Intervista ad Agnese Moro

Di: Mose Simone Galluzzo
28 maggio 2018

(Mosè Simone Galluzzo ha condotto l’intervista da studente del Liceo Scientifico «E. Fermi» di Genova – A.S. 2016/2017 -  estratto dalla Tesina di approfondimento per la prova orale dell’Esame di Stato)

 

La lettera di Aldo Moro alla figlia Agnese

Il legame profondo di Agnese con il padre è tangibile in Un uomo così e le parole di Moro alla figlia, dal luogo della sua prigionia, ne sono una commovente testimonianza.

«Mia carissima Agnese,

so che tu sei tanto forte e brava. Perciò ti posso parlare con coraggio, mentre vedo ogni momento più cadere le speranze. Ti ho voluto e ti voglio tanto bene, dolcissima Agnesina, che ho concorso a tirar su, con il suo chilo e ottocento grammi, dosando goccia goccia con il cucchiaino il latte che non potevi succhiare. Sì qualche volta ti sarai un po’ irritata con me; ma sai bene che l’amore è stato continuo ed infinito, che ti ho atteso ogni sera pieno di angoscia finché non ti vedevo, che ti ho seguito nel tuo studio, nel tuo lavoro (nel quale occorre perseverare), nelle tante cose intelligenti e vive che andavi creando. Ed ho cercato di seguirti e secondarti in ogni tuo desiderio. Ora è probabile che noi siamo lontani o vicini in un altro modo. Ebbene, credimi che ti sono vicino più che mai, che ti stringo forte a me, che desidero per te pace e felicità. E’ inutile che ti raccomandi la famiglia, la mamma, il carissimo Luca. Dagli tu l’amore e l’appoggio che io non gli potrò dare, ritraine tu la gioia dolcissima degli occhietti vispi e della profonda bontà. Questa è ora la mia pena più acuta, la mia angoscia mortale. Finché sarà necessario sostituiscimi.

Gioisco nel ricordarti piccola, sulla gamba del cuore con il dott. Tanè del tuo libriccino di bimba. Ti amo tanto, Agnesina carissima e ti ringrazio del tuo sorriso sempre così largo e della tua dolce carezza alla sera. Una tua carissima lettera da Helsinki per me è a Bellamonte, nell’armadio della stanza matrimoniale in alto o forse nel taschino del mio pullover nero. Non la perdere: mi è cara. Ti abbraccio forte forte e ti benedico con tanti auguri e tanta speranza.

Papà»1.

Intervista ad Agnese Moro

Mosè Simone. Ad epigrafe del suo libro -Un uomo così- lei cita un versetto di Luca: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». Lei crede sul serio che i suoi rapitori non sapessero ciò che stessro facendo o voleva intendere che non sapessero di avere rapito un uomo così? Ma soprattutto, il riferimento è diretto esclusivamente alle Brigate Rosse?

Agnese Moro. Credo che nessuno di coloro che compiono un gesto di male sappia davvero che cosa sta facendo agli altri e a se stesso. Un gesto di male, soprattutto se grave e irreparabile come un omicidio, non ottiene un unico risultato – eliminare una persona -, ma seguita piuttosto ad agire nella realtà seminando dolore e ferite, molto al di là di quanto chi lo compie volesse fare. Ècome un sasso gettato in uno stagno che crea cerchi che si allargano e che non puoi più controllare. Èquella che in tanti chiamano “la catena del male”. Gli effetti di quel gesto definitivo, poi, non riguardano solo la persona offesa e coloro che l’amavano o che dipendevano da lei per il loro benessere, ma anche colui che quel gesto lo ha compiuto. Anche la vita sua e dei suoi cari cambia per sempre. Da questo punto di vista la frase potrebbe anche essere: «Perdonali perché non sanno quello che fanno, né quello che sifanno». Nel citarla nel libro pensavo soprattutto ai militanti delle Brigate Rosse; ragazzi ventenni o poco più che ventenni, cresciuti in un clima culturale nel quale la scelta dell’uso della violenza nella lotta politica era largamente accettata come legittima, e, in qualche misura, ritenuta auspicabile anche da gran parte della comunità degli intellettuali e in tanti ambiti religiosi. Questo ovviamente non diminuisce in alcun modo la responsabilità di coloro che hanno agito, né mette in discussione la libertà con la quale hanno scelto di aderire alla lotta armata, con tutte le sue conseguenze. Perché capissero davvero quello che avevano fatto ci sono voluti tanti anni e il confronto con tante persone, e anche con le vittime delle loro azioni.

