La porta è aperta. Vita di Goliarda Sapienza

Di: Giusy Randazzo
9 aprile 2011

 

 

Molti di coloro che leggono la biografia di un romanziere hanno l’obiettivo, spesso neanche consapevole, non soltanto di ritrovare il narratore che amano, ma anche di poterlo “avvicinare” -più che conoscere- nonostante la barriera del tempo. Potrebbe essere deludente –e spesso lo è- se il biografo dimentica questo aspetto importante e scrive soltanto con sentimento scientifico. Insomma, è essenziale che l’interesse “umano” sia primariamente dell’autore del testo. Questa breve premessa è necessaria per introdurre la biografia di Goliarda Sapienza di Giovanna Providente che, mi si permetta l’entusiasmo, è davvero un capolavoro del genere letterario.

«Nel raccontare persone e vicende ho cercato di tenermi alla larga dall’illusione di capire e dalla tentazione di spiegare. Non ho voluto correre il rischio di distillare e scarnificare una storia di vita al punto di privarla del più bello: la sua poliedricità e imperfezione. Ho invece tentato di percorrere lo stesso filo impervio e non lineare su cui ha camminato Goliarda lungo la sua intensa vita: con l’ambizione di essere una persona libera» (p. 171).

L’autrice è riuscita a entrare a tal punto nella vita della Sapienza che spesso si dimentica che non è la stessa Goliarda a scrivere di sé. La scrittura della Providenti pulsa come quella della Sapienza e dice nello stesso modo, con lo stesso stile, con la stessa capacità narrante, intrisa di sensibilità, femminilità, coraggio, lucidità, incanto. È un romanzo prima ancora che una biografia, nonostante la scientificità indubbia e la ricchezza delle fonti e della documentazione. La Providenti, quei materiali, non li ha semplicemente letti e studiati, li ha respirati, li ha fatti parlare, li ha ascoltati, li ha pensati, li ha condivisi e alla fine li ha sentiti suoi. Ha conversato –a dispetto della freccia del tempo- con la sua Goliarda e lei fiduciosa si è abbandonata alla sua penna che ne ha vergato la vita facendola ritornare tra noi. Come non crederle fino in fondo quando, per introdurre la storia della madre di Goliarda, Maria Giudice, che la romanziera stessa non era riuscita a scrivere perché non ce l’ha fatta «a scoperchiare tutto il passato depositato nel suo organismo fra umido e polvere di supposizioni, paure, incertezze» (p. 19), immagina che si rivolga proprio a lei:

«E oggi, supplica me, la sua romanziera, a raccontare di lei proprio a partire dalla storia di Maria Giudice» (Ibidem).

Scopriamo così che la Sapienza ha ereditato dalla madre, giornalista e sindacalista rivoluzionaria, il coraggio, la rivolta e persino la depressione, che in Maria si presentò sotto forma di squilibrio mentale. La madre, lombarda di origine, si trasferì in Sicilia per guidare la propaganda socialista dopo la morte del marito Carlo Civardi, durante la Prima Guerra Mondiale.

Fu Maria a introdurla alla lettura, allo studio, alla scrittura e al sentimento politico che, pur non traducendosi mai in attiva partecipazione come nella madre, si definì in lei come ferma avversione per tutte le forme di discriminazione e dominio come nel tempo le apparvero anche quelle partitiche che Maria aveva abbracciato. Goliarda abbandonerà la scuola al quarto ginnasio, anche a causa della salute fragile, ma non abbandonerà mai lo studio. Dal primo marito, Maria Giudice ebbe ben sette figli. La povertà la costrinse però a lasciarli spesso tra collegi e conoscenti. In Sicilia conobbe il padre di Goliarda, Peppino Sapienza, un avvocato catanese, impegnato anche lui politicamente, col quale convisse senza mai sposarsi.

