Madama Butterfly

Di: Giusy Randazzo
12 giugno 2011

Quando si deve recensire Madama Butterfly non si può fare a meno di chiedersi come soppesare la forza teoretica del libretto con la straordinaria musica di Puccini. Se poi gli artisti coinvolti nella rappresentazione sono bravi a tal punto da incarnare i personaggi, facendo della finzione la realtà, e il loro cantato permette a ognuno l’isolamento riflessivo pur se in una sala gremita di gente che applaude per ben tre volte a scena aperta, allora la questione originaria si fa senza dubbio più complessa.

Che cosa affascini di Cio-Cio-San forse si può comprendere. Questo ostinato attaccamento alla verità scelta, questa fedeltà a se stessa e questo puerile entusiasmo amoroso perdono i tratti dell’infantilismo per divenire oltreumanismo: «Innocenza è il fanciullo e oblio, un nuovo inizio, un giuoco, una ruota ruotante da sola, un primo moto, un sacro dire di sí. Sí, per il giuoco della creazione, fratelli, occorre un sacro dire di sí: ora lo spirito vuole la sua volontà, il perduto per il mondo conquista per sé il suo mondo» (F. Nietzsche, Cosi parlò Zarathustra, Adelphi, Milano 2008, p. 25). Lei è Butterfly, la farfalla che Pinkerton, il tenente della marina degli Stati Uniti, lo yankee americano che tutto può avere, ha scelto di trafiggere con uno spillo per la sua preziosa collezione, il giocattolo grazioso che è divenuto sua moglie, la geisha che quindicenne resterà legata a lui per novecentonovantanove anni. Lui la lascerà, lo sa già quando preso dalla passione decide di sposarla, profittando della possibilità di prosciogliere ogni mese il matrimonio come la legge giapponese gli consente. Cio-Cio-San si fida, cede all’amore, in modo completo, totale. E totale è quest’opera d’arte. Il coro di parenti e amici che duetta con Butterfly renda questa tragedia un esempio dionisiaco –com’è la forma più alta di amore- e al contempo apollineo –com’è la dolcezza geometrica e semplice di chi ama e crede fermamente nell’altro: «Badate, ella vi crede», sostiene il console americano Sharpless. Ed è vero, a tal punto che lo attenderà fiduciosa per tre anni. Pinkerton le aveva promesso di ritornare «nella stagione beata che il pettirosso rifà la nidiata» e lei chiede a Sharpless, a conclusione di questa estenuante attesa, con un’ingenuità disarmante se per caso in America i pettirossi non usano far il loro nido così spesso come in Giappone. È a tal punto fedele al suo amore che le è più facile piegare la natura alla menzogna che non se stessa alla realtà dei fatti. Lei vive sola nel fondo sacro dell’amore e vi si attacca come una patella alla roccia, aderendovi perfettamente. Amore e morte, Eros e Thanatos, Dioniso e Apollo, ancora una volta danzano insieme: due facce della stessa erma. E, quando la verità le si presenterà davanti e lei non la potrà più fuggire perché è entrata a casa sua e si chiama Kate e le sta chiedendo perdono per averle involontariamente fatto del male sposando quello che Butterfly credeva ancora suo marito, tutto sarà compiuto e per l’ennesima volta la morale degli schiavi avrà avuto il sopravvento su quella degli aristoi. Gli schiavi si adeguano alle formalità, alle convenzioni, alle consuetudini; accettano rinunciatari e si rassegnano perché sono i più deboli; questa capacità di adattamento li rende, però, darwinianamente più forti ma non migliori di chi è disposto senza alcun risentimento ad andare fino in fondo alla morte pur di rimanere fedele a se stesso con magnanimità, coraggio, generosità. Questa la differenza tra il forte Pinkerton e la coraggiosa Cio-Cio-San. Lei adesso non è più una farfalla, è semplicemente avvizzita, sfiorita, morta. La speranza non la abita più e il suo bambino, che amava doppiamente perché figlio suo e di Pinkerton, a cui assomiglia, deve poter andar via senza rimpianti: andare oltre l’oceano, vivere da benestante, essere americano. Cio-Cio-San non cederà di fronte al richiamo potente della sua maternità egoista, benderà il suo attaccamento alla vita di madre come benda (nella versione originale di Illica, Giacosa, Belasco) gli occhi del piccoletto affinché non assista alla morte di chi l’ha generato. Un sacrificio -il suo suicidio- che ha il sapore della rinascita, dell’estrema adesione al proprio sacro dire sì alla vita pur sconfinando all’apparenza nella contraddizione, nell’irrazionalità. Non è vendetta, nonostante l’urlo di rimorso di Pinkerton -le ultime note che lo spettatore si porterà a casa- attraverserà potente quel nome ripetuto per ben tre volte prima del rapido sipario alla fine del terzo e ultimo atto: «Butterfly! Butterfly! Butterfly!».

