Immota manet

Di: Giusy Randazzo
12 giugno 2011

 

Il prima e il poi non sono semplici avverbi temporali ma l’andamento proprio del tempo che è nell’essere delle cose e dei loro stati. Modi di riferimento che preservano anche l’adesso smuovendolo dalla fissità che taluni vorrebbero rintracciare nell’istante. È impossibile viverlo come minuscola quantità irreprensibile al divenire. Esso è il divenire stesso. E contiene il prima e il poi, senza dubbio. E chi ne coltivasse qualcuno dovrebbe confrontarsi con certe fotografie che non sono eternità d’istante, ma sua eternizzazione ovvero realizzazione dell’eternità del καιρός, operazione all’apparenza impossibile. I nostri occhi ci impediscono di fermarlo perché il flusso percettivo travolge nel suo fiume i segni, imprigionandoli in una storia che è fatta di un troppo che diventa poco perché narrata dal modo abitudinario che abbiamo di guardare.
Le immagini di Benedetta Bossi in Immota manet. L’Aquila tra patimento e speranza possiedono questa specifica caratteristica di certe fotografie, in particolar modo di quelle architettoniche e storiche. Le sue foto ci presentano L’Aquila all’indomani del terremoto. La Bossi non suggella l’attimo, ma rapisce riconoscendolo il καιρός capace di raccontare del prima e del poi.

Il rifiuto del colore e la scelta del bianco e nero, cui Maria Benedetta ha fatto ricorso, comunicano il senso di una sacralità antica, richiamo di sofferenze ancestrali di una vita dignitosa, sospesa tra sconfitte e paure nel segno di una certezza incombente, richiamo costante alla precarietà dell’esistenza umana. La gioia del colore è preclusa, perché l’esistenza umana è, qui, priva di colori. (R. Pititto, Immagini di un terremoto: L’Aquila 2009. Il dolore, il pianto, la rabbia, p. 23)

Gli oggetti prendono vita, diventano enti che parlano, fremono, piangono. Il frigorifero è rimasto dov’era, tutto intorno è crollato. Sembra un condannato a morte con le spalle al muro pronto a urlare il suo grido eroico prima di essere colpito. Ma il muro retrostante non è colpevole di quello scempio e del suo stare precario. Mostra disarmato le sue ferite, lesioni profonde, crepe evidenti, una, in direzione del frigorifero, sembra un fulmine che si è fermato di fronte alla fierezza di quell’oggetto che non è più un qualsiasi frigorifero. È visibile il piano sottostante. Una nudità raggelante questo scoperchiamento del quotidiano. La luce rischiara l’angolo di una porta. Tutto appare nella sua intimità solitamente celata a occhi indiscreti. (L’Aquila, un frigorifero, giugno 2009, p. 74).

Non solo ha distrutto paesi, case, monumenti, oggetti, ucciso persone ma ha anche consegnato alla pubblica visione l’intimità degli individui, delle famiglie, degli interni domestici e di culto i cui brandelli sono stati “visti” da Benedetta Bossi non con l’occhio del voyeur ma con lo sguardo amoroso e dolorante di chi vorrebbe “urlare” l’ingiustizia del mondo ma rimane ammutolito davanti alla colpevole responsabilità degli uomini. (L. M. Fusco, Pietra su pietra…, p. 47)

La vita schiacciata ritorna nei piccoli oggetti di uso quotidiano che rimangono silenziosi e speranzosi assieme alle rovine o nonostante gli interventi di messa in sicurezza. Oggetti a cui la Bossi ha volutamente donato dignità ontologica: le stoviglie sul ripiano del lavabo, la caldaia di una caffettiera tra una ciotola e una tazzina, un portamestoli, i detersivi. Su tutto una caligine di calcinacci e la volontà di stare. (L’Aquila, stoviglie, aprile 2010)
Noi che non c’eravamo abbiamo visto l’Aquila all’indomani del terremoto del 6 aprile 2009, fortemente investiti dalla tragedia delle vite umane spezzate e dalla distruzione che dilagava su un territorio che era una perla della storia d’Italia.