Goliarda, nona figlia della Giudice, nasce il 10 maggio 1924, anche se viene registrata all’anagrafe il 18 giugno. Da subito la chiamano Iuzza, diminutivo che le rimarrà per sempre. È il fratello Ivanoe a farle da “nutrice”, poiché l’unico a riuscire a darle il biberon, e a divenire per lei uno dei riferimenti affettivi più importanti. È molto amata in famiglia, il padre vorrebbe per lei una carriera di attrice. Le riconosce le doti e le potenzialità per non aver nulla da invidiare «né alla Bragaglia né alla Duse» (p. 88). È lui stesso a iscriverla all’esame di ammissione per la Regia Accademia di Arte Drammatica e nel 1941 partirà per Roma con la madre. Il rapporto con Peppino Sapienza sarà venato da qualche ombra, non tanto per i ripetuti tradimenti e le relazioni anche stabili con altre donne, che non sembrano ferire la madre, e neanche per la gelosia nei confronti della figlia, sentimento contraddittorio rispetto allo stile di vita della famiglia, quanto forse perché non ritrova nel padre il coraggio di Maria, la sua capacità di andare fino in fondo, la sua purezza e la sua sincerità nonostante i ripetuti arresti nonché il licenziamento dalla scuola elementare per condotta immorale.

 

È la famiglia, non la “carriera”, né la guerra, il tormento più grave di Goliarda. Il prezzo ancora alto che le tocca pagare per essere figlia di una madre, un tempo importante giornalista e sindacalista, e oggi in bilico ai bordi di un pozzo. Figlia di un padre “eccessivo” come la Sicilia, contraddittorio come la vita, ingombrante come un fiume in piena. (p. 95)

È proprio alla morte della madre, nel 1953, che Goliarda, la quale ha da tempo una relazione col regista Citto Maselli, l’unico che continuerà a sostenerla economicamente fino alla morte, decide di diventare scrittrice.

Il lutto per la madre segna l’inizio di un periodo di crisi nella vita di Goliarda. Pur continuando a vivere e lavorare accanto a Citto Maselli, la sua tendenza alla malinconia si trasforma, nel giro di una decina d’anni, in una malattia depressiva che la porterà alla soglia della morte. Ma l’esperienza del dolore, l’accorgersi gradualmente di essersi da sé imprigionata in una corazza, per negare il libero manifestarsi delle emozioni e delle pulsioni, la orientano verso un nuovo rapporto con la creatività. E è proprio in questo periodo di crisi che decide di diventare una scrittrice. (p. 107)

Il successo come attrice di teatro non arriverà mai, soltanto qualche breve momento di notorietà. Il cinema sarà la sua altra passione, «a cui si dedica dai venticinque ai trentasei anni della sua vita» (p. 115).

Il lavoro di “cinematografa” appassiona infinitamente la futura scrittrice, che, attraverso questo cinema d’”autore”, impara a leggere e esprimere il lato poetico della realtà. Vivendo dal di dentro, ma in maniera critica, il mondo del cinema, impara a riconoscerne le contraddizioni e, gradualmente, a costruirsi una personalità propria, che in seguito la scrittura letteraria farà emergere in tutta la sua potenza (p. 117).

La Providenti introduce spesso un nuovo capitolo come se a conclusione di quello precedente avesse necessità di prendere le distanze dal suo personaggio: di pigliare aria prima di ritornare a farsi attraversare da Iuzza. La prospettiva cambia, si allontana, si fa cosmica, ma poi, come richiamata dal centro di gravità, ritorna a zoomare su Goliarda, sedotta e ammaliata da lei. E così molti incipit fanno riferimento al contesto nazionale e internazionale, ai grandi avvenimenti che a distanza siderale colpivano Iuzza, la quale pur nella sua solitudine si riscopriva un’esule cittadina del mondo.

La storia esiste e si ripete proponendo nuovi conflitti locali o internazionali e mettendo addosso sfiducia e mancanza di speranza nelle capacità personali di poter cambiare qualcosa. A meno che non si impari a coltivare l’arte della gioia: denudando l’anima e acquisendo serenità, gioia e libertà interiori, ogni essere umano può liberarsi dalle paure indotte e acquisire capacità personali per migliorare l’esistenza propria e altrui. Nonostante la storia (p. 133).

Di Iuzza scopriamo la sensualità libera, persino dalla paura e dal rifiuto dell’omosessualità che a parer suo abita ogni uomo. Riusciamo a cogliere la personalità forte e il senso del dovere, il coraggio e l’adesione alla vita, le delusioni e il desiderio del suicidio, troppo spesso tentato.

