Arcimboldo

Di: Alberto Giovanni Biuso
9 maggio 2011

Nei modi suoi propri -e quindi palesi, visibili, materici- l’arte figurativa è sempre stata compagna delle grandi narrazioni filosofiche, religiose, scientifiche. C’è un artista che di sé e della propria opera ha fatto un’espressione tra le più riuscite e originali di questo incrocio di forme estetiche e concettuali: Arcimboldo. Nato a Milano nel 1526, fu tra i protagonisti della vita di corte degli Asburgo a Vienna e soprattutto a Praga, prima di tornare nella sua città, dove morì nel 1593.

Il XVI secolo è quindi il tempo di questo artista visionario, lieve, ironico, che due autoritratti descrivono compiutamente. Il primo (del 1571-1576) mostra uno sguardo attento e solitario, come se quegli occhi vedessero in chi lo guarda qualcosa di diverso dalla sola forma umana, qualcosa che riconduce ciascuno agli elementi, ogni parte al tutto. Il secondo (del 1587) è un Autoritratto cartaceo, proprio “alla maniera” di Arcimboldo, che si raffigura come composto di fogli di carta, fogli da dipingere, fogli sui quali scrivere. E ciò che Arcimboldo ha vergato è la decifrazione del rapporto profondo che lega le forme alla materia, decifrazione che costituisce la ragione stessa della filosofia e dell’arte. Partito dai ritratti grotteschi di Leonardo, dalle sue “teste” che ben illustrano il disprezzo dell’artista verso i molti1, Arcimboldo assunse la natura universale e la natura umana come un unicum da dipingere nella loro consunstanzialità, aprendo in questo modo la strada alla perfezione delle nature morte caravaggesche e -molto oltre- alla dissoluzione della forma umana e di ogni forma negli approcci dadaisti e surrealisti, che lo hanno riconosciuto come il loro vero antesignano e ispiratore.

Ciò che chiamiamo “manierismo” diventa in Arcimboldo pura creazione che attinge sì dal sostrato culturale e tecnico dell’arte lombarda e dei suoi grandi facitori ma che si fa poi scarto, panismo, invenzione allucinata. L’imperatore Rodolfo II diventa Vertumno, un tripudio di colori vegetali accesi e fecondi. Il Bibliotecario è fatto dei suoi libri, il Giurista dell’unione -strepitosa intuizione- di codici (cultura) e di animalità (natura). Le Stagioni sono forme umane composte dalle radici, dai fiori, dai frutti, dai tronchi spogli o sgargianti di vita. E i quattro Elementi son fatti di animali terrestri, di specie acquatiche, di strumenti del fuoco, di uccelli dell’aria. Sino a pervenire alla sintesi perfetta e stupefatta della Testa delle quattro stagioni dell’anno, una sapiente alternanza di colori spenti nel collo e nel volto autunnali e di brillanti cromatismi che trasformano gli ornamenti, gli abiti e i capelli nel tripudio dell’estate.

Il gioco ctonio di questo grande artista pagano si rivela poi nelle due teste reversibili che sembrano delle nature morte e che invece se capovolte allo specchio appaiono essere una lussureggiante testa di uomo e un ferino volto di Priapo.

La “maniera” di Arcimboldo, che tale non è perché è un paradigma inventato e nuovo, diventa a sua volta manierismo in tanti contemporanei e prosecutori o persino antesignani: dal Piatto con testa composta di falli (attribuito a Francesco Urbini, 1536) al Winter (after Arcimboldo) di Philip Haas (2010), una grande scultura alta più di tre metri posta di fronte a Palazzo Reale. Le nove sezioni nelle quali è scandita la mostra documentano molto altro: dai progetti di Giuseppe Arcimboldo e di suo padre Biagio per le vetrate del Duomo di Milano all’ambiente scientifico dal quale l’arte di Arcimboldo germinò, con i primi musei -si chiamavano Wunderkammern, stanze delle meraviglie- e le raccolte naturalistiche di Ulisse Aldrovandi e Manfredo Settala; dall’eredità leonardesca alle feste preparate per la corte imperiale.

Qual è dunque la vita pensata di Arcimboldo? Che cosa pulsa di vitale e di concettuale -inseparabilmente- nella sua arte? È la comprensione dell’umano come Gestalt, come totalità complessa nelle sue strutture e integrata nelle sue funzioni, come forma nella quale il tempo e lo spazio -le Stagioni e gli Elementi- si fondono sino a diventare la stessa corporeità germinante dalla terra e dall’acqua, che sta e diviene nel tempo della giovinezza e della decadenza, quando il corpo raccoglie in sé le memorie della turgidezza che è stato, del frammento che è diventato. Un frammento, tuttavia, nel quale traspare sino alla fine la gloria della materia, la nostalgia e l’immagine -vestigia dolorosa e viva- della sua potenza che niente può arrestare, neppure il Tempo che tutto involve ma tutto trasforma mantenendone l’orma. L’arte è questo segno nel mondo. Il mondo di Arcimboldo è quest’arte.

Note

1 «Ecci alcuni che altro che transito di cibo e aumentatori di sterco -e riempitori di destri- chiamar si debbono, perché per loro -altro nel mondo appare- alcuna virtù in opera si mette; perché di loro altro che pieni e destri non resta» (Leonardo da Vinci, Scritti letterari, Rizzoli, Milano 1991, pensiero 111, p. 76).

Arcimboldo
Milano – Palazzo Reale
A cura di Sylvia Ferino-Pagden
Sino al 22 maggio 2011
www.mostrarcimboldo.it

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