Insonnia

Di: Giusy Randazzo
9 aprile 2011

Non dormiva da più di quarantotto ore. Aveva la sensazione di essere rinchiuso dentro una bara. Costretto alla vita cosciente nonostante il suo corpo non rispondesse più ad alcuno stimolo esterno. Era lucido, ma come un cervello dentro una vasca. Aveva provato di tutto, ma nulla gli aveva portato il sonno. Aveva contato numeri e cose insensate, aveva provato a non pensare, aveva seguito il battito cardiaco e il respiro, aveva costruito sogni troppo reali, aveva invocato Morfeo, l’aveva insultato, aveva pianto e si era persino picchiato. Infine aveva ceduto alla disperazione. C’era dentro. Una specie di morte a occhi aperti. Apertissimi. Non poteva neanche lavorare. Non riusciva ad articolare bene le parole e non era del tutto sicuro di essere sveglio. Chiamò il medico.

«Non dormo da due giorni»

«Andiamo bene e siamo in due! Anche io non ho proprio il tempo per una sana dormita»

«No, dottore, il tempo per dormire ce l’ho. Io non riesco ad addormentarmi»

«Eh, sì. Un problema di molti. Provi a farsi una camomilla»

«Ho provato la camomilla, la valeriana e i sonniferi. Sono ancora sveglio»

«Allora è un problema serio. Facciamo così: vediamo se oggi riesce a dormire, se la sintomatologia persiste mi chiami domani».

Doveva trascorrere un’altra giornata da sveglio. Ne era terrorizzato, più della morte. Quella sensazione di non potersi sottrarre a se stesso, di sentirsi obbligato a vivere, di subirsi senza poter opporre resistenza rischiava di farlo impazzire. Ma la sua insonnia gli aveva aperto gli occhi. Comprendeva adesso quegli dèi immortali che invidiavano agli uomini la loro natura mortale. Erano un po’ come lui: costretti alla vita e a se stessi senza alcuna via di fuga. Nel suo piccolo, lui aveva la possibilità di morire. Era già un bel vantaggio su di loro. L’idea lo rasserenava. In ultima istanza avrebbe potuto utilizzare quest’arma. Decise che non avrebbe più tentato di dormire. Si mise davanti al computer. Fumò, sorseggiò del liquore. Come se nulla fosse. Si prendeva in giro da solo. Navigò su Internet. Scoprì che un’insonnia prolungata può uccidere. La morte, dunque, non era più una sua scelta. Sarebbe arrivata comunque. Nolente o volente. Avvertì le catene. Era in attesa del nulla. Costretto, obbligato, forzato, inchiodato. Gettato. I pensieri cominciavano ad ammorbidirsi. Sostavano come panna montata, soffici, tenui, persino leggeri. Si impastavano con frasi a metà e immagini sorde e suoni informi. Una poltiglia che campeggiava nella sua testa e rallentava ogni movimento sino a far scomparire l’intenzione. Un senso di pietà per se stesso, non ben precisato, lo afferrò. Forse avrebbe avuto bisogno della presenza di qualcuno. Di sentire il respiro di un altro. Di accordarsi con il ritmo di quello. Di adagiarsi su un guanciale non suo. Andò nuovamente a letto. Rimase immobile sul materasso. Vestito in posizione di morto. Aspettò. Aspettò. Lentamente sentì che il suo corpo l’abbandonava. Lui era lì, però. Presente e vigile come non mai. Che stesse assistendo alla sua morte in diretta?

Trascorse la notte sommerso da una valanga di parole, immagini, suoni, sensazioni, frasi incompiute, volti imprecisi. Una folla che lo abitava. Una tempesta. Flutti burrascosi. E lui era prigioniero. Disperso. Schiacciato. Come una nave in mare, sprofondava. Colava a picco. I pensieri si erano ammutinati. Una vera rivolta dei comandati. Lo costringevano ad abbandonare il comando. Ad arrendersi. Sperduto, confuso tra essi. Tentava di rimanere in superficie. Di rivedere la luce. Se stesso. La disperazione si trasformò in angoscia. L’angoscia in paura. La paura in terrore. Ed ebbe il sopravvento. Si stava lasciando andare. Annegato. Affogato dentro se stesso. Si liquefaceva perdendo l’àncora della sua identità.

Andò davanti allo specchio. Si guardò.

«Sono io… Vedi sei tu… Stai tranquillo. Sei ancora qui… Guarda gli occhi. Gonfi. E la bocca…».

Si tolse il pigiama che indossava da giorni. Si vestì. Chiamò un taxi e andò in ospedale. Erano le sette del terzo giorno di insonnia. La reception era invasa da gente in attesa. Guardavano un monitor che scandiva le visite distinto per colori: rosso, giallo e verde.

