Corpo celeste

Di: Alberto Giovanni Biuso
12 giugno 2011

 

Marta ha 13 anni. Gli ultimi dieci li ha vissuti in Svizzera. Ora è tornata a Reggio Calabria con la madre, che lavora di notte in un panificio, e con la sorella diciottenne che è molto gelosa di lei e la detesta. Il padre non c’è ma ci sono tanti zii. Marta perlopiù tace. Guarda il mondo dall’alto di un piano non finito della casa dove abita, dall’alto dei ponti, dall’alto della profonda estraneità che sente nei confronti di un ambiente che lei non giudica, che forse non comprende, che le appare nell’orribile distesa del paesaggio urbano di Reggio, nelle figure lontane di ragazzi che prendono oggetti da una discarica per portarli in riva al mare, nella meccanicità dei movimenti fisici dei suoi coetanei zombie, nella malinconica violenza della maestra del catechismo. Marta deve, infatti, prepararsi alla cresima sotto la guida di Santa, una donna devota, entusiasta e limitata, che per spingere i ragazzi a una maggiore convinzione li esorta a essere soldati di Cristo imitando Rambo. Sono uno spettacolo, infatti, questo catechismo e questa cresima, scanditi dai ritmi di una canzonetta che dice: «Mi sintonizzo con Dio / è la frequenza giusta / mi sintonizzo proprio io / e lo faccio apposta / voglio scegliere Gesù / voglio scegliere Gesù». All’arrivo del vescovo, il parroco tarda perché in compagnia di Marta sta portando a Reggio il crocifisso preso nella chiesa di un paese dell’interno che è stato abbandonato da tutti ma dove abita ancora un vecchio prete, il quale finalmente risponde alla domanda della ragazzina su che cosa significhino le parole Elì, Elì, lema sabactani. Apprende, così, che esse parlano dell’abbandono di Cristo sulla croce. Il crocifisso non arriverà alla cresima, caduto e perduto tra le acque di un fiume. Da quella cresima anche Marta fugge, va verso il mare, in un finale straniante, triste, sospeso.

Una sottile ferocia e un grande vuoto cadenzano questo film nel quale il prete è interessato soprattutto a fare carriera in una parrocchia più grande e importante e per questo obbedisce al vescovo procurando dei voti a un candidato da lui indicato. Don Mario è profondamente solo come sola è la catechista, che segretamente ne è innamorata. Il vuoto dei sentimenti si indirizza verso gli animali -i gattini annegati dal sagrestano, le lucertole tagliuzzate dai ragazzi-; verso gli spazi urbani devastati dall’abusivismo pervasivo di ogni luogo; verso Marta, la sua libertà, la sua figura. Un film di formazione, con la ragazzina che si taglia da sola i bei capelli in un gesto di ribellione silenziosa, che vive il suo menarca nello squallore dei bagni di un ristorante, che sorride e piange con la medesima tenace dignità, che accarezza l’antico crocifisso come fosse un suo coetaneo. C’è in tutto questo un bisogno di religiosità quasi mistico che viene ottusamente e banalmente distrutto dai riti di un cattolicesimo tutto sociologico e televisivo, squallido e decadente.
 Alice Rohrwacher racconta una storia delicata e crudele ispirandosi ai canoni formali del gruppo danese Dogma -macchina a mano in movimento intorno agli attori, addosso ai loro corpi; luoghi reali; nessun effetto speciale-, disvelando con pacato disprezzo e con partecipe ironia la menzogna dei sacramenti svenduti, di una fede fasulla. Ogni scena è intrisa di un simbolismo profondo, come se si trattasse di palinsesti da decifrare. Dietro la superficie di una modernità volgare traluce un antico bisogno di grazia, di un corpo celeste.

 

Corpo celeste

Regia di Alice Rohrwacher

Italia, 2011

Con: Yle Vianello (Marta), Pasqualina Scuncia (Santa), Salvatore Cantalupo (Don Mario), Anita Caprioli (Rita), Renato Carpentieri (Don Lorenzo)

 

 

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