Operetta in nero

Di: Giusy Randazzo
9 aprile 2011

Siamo all’indomani dell’umanità. L’abisso che meticolosamente l’occidentale ha costruito nella totale inconsapevolezza ha inghiottito inevitabilmente il Mondo. Resta la Terra, due uomini –il generale e Bolla- e la loro ombra –Mephisto- che dice di loro quello che loro non sanno di sé. Lo fa cantando musica pop «colonna sonora della nostra vita attuale», parlando inglese, «la lingua dell’impero», e «indossando l’abito talare, perché rappresenta la religione del nostro tempo ovvero l’Ego come sistema di sopruso per gli altri»1. Nanni Balestrini nel libretto di scena avvertiva lo spettatore: «quando entrerete nel teatro, superata la biglietteria e il guardaroba, quando entrerete nella sala non vi troverete di fronte un palcoscenico chiuso dal suo bravo sipario, ma qualcosa di inaspettato che non vi sto a dire per non sciuparvi la sorpresa. E non sarà che l’inizio di quello a cui state per andare incontro»2.

Effettivamente il sipario era già aperto e gli attori in posa. Bravissimi nella loro immobilità quasi sconcertante, a tal punto che qualcuno si è chiesto se fossero reali o statue. Noi spettatori, disorientati da quell’intimità esposta al nostro rumore e assunto il rischio già presente in quella liquefatta separatezza tra finzione e realtà, abbiamo assistito e ascoltato, abbiamo visto e ci siamo visti, abbiamo sentito e ci siamo sentiti, ma al termine abbiamo gioito perché la riflessione è stata feconda e ha partorito la speranza di poter ancora agire per evitare la catastrofe o per accoglierla consapevoli. Da dove cominciare, però? Siamo forse parte, come il Generale, del sistema che condurrà allo sterminio o siamo burattini, come Bolla, nelle mani di Qualcuno che fa di noi dei pupazzi asserviti? Da che parte stiamo? Il Generale, il brillante Federico Vanni, racconta la sua storia, la sua parte in quello sterminio, il lavoro svolto con cura «per trasformare tutto in merda». Loro -i burattinai del Sistema- hanno costruito il consenso «sempre sulla soglia del senso di colpa», inventando il nemico -il diverso- che è la cosa più compassionevole che si possa fare, altrimenti si finisce con l’odiare se stessi; esportando la pace; trasformando la conoscenza in comunicazione e la cultura in intrattenimento –sì, con tanti rasserenanti culi e un po’ di pazienza. E ricorda l’ultima guerra trasmessa alla televisione, che andava in onda come se fosse un film, tra una pubblicità e un’altra, tra un pannolino e un detersivo, con un bel logo fisso sullo schermo. E Mefisto entra e canta del logos trasformato in logo: «dal logos al logo». È la superba Helga Davis il Diavolo che ancora una volta, come nel Faust di Goethe o ne Il maestro e Margherita di Bulgakov, rappresenta «quella forza che vuole costantemente il Male e opera costantemente il Bene»3: «Io mi son parte di quella possanza che vuole continuamente il male, e continuamente produce il bene»4. La potenza della sua voce arriva energicamente alle orecchie e rimane nel cuore dopo aver operato il miracolo proprio della musica: permettere all’uomo di sospendere il principium individuationis e innalzarsi a soggetto del conoscere puro e liberato da «ogni sofferenza del volere e dell’individualità»5. Le parole della Davis penetrano con una forza erotica che, accompagnata dalla sensualità dei suoi gesti lenti e decisi, si fa melodia e ritmo e armonia.