«Buongiorno signorina»

«Qual è il problema?»

«Non dormo da tre giorni»

«E lei è qui perché non dorme?».

La guardò come fosse uno dei suoi pensieri invadenti e insensati. Si aggiungeva a quelli con la stessa volontà malvagia e insolente.

«Sì, perché non dormo da tre giorni» disse con gli occhi spiritati e la voce roca.

Lo interrogò sui suoi dati anagrafici. La memoria di chi era ancora resisteva. Gli porse poi un foglio con codice verde. Era in attesa anche lui, adesso. Di uno psichiatra. Pazzo tra pazzi pensieri.

Rimase due ore in fila con gli altri. Il suo turno arrivò. Entrò.

«Dottore, io non dormo da tre giorni. Lei adesso mi dirà che anche lei soffre di insonnia e che non è un problema. Ma io… in tre giorni… non ho perso mai conoscenza. Capisce? Perché nessuno comprende che ho bisogno di dormire? Sono incatenato. Sono… Sveglio. Sveglio! Da tre giorni. Chiudo gli occhi. Il mio corpo sembra arrendersi, ma io no. Mi sto perdendo. Sto morendo lucidamente. Anzi vorrei che la morte arrivasse. Invidio tutti. Io non voglio avere più a che fare con me stesso, per almeno otto ore. Per un giorno intero. Sono disposto persino a rinunciarvi per sempre».

Il dottore neppure l’aveva guardato. Mentre lui parlava, scriveva su un foglio rosso, indifferente e uguale, osservando ogni tanto il monitor del computer.

«Cosa fa nella vita?»

Cosa fa nella vita?… Cosa fa nella vita?…Gli rimbombava dentro la voce.

«Scrittore… scrittorescrittore»

«Scrittore» ripeté quello con l’aria illuminata. «Ed è mai riuscito a pubblicare qualcosa?».

Lo guardò dritto negli occhi per un solo momento.

«Sì. Qualcosa»

«Lei sta male. La sua vita forse necessita di una svolta»

Lei sta male. La sua vita forse necessita di una svoltaIo sto male. La mia vita forse necessita di una svolta Io sto male…una svoltauna svolta

La rabbia montò. Se doveva morire, era meglio portarsi dietro qualcuno di loro. Lo afferrò per il camice bianco. Lo guardò dritto negli occhi. Quello cominciò a urlare. Arrivò qualcuno del personale e mentre lo trattenevano, lui urlava. Pensò che a quel punto come minimo avrebbero dovuto fargli un valium e assestargli un colpo finale. E invece chiamarono la polizia e lo portarono in questura.

La faccia di un uomo gli si piantò davanti. Lui urlava e lo ammanettarono. La cella era buia e le ombre sembravano dipingere i muri. Soffocandolo. La voce non riusciva a uscire. La porta d’un tratto sembrò aperta, ma i piedi erano seppelliti in terra. Nessun movimento gli era possibile. Si spinse in avanti. Voleva fuggire. Il letto. Voleva il suo letto. Voleva riprovare a dormire. Chiedeva perdono.

Vi prego, fatemi tornare a casa… La mia casa… Le mie lenzuola profumate

La bocca si muoveva, ma la voce era ormai lontana. Sotterrata. Inabissata. Nessuno arrivava. Era solo. Tra l’uscita e l’entrata. Non varcava la soglia. Piantato sul limitare di un incubo fatale. Si girò. Dal soffitto una corda pendeva. Il cappio della libertà. Allungò la mano. Afferrò il robusto nodo scorsoio. Se lo mise al collo. E si lasciò andare. Poi il nulla uccise tutti i ribelli. Ma senza i comandati, il comandante sparì. Calma piatta sulla superficie del mare.

«Infarto fulminante. Era arrivato qui dicendo che non poteva dormire e mentre parlava… Dovevi sentirlo, sembrava folle… D’un tratto mi guarda con aria… con aria… quasi schifata… Io non avevo neanche detto una parola… Anzi no, ho fatto in tempo a chiedergli cosa facesse nella vita… e poi… zact… morto stecchito… Credeva di star male per l’insonnia. Figurati. Di insonnia non è mai morto nessuno… Non aveva neanche capito di avere un infarto in corso… Comunque, adesso vado a casa… Ho bisogno di una bella dormita».

Tags: , ,

Categoria: Scrittura creativa | RSS 2.0 Commenti e pingback sono attualmente chiusi.

Nessun commento

I commenti sono chiusi.

Collegati | Gestione | Alberto G. Biuso e Giusy Randazzo © 2010-2018 - Periodico - Reg. Trib. Milano n. 378 del 23/06/2010 - ISSN 2038-4386 - Redazione: Via Luigi Zoja, 27 - 20153 Milano - Pagine viste dal 19.6.2018