Il valzer di un giorno

Di: agb & gr
28 maggio 2018

Il matrimonio (mater/matris-moniumda mūnŭs) significa etimologicamente “dovere/compito della madre” poiché originariamente si riteneva che la sacralizzazione dell’unione -ma anche e soprattutto la procreazione della progenie- dipendesse dal ruolo materno assunto dalla donna. In realtà è proprio con la parola madre che ci si sottrae dal sessismo che intrinsecamente reca con sé il lemma matrimonio e per di più lascia che appaia la fecondità terminologica. Dalla radice sanscrita (anche misurare) si giunge a MàtramisuraMatrimonio diviene dunque “compito della misura”. Un compito che oggi richiama prepotentemente il verso, già caro a Heidegger, di Hölderlin: «C’è sulla terra una misura?». «Così potrebbe darsi che il nostro abitare impoetico, la sua incapacità di prender la misura, derivi da uno strano eccesso di furia misurante e calcolante»1. Per tal motivo abitiamo la Quadratura -terra, cielo, divini e mortali- impoeticamente. Il poetare autentico -e dunque l’abitare poeticamente – si ha fin tanto che duri la grazia, l’amicizia con la Quadratura, fin tanto che arrivi l’appello della misura al cuore: «E se accade il poetico, allora l’uomo abita poeticamente su questa terra; allora, come Hölderlin dice nella sua ultima poesia, “la vita dell’uomo” è un “vivere abitando”»2.

Il valzer di un giorno restituisce la speranza di questo abitare poeticamente che non può pensarsi se non a partire dal costruire, poiché lo spazio abitabile diviene luogo a partire dal costruire, dal quel ponte heideggeriano che riunisce la Quadratura3. E non è forse il matrimonio – così inteso – un atto originario della volontà di costruzione di un abitare poeticamente? Di costruzione di quella Casa che non può quantificarsi in metri quadri -che sarebbe una sorta di furia misurante e calcolante-, ma facendo appello alla misura? Così da abitare poeticamente? Ricordando che «la misura che il poetare prende si trasmette»4.

Il poetico di queste foto sta nel disvelamento dell’originarietà del matrimonio. E fa di Franco Carlisi un nuovo Prometeo che sembra ammettere il suo peccato: «Corifea: Forse non sei andato ancora oltre?/ Prometeo: Spensi all’uomo la vista della morte./ Corifea: Che farmaco trovasti a questo male?/ Prometeo: Seminai le speranze, che non vedono./ Corifea: E molto li aiutasti col tuo dono./ Prometeo: Poi li feci partecipi del fuoco./ Corifea: Hanno la fiamma viva i morituri?/ Prometeo: E molte arti da essa impareranno»5. C’è, qui, in questo libro fotografico – di cui presentiamo soltanto poche immagini-, il dono della speranza di una Casa; lontano sembra il giorno della morte, ma essa è pur sempre presente nella prospettiva degli avi che – nel giorno originario della costruzione di questo possibile abitare poetico, ché terrà conto della misura -, vengono ricordati, incontrati, commemorati attraverso quei sigilli che non li dimenticano (lapidi, loculi, vie cimiteriali); c’è qui il fuoco che sembra presentarsi come passione -fiamma viva- per il noi e per la vita che quel noi intende penetrare; e c’è un presente che prepotente si vuole aprire a un futuro in cui l’arte della misura verrà appresa e trasmessa.

Tutto questo è il matrimonio e tutto questo potrebbe non essere il matrimonio se non ci si prende cura di ciò che in origine esso ci vuol rammentare. Carlisi racconta un sogno, il cui contenuto è manifesto, ma Carlisi disvela anche ciò che è latente, lasciandolo tale, semplicemente illuminandolo. Come fa il poeta quando diviene pastore dell’Essere.

Portfolio di Franco Carlisi dalla Rivista

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Note

1 M. Heidegger, «…Poeticamente abita l’uomo…», in Saggi e discorsi (Vorträge und Aufsätze), a cura di G. Vattimo, Mursia, Milano 1976, p. 136.

2 Ivi, p. 137

3 Cfr. Id., «Costruire abitare pensare», in Saggi e discorsi (Vorträge und Aufsätze), cit.

4 Id, «…Poeticamente abita l’uomo…», cit., p. 135.

5 Eschilo, «Prometeo incatenato», trad. di E. Mandruzzato, in AA. VV., Il teatro greco. Tragedie, Rizzoli, Milano, 2006, p. 260.

 

 

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