Goliarda fa la rivoluzione aprendo porte e finestre alla luce che si insinua fra le imposte chiuse del suo cuore. Fa la rivoluzione scrivendo un libro che va a colpire dritto nell’anima di chi legge, attraverso una narrazione cruda, di grande forza narrativa, che rompendo ogni schema precostituito, percorrendo continue metafore di liberazione e stravolgendo le trame scontate di destini dolorosi, insinua il desiderio di essere protagonisti della propria vita. Anche a costo di correre dei rischi (p. 134).

E mentre la Providenti racconta, L’arte della gioia si offre schiudendosi a una nuova lettura. Modesta entra nella biografia divenendo reale ancora una volta. La Providenti la dà alla luce di questo luogo nuovo aspaziale e atemporale; le dà il respiro, incarnandola in nuovi paradigmi; la fa esistere, rendendo al lettore il dono di rivederla e risentirla di nuovo. Modesta personaggio s’incontra con Goliarda personaggio. Creatura e creatore finalmente insieme, viventi nelle pagine del romanzo che la vita di Iuzza è stata veramente. Persone ambedue in questa finzione letteraria così aderente alla realtà dei fatti vissuti.

«Goliarda è in ognuno dei personaggi femminili sconfitti in L’arte della gioia. Ma è anche un po’ Modesta: nella passione estrema che mette in ogni cosa e nella fissazione di “approfittare di ogni attimo per sperimentare ogni passo di quella passeggiata che chiamiamo vita”. In una cosa non le assomiglia: nel non essere mai stata forte a tal punto da riuscire a non lasciarsi corrompere da se stessa» (p. 114).

Tra il 1962 e il 1963, Iuzza interrompe la relazione con Citto Maselli dopo diciotto anni di unione. Rimarranno sempre amici. Dopo l’ultimo gravissimo tentativo di suicidio, a causa del quale trascorre quasi due giorni in coma, inizia i suoi primi tre romanzi autobiografici, Lettera aperta, Il filo di mezzogiorno e l’Arte del dubbio che rimarrà inedito e incompiuto. E a conclusione, «tra il 1967 e il 1969, a Goliarda viene l’idea di scrivere il romanzo di Modesta, una donna del popolo diventata principessa» (p. 158). Lo concluderà nel 1977.

A romanzo finito, cinquantre anni e alle spalle almeno tre carriere –attrice, cineasta e scrittrice- fallite sì, ma tutte intensamente vissute, un’altra porta s’apre nella vita di Goliarda. Una porta che la conduca a far coincidere l’ultima parte della propria vita con l’ultima parte del romanzo L’arte della gioia: quando Modesta, raggiunta l’autonomia personale e presa coscienza che l’impegno rivolto a trasformare la società passa solo per la propria trasformazione e non richiede adesioni a ideologie di alcun tipo, intraprende quel “viaggio ancora più entusiasmante di ogni spostamento fisico”, che è l’amore (p. 166).

Per cinque giorni dal 4 e all’8 ottobre 1980 finisce a Rebibbia per aver rubato una collana preziosa e un anello a un’amica. È povera e vivrà da povera sino alla sua morte avvenuta il 27 agosto del 1996.

Il corpo senza più vita di Goliarda Sapienza è stato ritrovato dai carabinieri il 30 agosto del 1996 nella sua abitazione di Gaeta, riverso sulle scale tra un pianerottolo e l’altro. Il suo cuore aveva cessato di battere tre giorni prima del ritrovamento, trascorsi senza che il telefono avesse mai squillato e nessuno avesse provato a entrare, nonostante l’esistenza di Goliarda sia stata ricca di amori e amicizie e le porte di ognuna delle case da lei abitate siano state sempre aperte (p. 14).

Chi ha letto L’arte della gioia, chi è rimasto sveglio la notte per continuare a leggere, sappia che accadrà lo stesso con la biografia della Providenti. Iuzza e Modesta sono lì, basta soltanto aprire la porta a Giovanna.

Sa di avere scritto qualcosa di bello che le sopravvivrà. Ma teme moltissimo che questo non sia vero, come teme la propria fragilità […]. Anche per questo preferirebbe morire prima di diventare famosa. Da morta, è possibile allungare ancora di qualche attimo la propria presenza su questo pianeta: purché di lei si dica che è voluta diventare una scrittrice non per trovare qualcosa di desiderabile per se stessa, ma per cercare ancora porte aperte… (p. 16).

 

Giovanna Providenti
La porta è aperta  

Vita di Goliarda Sapienza

Villaggio Maori Edizioni
Catania 2010
Pagine 207

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