Il maiale che cantava alla luna

Di: Diego Bruschi
9 maggio 2011

Provate a entrare in una buona libreria, e chiedete consiglio per un libro che abbia per argomento le mucche, le galline, insomma gli animali cosiddetti «da fattoria»: sarete indirizzati nel reparto dei libri per bambini. Se proprio siete in una grande libreria che ha tutto, forse vi verrà proposto qualche testo tecnico riguardante l’allevamento, le tecniche di sfruttamento insomma. Molto difficilmente vi verranno proposti libri che tentano di descrivere questi animali per quello che sono. Questa è una delle considerazioni che si trovano leggendo Il maiale che cantava alla luna, di Jeffrey Moussaieff Masson.

Il maiale, le mucche, le galline, le pecore, le capre, le oche sono animali addomesticati, così come il cane. Però non sono entrati nel mondo affettivo, salvo eccezioni frequenti e  notevoli (basti pensare ai bellissimi resoconti di Lorenz), per un motivo molto semplice: li mangiamo, mangiamo le loro uova, usiamo la loro pelle, in definitiva li uccidiamo a milioni, ogni giorno.

Spesso, ovviamente lontano dagli schizzi di sangue del mattatoio, nel raccontare il pensiero di Cartesio viene esposta la sua classica posizione: gli animali sono «cose», automi senza un’anima, e quindi radicalmente diversi da un essere umano. Quando Noussaieff Masson, nel corso delle sue indagini, interpella alcuni allevatori, in sostanza l’opinione di fondo è proprio quella: gli animali non provano nulla, non pensano, non è il caso di farsi strani problemi.

La realtà è ben diversa, ed è il messaggio di fondo del libro. Certamente non pensano nel modo che pensiamo noi, ma provano emozioni del tutto simili a quelle umane: paura, dolore, nostalgia, affetto, noia, come anche gioia, allegria, senso di appagamento, curiosità.

Un argomento sostenuto da chi vuol negare (forse anche sfuggire) le somiglianze con i sentimenti umani è l’affermazione che l’animale agisce “per istinto”, e che di quello si tratta quando per esempio si mostra amorevole o preoccupato verso i suoi piccoli.  Moussaieff Masson controbatte:

io mi chiedo come risponderemmo se qualcuno ci dicesse che amiamo i nostri figli a causa di qualche meccanismo o impulso automatico. Potremmo benissimo avere uno stimolo innato di questo tipo, ma le emozioni che proviamo quando obbediamo a questo istinto sono comunque reali, di sicuro sono tali emozioni che contano, non la loro origine, e a quanto pare gli umani le condividono con gli altri animali. (p. 85)

Se un’indagine ha per oggetto la vita, se così si può definire, degli animali d’allevamento, è quasi scontato imbattersi in ripetute e, direi, angoscianti descrizioni degli allevamenti industriali, dove la riduzione dell’animale a “cosa” comporta agghiaccianti resoconti.

Il vitello maschio di una mucca da latte viene sottratto alla madre e trascorre il resto della propria breve vita confinato in un box poco più largo di lui, non assaggerà mai il latte materno e sarà deliberatamente reso anemico da una dieta liquida talmente povera di ferro che la sua carne diventerà pallida, caratteristica molto apprezzata dal consumatore, che spesso ignora come sia ottenuta. (p. 127)

Mi hanno ovviamente colpito le descrizioni del distacco forzato fra le mucche e i propri vitellini, dei loro lamenti, del loro cercarsi disperato, ma l’autore cerca anche di difendersi dall’accusa più frequentemente rivolta verso chi difende le ragioni dell’animale: “antropomorfismo”, ecco la parola magica. In realtà, sono nel torto coloro che non vogliono, temono, rifuggono l’idea della somiglianza fra la sofferenza di un animale e quella di un uomo. Ma il testo non ha come bersaglio principale l’orrore di molti allevamenti industriali (a tal proposito mi permetto di suggerire, per inquadrare bene il tema, l’ottimo Ecocidio di Jeremy Rifkin), bensì opera una critica radicale al rapporto fra l’uomo e le specie addomesticate. In estrema sintesi la tesi è che l’addomesticamento è stato troppo rapido rispetto ai tempi biologici di adattamento: non risale a prima di 12.000 anni fa. Nel corredo genetico degli animali soggiogati alle necessità umane vi sono istinti, preferenze, atteggiamenti che non possono essere cancellati. Se a una mucca vien sottratto il vitello, e non potrà leccarlo e nutrirlo, sicuramente per questo è sottoposta a una “vera” sofferenza, per nulla giustificata, secondo l’autore, dal commercio delle tenere carni.

In definitiva anche la fattoria “tradizionale”, dove chi alleva gli animali evita le pratiche più crudeli e dove, almeno prima del macello, la vita animale è meno lontana da quel che dovrebbe essere, è comunque un luogo dove lo sfruttamento dell’uomo sulle altre specie mantiene la sua caratteristica di fondo, cioè la sua crudeltà.

Per chi non ha tempo di leggere tutto il testo, raccomando la lettura almeno del primo capitolo, dedicato a un animale così interessante, così simile a noi, eppur divenuto aggettivo nel definire un uomo pessimo: il maiale. Credo che tutti abbiamo sentito raccontare delle urla strazianti del maiale al macello, e la raccapricciante sensazione che egli si renda ben conto di quel che accade.

L’autore cerca anche di smontare un argomento frequentemente portato a difesa dell’allevamento: se non li allevassero, questi animali non esisterebbero. Il ragionamento a contrasto di questa tesi è che esisterebbero, ma vivrebbero nella naturale condizione selvatica per la quale sono ancora adatti, come appare chiaro da molti loro innati comportamenti. Ovviamente, Moussaieff Masson propone la soluzione radicale del problema: non mangiare la carne, così la questione è risolta definitivamente: se ammazzare queste creature non rende soldi, diverrà inutile farlo.

Si tratta di un libro decisamente animalista (fra le persone interpellate vi è anche chi è finito in galera per qualche temeraria operazione di protesta), e lo si può anche definire estremista, ma certamente non lascia indifferente nessun lettore.

Mi sia permesso un ricordo personale: la mia nonna, che non c’è più da tanti anni, curava con amore le sue galline. Era solita dar loro un nome, era solita parlare con loro, e mio nonno per questo la prendeva in giro. Quando purtroppo finivano sulla tavola, e anche se le cucinava, trovava sempre una scusa per non mangiarle: è evidente che per lei non erano “cose”.

Per concludere: quando ci ritroviamo un pezzo di carne nel piatto, dovremmo ragionare che la questione non è “cosa”, ma “chi”, stiamo mangiando, e non è una differenza di poco conto.

Jeffrey N. Masson
Il maiale che cantava alla luna
The pig who song to the moon
Trad. di G. Ghio
Il saggiatore
Milano 2005
Pagine 256

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