Accardi, la luce e gli altri

Di: Alberto Giovanni Biuso
12 giugno 2011

 

Lievità. È questo uno degli elementi forse meno osservati ma più intrinseci all’arte contemporanea. Una sottrazione di peso, di strutture, di messaggi che lascia scorrere la materia e le forme in flussi molteplici, luminosi, ludici. Di tale leggerezza, Carla Accardi è una protagonista. Le opere esposte al Palazzo Valle di Catania percorrono l’intero itinerario dell’artista dagli anni Cinquanta al presente. Una grande installazione nel cortile del Palazzo -Vie alternative, 2010- accoglie il visitatore col suo bianco e nero elegante e giocoso.
«Dare vita a un’immagine astratta, oggettiva, primaria e libera» è l’obiettivo che Accardi raggiunge attraverso segni cromatici che sono un’esplosione di colori, che formano una disordinata armonia poiché, scrive, «in natura non esiste solo un ordine geometrico e al di fuori di esso un disordine casuale, ma piuttosto un ordine casuale» (Catalogo della mostra, a cura di Luca Massimo Barbero, SilvanaEditoriale, Milano 2011, p. 24). Non soltanto di ossimori si tratta ma della complessità inclassificabile della vita che uomini, natura, cose condividono nel fluire del tempo. Perché l’arte di Accardi ha la particolarità di sembrare e di essere viva, come un animale che muta e cresce al variare dello spazio e dei momenti. Una caratteristica, questa, che è data anche dal materiale usato per molti anni, il sicofoil, un acetato di cellulosa che è simile al vetro e che reagisce alle variazioni ambientali. L’artista ha voluto utilizzare vernici e plastiche anche nell’esplicita intenzione di “nobilitare” questi materiali, mostrando come la bellezza stia nelle forme e non nei supporti -marmo, bronzo, tele, carta- sempre diversi e tutti neutri.

I colori, soprattutto i colori, restituiscono la potenza delle forme. Ma anche i colori sono un mezzo perché, afferma Accardi, «più che i colori, io amo da sempre gli accostamenti e l’emanazione di luce che ne deriva» (Catalogo della mostra, cit., p. 22). Una luce che è anche profondamente mediterranea, poiché «vissuta in Sicilia fino ai vent’anni, ho assorbito molto di quella luce e di quei colori mediterranei e dello spirito di confine che vi si respira, e dei resti delle civiltà antichissime che vi sono fiorite» (Ivi, p. 62).
Lo confermano alcune opere emblematiche come Mutazione su rosso (1960), dove varie tonalità di rosso si trasformano in blu e in bianco, dando vita a una struttura estremamente dinamica. In Verde / Arancio (1964+80) due campi cromatici molto intensi sono separati da una diagonale il cui sfondo è la parete stessa che ospita il quadro. È il vuoto, quindi, è l’aria a entrare nella composizione dell’opera. È la trasparenza stessa che diventa spazio tridimensionale e abitabile in Tenda (1965-66) e in Casa labirinto (1999-2000), nella quale una base di legno sostiene delle pareti di plexiglass dipinte con vernice.
Per questa artista il colore più bello è un «verde fluorescente sul trasparente» (Ivi, p. 22), testimoniato -insieme ad altri colori e altre trasparenze- da Rosa verde (1964), un’abbagliante opera fatta di caseina su tela; da Stella (Dieci triangoli rossogialli) (1981), stelle di luce e di legno in un ordine cromatico casuale e geometrico. In questo tripudio cromatico colpisce la semplicità classica di due Grandi trasparenti (1975) e della Catasta (1979) appoggiata al pavimento; le prime lasciate al legno e alla trasparenza del sicofoil, come se fossero finestre aperte nella mente di chi guarda, la seconda che potrebbe continuare in un’infinita accumulazione di scandite regolarità spaziali.
Alcune opere recenti segnano il trionfo della potenza coloristica: Immediatamente rosso, Verde e cobalto, Curve verdi su nero (tutte del 2008), Grigio azzurro abbaglio (2010), nelle quali il vinilico su tela crea il gaudio dei colori, della luce, del gioco che l’arte è.

La seconda mostra ospitata a Palazzo Valle è fatta anch’essa di lievità, di aria, di geometrie, di creazione con pochi semplici strumenti di spazi ritmati, esattamente come fa Accardi. In particolare, Fausto Melotti costruisce con l’ottone dei paesaggi, dei percorsi, dei totem che sono insieme arcaici e postmoderni.
Ovunque è la luminanza ma soprattutto essa abita nello sguardo che plasma di senso la materia.

 

Carla Accardi. Segno e trasparenza

Segni come sogni. Licini, Melotti e Novelli fra astrazione e poesia

Catania – Fondazione Puglisi Cosentino, Palazzo Valle

Sino al 12 giugno 2011


 

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