La regia di Ignacio García riprende quella del 2006 di Renata Scotto, modificando leggermente il finale che anche cinque anni fa si concludeva comunque in modo altrettanto solenne con il telo bianco dietro cui si nasconde Butterfly per darsi la morte che, nel momento in cui sferra il colpo fatale, cade leggiadro e potente sul suo corpo quasi esanime. Non soltanto, però. Il regista spagnolo, come a suo tempo aveva fatto la soprano regista, segue -in un adeguamento che nulla ha tolto alla sua autonomia creativa- lo straordinario allestimento essenziale di scene e costumi, altra cifra di questo spettacolo, che il Teatro Carlo Felice, già dalla stagione 1995-1996, ha ereditato dallo scomparso Beni Montresor. Lo spazio è minimamente decorato: una casetta nel primo atto, pochi arredi essenziali nel secondo e nel terzo. I costumi permettono ai personaggi di rappresentare se stessi con la veridicità che certa apparenza porta con sé. Questa semplicità, orginarietà e raffinata bellezza permettono allo spettatore di non distrarsi, godendo della musica nella sua incorporea essenzialità catartica e del movimento geometrico dei personaggi che si dispongono sul palcoscenico garbati e aggraziati come pensieri morbidamente situati. Hui He, la soprano cinese che interpreta Cio-Cio-San, è stata davvero sorprendente. La sua gestualità, realmente orientale, unita alla potenza della sua vocalità femminea e commovente e pur con un timbro corposo hanno affascinato il pubblico che ha visto e non soltanto ascoltato Butterfly, facendole meritare l’ovazione finale. Decisamente coinvolgenti e appassionati anche la mezzosoprano Elena Cassian (Suzuki), il baritono George Petean (Sharpless) e il tenore Massimiliano Pisapia (Pinkerton). Armonia, ritmo e melodia sono i tratti inscindibili ed equilibrati della loro interpretazione vocale, apprezzata e applaudita meritatamente.

La direzione musicale dell’opera di Stefano Ranzani ha permesso che la bravura dell’orchestra del Carlo Felice, nota a chi vive questa città, potesse emergere in tutta la sua potenza e raffinatezza accompagnando degnamente un’opera come Madama Butterfly potente e raffinata.

E anche questa volta il pubblico aspettava la celebre aria Un bel dì vedremo. Ovviamente l’attesa è stata ripagata ampiamente da Hui He che ha raccolto un consenso unanime e profondamente sincero.

 

Teatro Carlo Felice
Madama Butterfly
Musica di Giacomo Puccini
Libretto di Illica, Giacosa, Belasco
Direttore: Stefano Ranzani
Giacomo Sagripanti (7, 9 giugno)
Regia di Ignacio García
Scene e costumi di Beni Montresor
Orchestra e coro del Teatro Carlo Felice
Con: Hui He (Cio-Cio-San), Raffaella Angeletti (Cio-Cio-San, 21, 29/5 – 7, 9/6), Massimiliano Pisapia (Pinkerton), Leonardo Caimi (Pinkerton, 21/5 – 7, 9/6), Elena Cassian (Suzuki), George Petean (Sharpless), Mario Bolognesi (Goro), Sara Cappellini Maggiore (Kate Pinkerton).

 

 


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