E sì, non sapevano neanche che tipo di persona andavano a colpire. Questo vale per mio padre, per gli uomini della sua scorta – Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi -, e per le altre centinaia di morti di quella stagione. Per le Brigate Rosse, e per gli altri militanti di formazioni armate di sinistra e di destra, a quel tempo chi colpivano era semplicemente un nemico, una funzione, un pezzo dello scacchiere avversario. Mano mano nel tempo anche questo è cambiato, e la persona ha – dolorosamente per loro – ripreso il posto del simbolo.

Nello scegliere quella frase del Vangelo non ho pensato agli altri, a quei governanti, politici, intellettuali, operatori della giustizia, giornalisti, che nei 55 giorni del sequestro di mio padre non hanno fatto nulla per aiutarlo, e spesso hanno impedito ad altri di fare. Anche per il loro perdono si può e si deve pregare, ma la mia impressione era ed è che sapessero abbastanza chiaramente quello che facevano.

Mosè Simone. Nel film di Bellocchio, Buongiorno, notte, in un’ultima scena visionaria, suo padre riesce a lasciare la sua prigione e si allontana lentamente verso la libertà. Se veramente fosse accaduto, che cosa secondo lei sarebbe cambiato nella storia dell’Italia?

Agnese Moro. È una domanda alla quale è davvero difficile rispondere. Troppe incognite. Francesco Cossiga, allora ministro dell’Interno, ha raccontato che lo avrebbero rinchiuso in un luogo riservato per “decondizionarlo” e interrogarlo, senza neanche permettergli di stare con noi. Al di là di questo non sappiamo che cosa lui avrebbe deciso di fare, se riprendere la sua vita di prima, se cambiare completamente, o cosa altro. Oltretutto era un uomo che aveva una visione delle cose davvero diversa dagli altri, perché guardava il mondo con occhi tutti suoi. Davvero impossibile rispondere.

Mosè Simone. Un uomo così è ricco di bozzetti familiari che esprimono e descrivono un amore infinito e una tenerezza senza pari. Riguardo alla verità, poi, scrive che essa è il vero punto di partenza e che chiunque sia depositario di una parte di essa dovrebbe metterla a disposizione di tutti, cominciando per l’appunto dagli ex terroristi, ma poi aggiunge a tal proposito qualcosa che ha il sapore dell’illuminazione anche per chi non ha vissuto tragedie simile: «Perché dovrebbero farlo? Cosa potrebbe spingerli ad un passo così difficile? Forse l’unica molla potrebbe essere la consapevolezza dolorosa di aver colpito altri uomini. I nostri cari non erano simboli, ma uomini, in carne, ossa e spirito. Sognavano, speravano, si impegnavano. Avevano cuori pieni di amore; capacità di cui sia noi che il nostro Paese avevamo bisogno. Erano padri affettuosi, mariti, fidanzati, fratelli, figli. Ridevano. Riflettevano. E anche loro, i terroristi, gli aggressori, sono uomini e donne. Che hanno fatto degli sbagli terribili e spesso non li hanno nemmeno capiti. Qualcuno non li ha nemmeno pagati. Per me è molto difficile accettarlo. Non sono il male. Sono persone che hanno fatto il male. Un male terribile. Ma persone. L’umanità è il nostro terreno comune»(p. 150). Lei afferma anche che suo padre cercava di capire e di comprendere i problemi degli altri, di farli propri, tendeva a scusare e a perdonare, qualcosa che somigliava alla misericordia. Vi ha senza dubbio lasciato un insegnamento senza pari. Eppure nonostante tutto mi chiedo come si possa giungere alla misericordia nei confronti di coloro che hanno permesso cinicamente di interrompere il flusso di creazione di memorie tanto care, di godere della bellezza di un amore familiare in carne e ossa? Mi riferisco anche, ovviamente, al percorso di riconciliazione con i terroristi, da cui è stato pubblicato Il libro dell’incontro. L’ammiro, per questo, sia chiaro, ma mi ripeto spesso che io non ne sarei stato capace, perché il perdono prevede la perdita della memoria e qui invece la memoria è persino storica e in tal senso indelebile. Allora penso che forse lei, come le altre vittime che hanno partecipato a quegli incontri, siate persone stra-ordinarie, persone che possono davvero fare la differenza in questa società sempre più egocentrata ed egoistica. Le domando, dunque, come è riuscita a liberarsi dalla rabbia, dal rancore, dall’odio e a tendere la mano verso chi non aveva avuto nessuna pietà?

