N. 12, giugno 2011 – Durata

Di: agb & gr
12 giugno 2011

 

Se la fotografia sia o non sia arte è una questione non del tutto chiusa. Il tratto fondamentale che caratterizza l’opera d’arte, che Benjamin chiamava aura, la sua unicità, la sua irripetibilità, pare venga meno nella fotografia, almeno sin dai tempi del calotipo di William F. Talbot, poiché nasce già nel nuovo orizzonte della riproducibilità tecnica. La copertina di questo mese -un’opera di Franco Fasulo fotografata dallo stesso artista- apre alla riflessione sul tema qui introdotto e accenna a una prima intuitiva risposta: l’irripetibilità non è legata all’unicità della materia così come la ripetibilità della produzione all’infinito non ha nulla a che fare con l’eternità dell’istante. È piuttosto il designatum o quanto Barthes chiamava spectrum, il soggetto di un’opera o di una foto, che nel gesto di essere colto diviene eterno e unico –conservando in modo autentico e smuovendo dalla fissità il suo essere stato- a dispetto di qualsiasi richiamo al disvalore della riproducibilità che vorrebbe trattare l’arte come si fa con i fatti economici pur essendo un evento esclusivamente umano. D’altronde chi scruta nella profondità dell’uomo sa di doversi anche confrontare con l’orrore, con la crudeltà, con la brutalità, con la ferocia che vi abita. Eppure l’essere umano è anche l’unico ente in natura in grado di creare pura bellezza senza doversi piegare alla tirannia della forma, di ergersi al di là della propria finitezza per gettare nell’eternità ciò che è destinato all’oblio, di dare voce alla materia muta o di piegarla alla luce che emana dal nulla quando nasce un’opera d’arte. L’indagine su questo strabismo tutto umano -mostruosità e bellezza, bellezza della mostruosità e mostruosità della bellezza- è necessaria oltre che feconda. E pare che sia proprio l’arte, figlia dell’uomo, a correre in aiuto del padre quando degenera, per ricordare gli orrori e catapultarli nel tempo eterno, per fermare i momenti felici e renderli pregni di ciò che li ha resi possibili, per strappare gli istanti dall’indifferenza dell’ovvietà e della noia, per alleviare le pene senza cercare ragioni consolatorie ma offrendo il rifugio necessario a reggere il dolore. Il potere creativo è nell’uomo, nelle sue mani, nei suoi occhi, nella sua mente, nell’interezza della sua corporeità quando non si lascia vivere ma è immerso in una progettualità consapevole e scelta, che chiamiamo durata. Essa è la vita della mente come flusso unico e indivisibile, poiché stasi e arresti sono solo delle istantanee fermate artificiosamente nel continuum della natura. La stabilità non esiste se non nell’abituale -ma non per questo meno astratta- illusione del tempo spazializzato, suddiviso, frammentato e, alla fine, dissolto. L’essere è movimento, è un mutamento unitario, pulsante, eterno. La storia è tale durata diventata comunità di ricordi. Da quando è nata, la fotografia è molto più del semplice strumento tecnologico che fissa l’istante. È, invece, la memoria umana diventata immagine. Anche questa immagine è la vita pensata.

Forse in nessun altro numero di Vita pensata come in questo il tema trattato non è soltanto una percepibile trasversalità che segna gli articoli ma un denominatore comune ai testi e alle opere presentate. Una conciliazione che avviene in modo del tutto naturale -che non nasce dunque dalla volontà di piegare a un orizzonte comune ciò che ordinariamente viene considerato separato- seguendo un andamento abduttivo che non vuole giungere ad assiomi indiscutibili, ma ancora una volta far pensare.


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