Habemus Papam

Di: Alberto Giovanni Biuso
9 maggio 2011

Il collegio cardinalizio, il club più esclusivo del mondo, è composto da un centinaio di vegliardi che vivono il proprio momento di gloria a ogni morte di papa, quando questo gruppo di persone è chiamato a eleggere il nuovo pontefice. L’intero pianeta politico e mediatico si mobilita in tale occasione. L’antico rito delle schede bruciate dopo ogni tornata di voto -fumata nera, fumata bianca- si ripete e viene registrato dalle televisioni di tutto il mondo. Ma che cosa accade? Accade che allorché il cardinal Bollati annuncia l’Habemus Papam il neoeletto ancora non apparso ai fedeli comincia a urlare, fugge, si sente incapace di reggere tanto peso.

Sconcertati, i suoi colleghi si rivolgono a un medico che attesta lo stato di ottima salute del papa. Chiamano allora uno psicoanalista -il più bravo- per comprendere che cosa si muove nell’anima, e non nell’inconscio, dell’ex cardinale Melville. Il quale però, all’insaputa degli altri, riesce a uscire per qualche giorno dal Vaticano, a mescolarsi tra i romani, a parlare con una psichiatra. Ritrovato e riportato tra le sacre mura, il papa fa qualcosa di straordinario, in un finale che rappresenta la cosa migliore di quest’opera molto particolare non soltanto per l’argomento, per il modo di trattarlo o per la sua contraddittoria inclassificabilità ideologica. Infatti, il collegio cardinalizio -in realtà uno dei luoghi assoluti e più inquietanti del potere mondiale- vi appare come composto da soggetti innocui, simpatici, per bene e un poco infantili. Tanto che il film sembra a volte una vera apologia del Vaticano. L’ironia, che arriva sino al grottesco, tempera questa sensazione ma si tratta della comprensione e dell’indulgenza che i romani hanno sempre verso il loro papato. E Moretti è romano.

Habemus Papam è singolare e profondo non per queste o analoghe ragioni ma perché è un film onirico, è un sogno del suo regista, il quale vi ha condensato l’unicità del luogo in cui vive, la propria passione per lo sport -altrove era la pallanuoto, qui protagonista è la pallavolo-, la simpatia e la rabbia che nutre verso le persone, il delirio di onnipotenza sempre destinato allo scacco, molte immagini e situazioni infantili. E dunque una sottile ma evidente linea di assurdità lo percorre, un’autentica costruzione fantasmatica e non politica, una seduta psicoanalitica il cui paziente non è un improbabile papa (interpretato magnificamente da Michel Piccoli) ma è il regista. Un regista che qui fa recitare Cechov a due attori folli, che ambienta il primo finale in un teatro nel quale si sta mettendo in scena Il gabbiano e che del drammaturgo russo assume lo stile verboso e insieme essenziale, sobrio e tuttavia disperato.

Questo è forse il film più autobiografico di Moretti. Un’opera tecnicamente di grande livello, piacevolezza cromatica -vi domina naturalmente il colore rosso-, con alcune soluzioni registiche davvero splendide. Solo la scena conclusiva torna alla realtà collettiva e storica, dove delle parole meditate -e non soltanto il flusso inarrestabile della psiche individuale- diventano la chiave per cogliere, attraverso gli sguardi degli altri e il silenzio che piomba, il senso di questo sogno.

Nanni Moretti
Habemus Papam
Con: Michel Piccoli (il papa), Jerzy Stuhr (il portavoce), Renato Scarpa (il cardinale Gregori), Franco Graziosi (il cardinale Bollati), Nanni Moretti (lo psichiatra), Margherita Buy (la psichiatra)
Italia-Francia, 2011

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