Agnese Moro. Questa domanda tocca molti temi che mi sono cari perché ho passato in loro compagnia la maggior parte della mia vita. Quando ti capita qualcosa come quella che è successa a noi provi tantissime emozioni: dolore, rabbia, rancore, odio, orrore, terrore. Sono sentimenti che occupano la maggior parte del tuo spazio interiore e, in qualche modo, ti possiedono. Hanno degli effetti piuttosto devastanti. Uno di questi è la dittatura del passato, che vuol dire non tanto che hai il costante ricordo di ciò che ti è stato tolto e di come ti è stato tolto, cosa che è ovviamente inevitabile, ma soprattutto che per te tutto riaccade ogni giorno, in un eterno presente. Ogni giorno viene colpita la scorta, tuo padre viene rapito, deriso, abbandonato; ogni giorno viene nuovamente ucciso e la sua morte gestita con una  ulteriore dose di cinismo. Ti senti sola perché c’è un urlo – di disperazione, di orrore – dentro di te che non trova voce né modo di esprimersi. In realtà, però, quel grido muto viene ascoltato da qualcuno, e proprio da chi tu non vorresti che lo sentisse: le persone più vicine, quelle che ami di più e che non vorresti mai venissero toccate da quel “nero” che hai dentro. A quel punto prende corpo una decisione, forse maturata in tanto tempo sotto traccia, e al posto dell’urlo e del nero ti nasce dentro il desiderio di un “basta!!!”. Di dire “basta!!!” a tutto questo e imboccare una nuova strada. Alcuni chiamano “perdono” questo basta; questa decisione di voltare pagina e provare a rimettere il passato al suo posto. Io preferisco “basta” a “perdono”. “Perdono” è una parola piena di retorica, scivolosa, piena di fraintendimenti. Uno è quello che segnali nella tua bella domanda: l’oblio del passato, o il ritenere meno grave quanto avvenuto con una sorta di colpo di spugna. O, ancora peggio dal mio punto di vista, l’idea che si perdoni per bontà o per qualche dote morale. In realtà il mio “basta” non ha in sé il desiderio dell’oblio o il rischio della banalizzazione di quanto avvenuto; è solo voglia di vivere, di essere liberi, di non imprigionare altri nella tristezza e nella rabbia. Il “basta” per me è stato come una porticina che si apre e attraverso la quale ho potuto vedere meglio il mondo di fuori e guardarlo con occhi nuovi. Accorgendomi, così, anche delle occasioni che mi venivano offerte. Una di queste, per me risultata molto importante, è stata quella offertami alla vigilia di Natale del 2009 da padre Guido Bertagna, un gesuita, che mi invitava ad unirmi al gruppo che da qualche anno lavorava ad un dialogo possibile tra alcuni ex appartenenti alla lotta armata e alcune delle persone che in quegli anni di sangue erano state direttamente colpite o che avevano perso una persona amata. Percorso reso possibile anche dal sostegno di altri due esperti di giustizia riparativa Adolfo Ceretti e Claudia Mazzucato. Inizialmente ho rifiutato perché un passo del genere mi sembrava troppo difficile e impegnativo. Poi conoscendo altri familiari che avevano iniziato questa esperienza mi sono incoraggiata e ho iniziato a partecipare alle attività del gruppo. Non me ne sono mai pentita. La rabbia, il rancore e l’odio sono molto forti quando sono nutriti da fantasmi; appena ai fantasmi si sostituisce un volto umano le cose cambiano. Ho imparato che la gente cambia; che aver fatto cose terribili, come quelle che loro fecero allora, non distrugge l’umanità di una persona e che questa umanità può essere richiamata in vita e alla fine tornare a prevalere. Ho conosciuto il dolore degli altri, quello che provano coloro che si rendono conto di aver fatto cose orrende pensando di compiere atti di giustizia e non possono cambiare ciò che è stato. Ho conosciuto il dolore innocente che provano i loro familiari, che hanno portato il peso di scelte non loro. Ho imparato a chiedere conto ai responsabili; a chiedere conto di cose di cui la giustizia penale non si interessa, a domandare come si può fare cose simili e perché. Ho imparato ad ascoltare senza pregiudizi; senza scusare nulla, ma cercando di capire. Ho imparato da “loro” che è possibile farlo solo se ci si disarma e si cerca di guardare l’altro con rispetto. Ne sono nate anche amicizie improbabili, ma vere. Sono rimasta colpita dall’investimento di intelligenza, equilibrio, tempo e affettività che tante persone in questi anni hanno profuso perché l’incontro tra “noi” e “loro” fosse possibile. Non si può pensare di curare da soli le proprie ferite. Occorre un investimento sociale perché questo sia possibile. Ho una profonda riconoscenza e un debito che non potrò mai ripagare con tutti coloro che, dentro e fuori del gruppo, hanno reso possibile tutto questo.