Aveva ben ragione il lungimirante imperatore che Tiziano volle ritrarre su un intrepido destriero, aveva ben ragione se è vero che la città nel Cinquecento era la più importante del Regno di Napoli. Parlo dell’Aquila, sublime città d’arte ancorché troppo schiva: che eleganza! Un fossato enorme nel quale qualche inquieto vorrebbe ancora far scorrere destrieri e io progettare naumachie con bei kouroi in palio, un fossato enorme separa la città dal castello dalle mura possenti, dieci, dodici metri, restaurate un tempo nel segno della perfezione. (J. Capriglione, Forse un viaggio in una città Museo, p. 21)

I particolari sono sfuggiti a tutti. Caduti nell’oblio poiché risucchiati dalla quantità che se da un lato è angosciante bilancio del disastro, dall’altro non consente di cogliere la grande differenza che esiste tra 308 morti e 307, per esempio. Per comprendere bisognerebbe entrare nella storia di ciascuno di quei morti e anche delle vittime sopravvissute, il cui orizzonte «si è ristretto paurosamente» (R. Pititto, cit., p. 22). I numeri confondono e disumanizzano quando intendono dare la misura del tragico, fino allo scempio di classificare gli eventi, di ridimensionarli in una comparazione fatta con carne umana e non con astrazioni. E se questo accade solitamente con le vite umane, a maggior ragione accade con le “cose” di cui ci sentiamo padroni. La perdita appare superflua di fronte alla quantità di vittime. Un’altra comparazione terribile a danno dei vivi naufragati per ben tre volte nello stesso mare di indifferenza: i loro amati, caduti nella voragine del numero tondo che strappa i volti; le loro mura crollate, che diventano “poca cosa” di fronte all’immane disastro; la loro città silenziosa e transennata, che “più in là” ospita gli sfollati in case e baracche che dovrebbero rendere loro il ritorno alla vita di sempre. E poi la cattiveria di chi spera di far soldi col dolore degli altri, nota a tutti nel caso dell’Aquila.

Sono tornato sporadicamente in Abruzzo, leggendo i segni delle inevitabili trasformazioni e apprendendo di altre, anche più gravi e gratuite, grazie alle segnalazioni di amici e conoscenti. Si andava infatti sviluppando quell’attività di opere pubbliche, dispendiose e inutili, che avrebbe stravolto l’ambiente non arricchendo la regione e i suoi abitanti, ma solo una casta padrona e predona già bollata nel 1975 dal fulminante “Io so” di Pasolini, e che, di opera in opera, avrebbe condotto certuni all’osceno sghignazzo nella notte del terremoto dell’Aquila nel 2009. (L. Di Mauro, Benedetta fotografa l’Aquila, p. 35)

Nessuna presenza umana tra le immagini della Bossi, sono le cose a parlare per i vivi e per i morti, a dire l’indicibile. Il silenzio ritratto nelle vie desolate, il vuoto di voci che assorda le orecchie, il pianto degli edifici che stanno per cadere e sembra invochino l’aiuto di un dio, come la casa d’abitazione a Poggio di Roio. Appare come il bastone traballante di un vecchio quella parte di muro che, ridotto alla larghezza di una colonna, ancora regge il tetto. L’interno non c’è più, ammonticchiato tra le macerie che si sono raccolte insieme a pian terreno in un’unica montagna di resti su cui campeggia uno specchio rotondo. Come fosse un segnale. Una richiesta di attenzione. O più ancora: il bisogno di quell’abitazione di essere riconosciuta grazie a quel cielo che si specchia e che l’attraversa mostrando le sue ferite da parte a parte. Piange il morente e piange chi l’osserva, persino l’abitazione a sinistra della foto sembra incarnare lo sguardo di chi desolato assiste agli ultimi istanti di vita di un uomo. (Poggio di Roio, Casa d’abitazione, Piazza Missionari, dicembre 2009, p. 50). E poi la cupola sventrata di Santa Maria Paganica si apre al cielo con la sua lacerazione profonda. In primo piano la decorazione di un pennacchio intatto che sembra tenere insieme con una forza tutta divina quel che rimane di questo luogo sacro. (L’Aquila, pennacchio della cupola di Santa Maria Paganica, giugno 2010).

Chi c’era, chi non ha visto attraverso la televisione, chi ha lavorato sul serio sul territorio martoriato, per gli aquilani e per ognuna di quelle vite spese, ha compreso sulla propria pelle che la natura è sempre innocente gli uomini no. Ludovico Fusco, nel commento alle fotografie di Benedetta Bossi, ci racconta di un’amica che una volta al mare aveva visto cercare delle pietre, soppesarle e poi con estrema cura porle una sull’altra in perfetto equilibrio «“instabilmente stabile”». Si tratta dello Stone Balancing, ci spiega Fusco, «una disciplina mentale legata alla pratica Zen, fondata principalmente sulla capacità di scambio di energia tra soggetto, pietra e luogo per la verifica della potenzialità di un equilibrio corretto» (L. M. Fusco, Pietra su pietra…, p. 47).

