le sue vicende provocano profondo sdegno, dall’altro le sue motivazioni paiono le più umane, essendo lui spinto dalla vera fame. L’effetto è voluto dal regista per spiegare come così tanti vengano coinvolti dalla piovra: oltre a rappresentare la più immediata via di fuga dalla povertà, il potere da essa esercitato ha un grande influsso sulla povera gente. Per i più “la mafia non esiste” o, peggio, è considerata pura quotidianità. Ma possono dei feroci crimini essere parte della vita di tutti i giorni? È giusto che le persone contrarie a questo orrore e le loro famiglie si ritrovino a dover vivere in un clima di continuo terrore? Come può essere possibile che la maggior parte dei finanziamenti statali per la Sicilia diventino soldi sporchi?
L’organismo mafioso ci viene descritto ne Il Capo dei Capi in modo efficace e semplice, quasi si trattasse di una qualunque serie televisiva a puntate. L’immortalità dell’eroico poliziotto Schirò fa quasi sorridere di fronte a quella che in realtà è la presentazione di uno dei momenti più torbidi della storia siciliana. L’irrefrenabile scalata della cosca corleonese provoca una serie di lotte in cui vengono coinvolti anche i civili, come nel caso dello sfortunato sosia dell’autista del mafioso Giuseppe Di Cristina per citare un episodio tra tanti. Le losche imprese dei “galantuomini” aumentano esponenzialmente, a pari passo con l’avidità di potere. Se in precedenza l’organizzazione mafiosa era stata presente ma silenziosa, all’arrivo di Totò, u curtu inizia l’interesse per la droga, aumentano i morti ammazzati e si rafforzano i legami con la politica e con l’amministrazione pubblica. Gli uomini d’onore non garantiscono più la pace, minacciano, legiferano servendosi della forza e agiscono in nome di un “Rispetto” che finisce con l’essere una parola di poco valore usata in questo contesto. La situazione diventa talmente insostenibile che un grande boss mafioso americano John Gambino si reca a Palermo per analizzare la faccenda e tentare di ristabilire un ordine, di cui però lo stesso Riina si propone garante. Il leader di Cosa Nostra inizia a vacillare quando, nel Maxiprocesso allestito in gran parte da Falcone e Borsellino, viene condannato in contumacia insieme a tantissimi altri mafiosi. Ciò che viene a mancare è l’appoggio di importanti membri delle istituzioni, su cui Riina aveva sempre potuto contare ma che di fronte alla giustizia -quella vera- non godono più di grandi poteri. Se in precedenza il corrotto Vito Ciancimino riusciva a essere eletto sindaco di Palermo e gli appalti siciliani erano in mano ai mafiosi, ora cominica a diminuire il controllo sulla polizia e gli organi di Stato. I numerosissimi pentiti degli anni ’80 e ’90 portano a condanne di massa e intaccano le radici dell’organismo mafioso, sia pur non spezzandolo. L’onore su cui tutto il sistema si basava viene tradito da “infami” quali il giovane Maino, Tommaso Buscetta e Baldassarre Di Maggio, detto Balduccio. Sebbene queste persone vengano mostrate come codarde, penso che la loro azione sia degna di stima. La strada da loro intrapresa è molto pericolosa, trattandosi di un attacco diretto non solo a persone capaci di violenza incontrollabile, appoggiate dalla chiesa, dal popolo ma anche da un’organizzazione in grado di minacciare gli stessi organi di giustizia e manipolare la polizia. A questo riguardo sono significativi gli accenni che vengono fatti al contatto tra l’organizzazione malavitosa e i politici di Roma, forse gli stessi che hanno il potere di allontanare Falcone dalle sue indagini in Sicilia e trasferirlo nella capitale. Un giudice incorruttibile infatti rappresenta un problema e va “tolto di mezzo”. Al tragico attentato del 24 Maggio 1992 segue l’uccisione di Borsellino, al quale viene impedito di render giustizia all’amico indagando sui suoi carnefici. Questa è però l’ultima delle sue azioni malvagie: il capo dei capi viene arrestato grazie all’aiuto del pentito Di Maggio.

È proprio in prigione che, alla fine della singolare carriera criminale, egli ricorda le tenebrose vicende della sua vita: il legame tra l’inizio delle violenze e la condizione di miseria in cui visse Riina non deve essere visto come una giustificazione ma come un movente. Anche dopo aver conquistato tutta Palermo, il ricordo delle origini non svanisce, anzi compare continuamente tra le motivazioni che lo spingono ad agire talvolta senza un progetto ben preciso ma sempre con l’intenzione di vendicare il torto subito dal destino: la morte del padre causata dagli stenti e dalle ristrettezze in cui si trovava la famiglia. La serie televisiva ci permette di conoscere, come afferma lo stesso autore Claudio Fava, la «quotidiana banalità del male» e analizzare il processo di crescita e maturazione di personaggi che ragionano secondo una logica molto lontana dalla nostra ma che provengono da un ambiente differente, cupo, in cui prendere la decisione di Biagio Schirò, ovvero scegliere il bene, è difficile e comporta rischi e discriminazioni. Tuttavia la presenza di questo personaggio nel film ci insegna che tale scelta è possibile, che quella presa da Riina e i suoi compagni non è l’unica via ma soltanto la più agevole.

Il panorama che ci rende il film delinea le vicende principali e maggiormente significative, ma non è completo. Per rendersi realmente conto di cosa possa essere questa realtà è necessario prendere in esame le testimonianze dei meno influenti, l’incubo di coloro che hanno perso i familiari che lottavano o anche solo non accettavano la legge mafiosa. Biagio Schirò rappresenta in qualche modo questa categoria di persone nel film ma la sua presenza non è forse sufficiente a rendere loro valore.
Alcune delle storie delle vittime della mafia in quegli anni vengono raccontate nel film Io ricordo. Loro per contrastare l’insensata smania di potere di Salvatore Riina hanno perso tutto, ma non si devono perdere nella memoria di chi si interessa a questi fatti.

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