Mosè Simone. Come dice lei a pagina 50 del suo libro suo padre «non è che ti sentisse. Ti ascoltava». Ascoltò anche la giovanissima Agnese, il giorno in cui contento l’aveva informata che per la prima volta ci sarebbe stato un Presidente del Senato del PCI, e lei ovviamente perplessa gli aveva chiesto se fosse sicuro che gli americani ne sarebbero stati contenti, perché in caso di indisponibilità del Presidente della Repubblica sarebbe subentrato il Presidente del Senato, comunista. La sensazione che ho oggi è che i politici non sarebbero in grado di prendere in considerazione seriamente le riflessioni dei giovani, neanche quelle dei figli che hanno in casa. I giovani sembrano essere relegati al ruolo di pubblico, senza alcun’altra richiesta che non sia quella di accettare passivamente tutto quello che giunge dalla politica attraverso il filtro dei media. Come riusciva Aldo Moro ad arrivare ai giovani, ad avvicinarli alla politica e a coinvolgerli e a tenerli in considerazione?

Agnese Moro. Credo che fosse a causa del fatto che aveva molta fiducia in loro. Credo che questa citazione sua possa chiarire la cosa: «Per i giovani c’è nel nostro Paese tenerezza e cura, ma essi non sono, come dovrebbero essere, il centro della vita, coloro ai quali si subordina ogni interesse comodo, coloro che rappresentano la parte migliore di noi e nei quali soltanto perciò la nostra vita si compie ed assume pieno valore. La stessa posizione centrale deve assumere logicamente la scuola che è cosa dei giovani, lo strumento delle loro comunicazioni con noi, il tramite per il quale si rende da parte nostra un servizio alla gioventù, per permettere ad essa di continuare a salvare la nostra vita». Quando li incontrava, come professore o se invitato a iniziative promosse e gestite da giovani, li ascoltava, perché per lui farlo era bello e di estrema importanza. Scriveva a un suo allievo che gli domandava conto della sua assiduità nell’insegnamento: «Credo di avere ricercato un dialogo disinteressato e cordiale con i giovani. Ne ho ricavato una sensibilità aperta al movimento e rinnovamento; una garanzia contro la cristallizzazione e il conformismo. Ho forse dato, o contribuito a dare, il gusto per quel che tocca la dignità umana e riguarda l’assolvimento del proprio compito nel mondo». Mia madre Eleonora diceva che fare l’educatore era la sua vera vocazione. Aggiungo io: in un rapporto di reciprocità e di rispetto vicendevole.

Mosè Simone. In casa, c’è mai stata la sensazione che a suo padre potesse accadere qualcosa di tanto tragico, che potesse essere cosi gravemente in pericolo?

Agnese Moro. Sì, eravamo consapevoli, noi e lui, che la situazione era difficile e pericolosa. Benché l’incarico che aveva in quel momento, Presidente del Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana, fosse decisamente di secondo piano, in realtà lui era molto esposto, dal momento che su di lui, sulle sue capacità e sulla sua credibilità si reggeva la possibilità di costruire nuovi equilibri politici nel Paese.

Mosè Simone. Lei fa anche riferimento al momento in cui Aldo Moro viene informato della strage di Piazza Fontana e lei afferma di averlo visto invecchiare in un istante e che in seguito le avrebbe detto che secondo lui «nelle stragi si verifica una coincidenza di interessi tra servizi segreti diversi, con una sorta di tacito accordo tra chi fa e chi lascia fare» (p. 62). Che idea si è fatta di quel tragico evento?

