N.11, maggio 2011 – Etica e retorica

Di: agb & gr
9 maggio 2011

La scrittura non è soltanto segno che dice, ma linguaggio che vive riflettendo su se stesso. È per questa via che il linguaggio pensa il mondo della vita. Non può e non deve ridursi a semplice mezzo di espressione, pena il fraintendimento del reale rapporto sussistente tra il linguaggio e l’uomo. Non questi è padrone del linguaggio, «mentre è questo, invece, che rimane signore dell’uomo» (Heidegger). E se tanto inusuale appare l’avvertimento del Mago di Meßkirch, non meno estrema può giungere all’orecchio la conseguente e necessaria conclusione: scrivere male significa pensare male. E chi pensa male diventa pericoloso per se stesso e per gli altri, perché «di tutti gli appelli che si rivolgono a noi, e che anche noi uomini possiamo contribuire a fare parlare, il linguaggio è quello assolutamente primo e supremo» (Heidegger). Il nesso tra etica e retorica si può riassumere anche in questa semplice, per quanto radicale, affermazione. Tra i comportamenti degli umani e il loro linguaggio vigono nessi assai stretti. Quando mediante lo scacco –il rovesciamento- compiuto dalla scrittura artistica il nostro abitudinario stare nel linguaggio si fa nuovo –in un modo quasi magico- scopriamo che la servitù a cui lo costringiamo costringe noi a non saper leggere il mondo e a perderci nell’ovvietà di un tempo blasé. Lo testimonia -ad esempio- la capacità retorica di Arcimboldo, nella quale Roland Barthes vede all’opera delle vere e proprie potenze creatrici di vita, di forme, di mondi.  Lo argomentano le analisi che all’etica vengono dedicate da Epicuro, Galluppi, Kant, Wittgenstein, Habermas, diverse -certo- tra di loro ma tutte rivolte a una pienezza della vita individuale e collettiva che ha come fondamento la lucidità della parola che dice il mondo, che ne coglie la molteplicità, le differenze, la complessità irriducibile a ogni monocorde dogma che pretende di immobilizzare l’intero, il suo dinamismo. Sapienza fasulla dietro e dentro la quale c’è il silenzio, la morte.

I testi di questo numero di Vita pensata ci invitano, invece, ad ascoltare la polifonia delle voci che intessono le vite e danno loro senso. Ascoltare le città, il loro cuore. Ascoltare i legami familiari che non sono riducibili alla trasmissione biologica o a decisioni prese una volta per tutte e nelle quali avvilupparsi come fossero catene. Ascoltare le passioni e cogliere la loro melodia così cangiante, fatta di tenerezza, di desiderio, di solitudine, oblio, abbandoni, ritorni. Ascoltare l’alterità animale, troppo spesso relegata nell’indifferenza o nell’inferno della reificazione. Ascoltare la musica del mondo che germina da sé, che si fa parola nelle menti umane, eco di timori e di felicità la cui nostalgia è la fonte di quanto chiamiamo arte, letteratura, scienza. Le nostre esistenze sono dolorose e spesso crudeli ma la scrittura è capace di «trasformare l’inconveniente di essere nati nel vantaggio di venire al mondo attraverso il libero parlare» (Cioran). Linguaggio, retorica e scrittura sono quindi lame di luce che illuminano e al contempo incidono nella viva carne dei giorni. Perché «l’uomo è un segno [...] Il mio linguaggio è la somma totale di me stesso, perché l’uomo è il pensiero» (Peirce) ed è nei segni -del cielo, degli sguardi altrui, delle parole dette, pensate e taciute- che si compie il nostro viaggio. Decifrare questi segni è il compito proprio dell’umano, sempre ripetuto, sempre incompiuto. Aperto.

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