E allora ritornano in mente le pietre rese stabili per un tempo indefinito dall’amore e dalla forza di volontà di chi le ha “poste” ed è l’amore che è mancato a chi, invece, ha costruito quelle case, quegli edifici, ignaro del valore etico del suo compito, indifferente al sentimento d’amore. Costruire una casa per altri che l’abiteranno è una delle operazioni più significative che un uomo possa fare per un altro uomo. (Ibidem)

Nella fotografia di un hotel crollato sorprendono i rami dell’albero che compaiono nel margine sinistro. Di fronte c’è l’albergo, abbattuto esattamente come un albero sotto i colpi di un boscaiolo. Si accascia morente di lato, mentre i rami sembrano indicarlo. Surreale questo rovinare delle cose umane al gong mortale della natura che ci accusa mostrandoci il danno. La Bossi ha tradotto in immagine un dialogo troppo spesso inascoltato che oggi è soltanto triste bilancio. (L’Aquila, Hotel Duca degli Abruzzi, luglio 2009)

Ventitré secondi sono stati sufficienti per cambiare il destino di una città, per trasformare una comunità di gente operosa e tranquilla in una colonna di sfollati, sconvolti dal dolore e dall’incertezza […]. Io e la mia famiglia fummo svegliati dallo schianto, dal rumore cupo e profondo proveniente dalle viscere della terra. […] La casa aveva retto, ma guardando verso la città, una luna piena a mezza altezza del cielo gettava il suo chiarore su una nube di polvere che saliva verso l’alto. Capii in quel momento che L’Aquila non era più la stessa, era stata irrimediabilmente violentata e prenderne coscienza era spaventoso. (S. Basti, Ventitré secondi, p. 81)

La fotografia iniziale dell’Aquila racchiusa in un paesaggio pittorico ha qualcosa di sinistro, sembra muta, gli edifici non cantano, per dirla con Valery, soltanto da questo si comprende lo strazio che l’attraversa, soltanto così si ridesta l’occhio disattento che si avvicina all’immagine e scopre i volti delle costruzioni a sentinella delle proprie rovine pur sempre amate. (L’Aquila, Panorama, agosto 2009, p. 24)

Il giorno 9 aprile […].Da lontano la città sembra la stessa di sempre, racchiusa tra montagne mastodontiche, dalle cime innevate, adagiata sul colle dove i templari nel 1200 la fondarono. Lo scenario in città è tetro: le case sono molto antiche, addossate una all’altra. Il silenzio è spettrale, nemmeno un aquilano in strada, tornato a casa a recuperare l’indispensabile. […] (F. De Felice, L’Aquila colpita al cuore, p. 83)

Nello stemma della città riecheggia il nobile orgoglio che nonostante le rovine e le macerie emerge potente contro chi la vorrebbe rendere una nuova Gibellina. Ma L’Aquila immota manet, salda nella sua fierezza che non scende a compromessi. La fotografia conclusiva non è soltanto il volto della speranza ma la volontà costruttiva degli uomini operosi che sanno come proteggere i luoghi che mettono al riparo la «semplicità dei Quattro», cielo, terra, divini e mortali; che sanno che costruire è propriamente abitare e l’abitare un aver cura dell’essenza delle cose presso cui i mortali soggiornano1. Non è un caso che proprio nell’ultima fotografia della serie compaia la presenza umana. Sono uomini sospesi in aria, sembrano stagliati nel cielo, dirigono il lavoro della gru per posizionare la gigantesca copertura sulla cupola distrutta di Santa Maria del Suffragio. E la chiesa sta lì, mastodontica e ferita, sotto il loro sguardo attento e prezioso, in attesa di cura, pronta a farsi aiutare mentre rende a noi la vera essenza del suo essere un luogo che accorda la terra, il cielo, i divini e i mortali, e non una semplice presenza. (L’Aquila, cupola di Santa Maria del Suffragio detta delle Anime Sante, luglio 2009, p. 91)

«Sono stati tratti in salvo 4000 reperti di valore storico ed artistico inestimabile e ad oggi sono state poste in sicurezza, realizzando opere provvisionali, più di 200 chiese di epoca antichissima. Una vera scommessa ingegneristica è stata l’opera realizzata dai SAF per la messa in sicurezza della chiesa di Santa Maria Suffragio con l’obiettivo di salvare ciò che era rimasto in piedi della cupola progettata nel 1805 dall’architetto Giuseppe Valadier». (F. De Felice, cit., p. 83)

 

 

Nota
1 Cfr. M. Heidegger, «Costruire abitare pensare», in Saggi e discorsi, Mursia, Milano 1976.

 

AA. VV.

Immota manet. L’Aquila tra patimento e speranza

Immagini di Maria Benedetta Bossi

Segni edizioni

Napoli 2010

Pagine 93


 

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