Agnese Moro. La strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, una strage compiuta dalla destra eversiva, viene considerata  unanimemente il momento in cui emerge la cosiddetta “strategia della tensione”, volta non solo a spostare il Paese a destra, ma anche a screditare la democrazia e a creare consenso attorno all’ipotesi di una alternativa totalitaria. Ipotesi, questa, che oggi può far sorridere se non si tiene conto del fatto che i Paesi del Sud dell’Europa, ad eccezione dell’Italia, vivevano tutti in regimi totalitari (Portogallo 1926-1974; Grecia 1967-1974; Spagna 1939-1975). La strage di piazza Fontana è l’emergere sanguinoso di quella opposizione alla Repubblica Italiana, con la sua Costituzione rivoluzionaria, che trovava concordi quelle realtà che mal sopportavano la fine di privilegi per lunghi secoli goduti o recentemente acquisiti. Questa ostilità ai successi faticosi della Repubblica nello stabilire per la prima volta parità di opportunità, dignità e diritti (voto di tutti e di tutte, istruzione per tutti, tutela della salute, del lavoro, riforma agraria, parità di diritti per le donne, tutela dell’infanzia, nuovo diritto di famiglia…) si manifesta nella storia della Repubblica in vari modi (tentativi di golpe, criminalità organizzata, violenza politica, innervatura personalistica del potere come nel caso della loggia massonica deviata P2). La strage di piazza Fontana apre una stagione di sangue che influenzerà profondamente la storia d’Italia.

Mosè Simone. Scrive che è stato fatto ben poco per ricordare suo padre, anzi aggiunge che durante il suo sequestro è stato fatto molto per screditarlo, una forma di delegittimazione che sembra assomigliare molto a quella delle vittime di mafia. Le maggiori cariche dello Stato, allora, preferirono sacrificare Aldo Moro perché, come scrisse il giovane spagnolo Juan Sànchez Torròn, la salvezza della sua vita non meritava il disonore di una sconfitta (Cfr. p. 118). Come vive oggi questa parte importante di verità sulla vicenda di suo padre?

Agnese Moro. La vivo ancora molto male. È uno dei falli non fischiati della vicenda di papà. Ma non sono la sola. In realtà quella è rimasta una ferita ancora viva e sanguinante per coloro che allora erano abbastanza grandi da appoggiare o rifiutare la linea della fermezza voluta dal Governo e da tutti i partiti ad eccezione del Partito Socialista.  Ci sarebbe tanto bisogno oggi di una discussione pubblica e serena su quei giorni, sul significato di quelle scelte e sui mezzi che furono utilizzati per ottenere un unanimismo del tutto innaturale per l’Italia. Le persone lo vivono ancora come un lutto, come una macchia nella loro storia e nella loro vita. Anche a causa di una mancanza di reazione, di indignazione; di un guardar morire una persona innocente senza fare nulla e che ha pesato sul corso di quella vicenda. Questa ultima cosa – stare a guardare – è un po’ un nostro difetto, anche oggi. Parlare di allora potrebbe essere utile a comportarci oggi, di fronte a nuove sfide di ingiustizia, in maniera diversa da quella di allora.

Mosè Simone. Il terrorismo è sempre terrorismo di qualunque natura esso sia, nonostante cambino le ideologie, come lei stessa ha scritto, sono proprio i nuovi e più ampi orizzonti cui esso sbarra la strada. Èquesto, secondo lei, il terreno comune del terrorismo, anche di quello di oggi, così diverso ideologicamente da allora?

Agnese Moro. Sono convinta di sì. Come ogni scelta per la violenza impedisce alla vita di scorrere nel senso che le sarebbe proprio, verso una pienezza che è fatta di pace, comprensione, reciproco aiuto, rispetto, riconoscimento, amicizia. La violenza, compresa quella terroristica, mette altro al di sopra della sacralità della persona umana. A quel punto non ci sono più orizzonti né speranze, ma solo distruzione e morte. Ma noi possiamo serenamente seguitare a fare diversamente e a vivere per la pace e per la comprensione reciproca. Alla fine questo tentativo rende la vita decisamente più interessante.

Mosè Simone. Secondo lei il Compromesso storico quanto ha inciso nella tragica vicenda di suo padre?

Agnese Moro. Credo che per quanto riguarda gli appartenenti alla lotta armata l’ipotesi di compromesso storico sia suonato come un rafforzamento della vita democratica – per loro da combattere e da sconfiggere – e come un ulteriore tradimento del comunismo da parte del Partito Comunista Italiano. Mio padre ne era il garante e l’unico che avesse la possibilità di farlo funzionare. Per gli altri, per gli ostili alla democrazia repubblicana, quella del valore umano, mio padre era una spina nel fianco perché per lui l’attuazione della Costituzione, che aveva in maniera così significativa contribuito a scrivere, era la stella Polare della democrazia italiana. Papà non era potente, ma aveva la capacità di riflettere, di spiegare, di immaginare scenari e strade per raggiungerli e di convincere con il dialogo e il ragionamento a percorrerle insieme.

 

Note

1 Agnese Moro, Un uomo così. Ricordando mio padre, BUR Rizzoli, Milano 2011, pp. 85-86.

 

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