Siamo all’indomani. Si è azzerato il mondo e i superstiti sono divenuti antropofagi, ma ben educati, e sono morti tutti. Il Generale racconta e Bolla –interpretato efficacemente dal bravo Vito Saccinto, che a tratti fa sorridere e a tratti spinge alla compassione- è lì, ascolta, intrappolato nel presente, senza un passato e senza un futuro, ripete senza capire e parla di rimozione forzata della lotta di classe. S’illumina il Generale, perché ricorda che proprio la lotta di classe era l’obiettivo del suo lavoro: la lotta di classe rovesciando le classi. E così all’epoca del mondo i ricchi facevano i trasandati e la grande massa vestiva bene mostrando un benessere finto: in realtà era soltanto serva dei potenti. E Mefisto canta di nuovo, ricordando che è l’ombra dell’anima sporca dell’uomo e che presto smetterà di comunicare anche con se stesso. Questo diavolo sensuale si erge inquietante dietro il Generale e Bolla, passeggiando su un asse che si protende sul palcoscenico. Ed è sempre radicale ciò che dice, persino crudele e crudo. E la musica l’aiuta a divenire ciò che è: l’ombra, l’essenza dei due ultimi uomini sulla terra, ai quali tocca costruire un mondo che certamente alla loro morte cesserà. E di nuovo ritorna quella vecchia umanità asservita che viveva in una monumentale foresta di antenne e faceva finta di essere eterna e di amare, mentre dalla sala di controllo si diceva soltanto quello che l’umanità voleva sentir dire: che era immortale, anche quando già c’era lezzo di morte; che viveva in pace, anche se era sempre stata in guerra. Nient’altro che un mercato di corpi, questo era quell’umanità e con disgusto lo dichiara il Generale che conclude dicendo trionfante: «Io sono vivo». Il sogno del capo: rimanere l’unico vivo su una montagna di cadaveri, come ricorda Elias Canetti in Massa e potere. E quando Bolla chiede al Generale di parlargli dell’amore, questi risponde che «è solo un masturbarsi per interposta persona» e Mefisto gli fa eco affermando che gli uomini sono cannibali dell’amore. L’epilogo è sorprendente tanto quanto l’inizio di questo spettacolo senza confini. La separazione tra palcoscenico e palco si liquefa di nuovo. Bolla prende la pistola e spara, ma non muore; ritenta, e di nuovo nulla accade. Il Generale gli spiega che non può morire. Esattamente come il disperato, direbbe Kierkegaard, quale egli è. La ragione qui è un’altra però: siamo al teatro e al teatro non si muore. Quando Bolla rivolge l’arma contro il riflettore, non basta l’urlo del Generale a fermarlo, spara e va via la luce. Ha mirato fuori dal palcoscenico e fuori dal palcoscenico si muore. Finzione e realtà si mescolano, ognuna cede il posto all’altra, si fa l’altra. E il Generale spiega il senso, la funzione politica dell’arte teatrale: al teatro si dicono cose finte che sono vere, fuori invece si dicono cose vere che sono finte. Le prime non ammazzano, le seconde sì. Siamo di nuovo dentro la storia: il dado è tratto, Bolla ha colpito l’unica fonte di luce e adesso il buio avanza e con lui anche Mefisto, che ricorda la paura atavica dell’uomo nei confronti dell’oscurità e il bisogno di inventarsi un dio pur di sentirsi al sicuro dall’ignoto. E quando il buio ormai ha riempito con la sua intimità il loro rifugio -quello spazio di senso schiacciato da un cavalcavia, sottratto alla devastazione e al silenzio della morte- e soltanto tre candele illuminano i volti, il Generale ricorda il giorno in cui è stato veramente felice. Aveva aiutato un vecchio, sperduto tra la folla. Stretti nel pugno aveva qualche spicciolo e un biglietto. Era una lista della spesa quasi indecifrabile. Lo conosceva soltanto di vista e sapeva che era stato colpito da un ictus. Il Generale gli aveva comprato ciò di cui necessitava, interpretando quegli strani segni sul foglio e aggiungendo di tasca sua, e lo aveva riportato a casa e lo aveva imboccato e gli occhi di quel vecchio si erano «di nuovo riempiti di sguardo». Non era stata l’azione caritatevole a rendere felice il Generale –così spiega- ma quello strano sentimento che lo aveva pervaso incontrando gli occhi dell’uomo: si era sentito libero da se stesso, dalla sua identità. Per la prima volta era riuscito a combattere il suo punto di vista, non aveva guardato verso il basso o verso l’alto, ma al centro, ad altezza d’uomo: «perché l’unica ideologia possibile era l’uomo e ce la siamo giocata». Bolla si stringe a lui. La comunicazione si è trasformata in dialogo. Mefisto va via, perché non ha corpo e non ha energia e non ha ombra senza l’uomo. La speranza ritorna mentre si chiude il sipario.

Il testo, riuscitissimo, è stato scritto, in collaborazione con Luca Ragagnin, da Andrea Liberovici e, da lui stesso, musicato e messo in scena. Un ruolo importante, che non soltanto dona senso alla riflessione ma anche maestosità alla scenografia davvero ben realizzata da Lucia Goj, lo hanno i giochi di luce e di ombre, che sono da considerarsi i veri altri protagonisti principali di quest’opera (grazie a Sandro Sussi). Come immagini incorporate si fanno poesia e insieme alla musica e alla parola costruiscono la magia di questo spettacolo: opera d’arte totale.

Note

1 Libretto di scena, Da Faust a Tamerlano: la forza del male che produce il bene. Conversazione con Andrea Liberovici, Teatro Stabile di Genova, 2011, p. 6.

2 N. Balestrini, Istruzioni per gli incauti spettatori, Libretto di scena, p. 3.

3 La frase citata dal Faust si trova in epigrafe a Il maestro e Margherita.

4 J. W. Goethe, Faust, (Trad. it. G. Scalvini e G. Gazzino), Le Monnier, Firenze 1857, p. 78.

5 A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Libro III, cap. 43, Bompiani, Milano 2006, p. 435

Teatro Duse – Genova
15 marzo – 3 aprile 2011
Operetta in nero
Scritto, musicato e messo in scena da Andrea Liberovici
Testo in collaborazione con Luca Ragagnin
con Helga Davis, Vito Saccinto e Federico Vanni
Scene Lucia Goj
Luci Sandro Sussi
Interventi musicali registrati del violoncellista Jeffrey Ziegler (dei Kronos Quartet)

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