Pagliacci

Di: Giusy Randazzo
9 maggio 2011

A Genova l’orchestra del Teatro Carlo Felice è senza dubbio un fiore all’occhiello della città. Per quanto retorico possa apparire, è bene ricordare che la musica non ha nulla di strumentale. Non è a servizio di qualcosa. È forse, tra tutte le arti, la meno asservita alla funzione e alla forma. È libera e rende liberi attraverso la sospensione catartica di ogni esistenziale. Abilità e conoscenza musicale non bastano affinché il ritmo, l’armonia, la melodia e il loro rapportarsi geometrico possano dare tanto. È necessario quell’in più che fa del musicante un musicista e che non è classificabile se non in termini di talento. I membri dell’orchestra del Teatro Carlo Felice sono tutti musicisti. In occasione della messa in scena dei Pagliacci di Leoncavallo con la regia di Franco Zeffirelli lo hanno dimostrato ampiamente. Per dare il respiro a un recitativo cantato di tale livello, a una scenografia architettonicamente spettacolare come questa, a colori e luci, che rendevano magica l’atmosfera, era necessaria una grande orchestra. E grande è stata. Il melodramma di Leoncavallo ha emozionato sino al punto da generare le vertigini.

La trama è nota. Arrivano in un paesino della Calabria dei commedianti che daranno luogo a una rappresentazione comica. Canio è il capocomico della compagnia. Nedda, la moglie, nella commedia vestirà i panni di Colombina mentre il marito quelli di Pagliaccio. La storia che metteranno in scena in chiave comica avrà come tema principale il tradimento di Colombina che innamorata di Arlecchino intende lasciare il marito, per l’appunto Pagliaccio. La finzione però diviene reale nella vita. Nedda ha una relazione segreta con Silvio, ma verrà scoperta da Canio grazie a Tonio che, invaghitosi della donna, al rifiuto di questa, si vendica informando il capocomico della relazione della moglie. Durante il secondo atto ha luogo la rappresentazione della commedia, annunciata precedentemente al pubblico del paesino. La sofferenza di Canio, per le vicende personali, ha il sopravvento. Mentre Nedda crede ancora di recitare, Pagliaccio invece rappresenta se stesso e il suo dolore. Dalla finzione si passa alla realtà di fronte a un pubblico sempre meno ignaro e più consapevole che Pagliaccio non sta recitando più. Canio/Pagliaccio chiede ripetutamente alla moglie chi sia il suo amante brandendo un coltello, ma Colombina/Nedda non intende rivelarlo. Il marito disperato la uccide. Silvio, che stava assistendo alla rappresentazione, cerca di salvare Nedda. Pagliaccio comprende che l’amante è proprio lui e con la stessa arma lo uccide.

A conclusione del primo atto l’orecchiabile aria Ridi pagliaccio, magistralmente cantata dal tenore Antonello Palombi, ha generato l’incanto, provocando autentica gioia. Il corpo intero di chi c’era ne ha tratto beneficio perché ha goduto l’orecchio, ma anche gli occhi pieni della bellezza dei colori e delle scene. All’apertura del sipario dopo l’ascolto del Prologo –cha già anticipava la meraviglia del prosieguo- si è aperto davanti agli spettatori un mondo: il paese calabrese di Montalto riprodotto con maestria da Zeffirelli che ha attualizzato un’opera dell’Ottocento dimostrando l’eternità di certa arte. Il tocco contemporaneo negli abiti e nelle cose si è mescolato, ancora una volta musicalmente, con quanto del passato riemergeva. Nessuno scontro né alla vista né al cuore. Un incontro, piuttosto, tra passato e presente nel kairós di ogni movimento. La soprano Maite Alberola –Nedda- e il baritono Domenico Balzani –Silvio- hanno riprodotto un duetto brillante e pieno di pathos. Non meno coinvolgente è stata la scena precedente in cui Juan Pons –Tonio, ma anche Prologo- ha espresso per Nedda dapprima il suo amore e in seguito il suo risentimento con notevoli capacità drammatiche e una voce che difficilmente si dimentica. Un ultimo accenno al popolo che animava la scena. Molto più di un centinaio di persone stavano sul palco. L’abilità del regista forse trova la sua cifra proprio in questo pubblico numeroso che avrebbe potuto generare confusione mentre invece si muoveva con armonia, lasciando che la correlazione tra finzione e realtà, come era negli intenti di Leoncavallo, emergesse nella sua trasparente specularità: la realtà cedeva alla finzione e la finzione alla realtà; la finzione era reale e il reale era finzione. Un vero e proprio teatro nel teatro mentre il pubblico ammirava il pubblico. Esattamente come nella vita, in cui la maschera che portiamo spesso non è abbastanza spessa per sospendere la verità della sofferenza che solitamente non ama nascondersi.

Teatro Carlo Felice di Genova
Pagliacci
Opera in un prologo e due atti di Ruggero Leoncavallo
Musica di Ruggero Leoncavallo
Direttore: Fabio Luisi
Direttore (12 e 17/4): Gaetano d’Espinosa
Regia e scene: Franco Zeffirelli
Costumi: Raimonda Gaetani
Luci: Paolo Mazzon
Regista assistente: Stefano Trespidi
Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice
Con: Maite Alberola (Nedda), Antonello Palombi (Canio), Juan Pons (Tonio), Manuel Pierattelli (Peppe), Domenico Balzani (Silvio).
Dal 5 al 17 aprile 2011

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