Lei è libera

Di: Giusy Randazzo
28 maggio 2018

Era costretta sin dalla nascita a vivere in una casa costruita su delle palafitte nel mare. Dei bracci meccanici collegavano l’intera struttura, estesa per più di duemila chilometri quadrati, alla terraferma. Aveva molte persone al suo servizio, non soltanto camerieri ma dottori, insegnanti, forze dell’ordine e lavoratori di ogni genere. Tutti a sua completa disposizione. Gli arredi della casa e la stessa disposizione delle camere mutavano almeno ogni cinque anni, per consentirle di avere la sensazione di cambiare ambiente. Vi erano inoltre una palestra, una piscina olimpionica coperta e una scoperta, un campo da tennis e uno da basket, un parco abitato da specie animali e folta vegetazione, una pista di pattinaggio a rotelle e sul ghiaccio, una zona termale e un centro per il benessere, un lunapark che col tempo aveva cambiato le giostre per adattarsi alla sua crescita. Poteva accedere a qualsiasi negozio, prendendo a suo piacimento, perché erano lì soltanto per lei. Da un certo punto di vista, Lei era regina e non prigioniera. Le uniche cose che non possedeva erano nonni, genitori, fratelli, zii e cugini. Di amici ne aveva, ma a tempo. La gente che vi lavorava, infatti, poteva rimanere all’interno cinque anni al massimo e poi doveva andar via. In totale vi lavoravano soltanto 99 persone, né una di più né una di meno, e prima di essere assunte erano sottoposte a controlli e a una lunga preparazione per non contravvenire a nessuna delle regole della casa. Gli uomini non potevano avere un’età inferiore ai cinquant’anni e le donne erano tutte meno belle di Lei. I lavoratori potevano uscire dalla struttura soltanto alla fine del contratto, non potevano -durante i cinque anni di permanenza- avere contatti con l’esterno e nel caso fossero dovuti andar via prima del tempo era necessario un pass che soltanto Lei poteva firmare. Nessuno poteva parlarle della vita nel mondo. In tutta la struttura erano presenti telecamere e semafori per tenere la sua vita sotto strettissimo controllo. Il rosso quando Lei era in pericolo; l’arancione quando agiva o pronunziava parole improprie, come libertà, per esempio; il verde a indicare ai lavoratori che potevano soddisfare un suo desiderio inconsueto o rispondere a una domanda da zona arancione o permetterle un’azione ambigua. Lei ormai aveva trent’anni. Un volto ineffabile. Si lamentava pochissimo e non soltanto perché viveva a quel modo ma anche per quei dottori della mente che nel tempo le avevano insegnato a ritenersi fortunata per la vita vissuta e in attesa. Non aveva mai visto un paesaggio diverso dalla distesa di mare che aveva di fronte e dal litorale che stava dietro la Casa. Sempre uguale. Sapeva però di ogni cosa pur non avendone fatto esperienza diretta: città e famiglie, strade e ponti, guerre e guerriglie, popoli e civiltà, televisione e cinema. Conosceva la geografia, la storia, la filosofia, molte lingue straniere, la matematica, la geometria e ancora di più. Ogni libro studiato, però, era prima vagliato e a volte privato di pagine o immagini o frasi intere. Non aveva mai visto un bambino, tranne naturalmente il suo viso quando era piccina che poteva soltanto ricordare perché nella Casa era vietato l’uso di macchine fotografiche. Lei, infatti, non doveva subire l’angoscia del tempo. Liberata da tutto, persino dalle sue immagini cangianti. E il raffronto con chi le stava intorno doveva sempre essere a suo vantaggio. Non aveva alcuna idea della quotidianità del mondo, ritenendola simile a quella della struttura. Era perfettamente consapevole che se fosse scappata da lì sarebbe stata uccisa. Sin da quando era stata in grado di comprendere glielo avevano detto e ripetuto più volte fino a che non l’aveva imparato per bene: non poteva andar via, pena la morte. Di essa però nulla sapeva. Pensava fosse simile a quello scomparire delle persone appena i cinque anni giungevano al termine. Non aveva mai avuto l’occasione di vedere un cadavere, una persona fumare, un litigio, una scortesia. E neppure le lacrime sul viso di qualcuno. E non aveva mai sentito talune emozioni di cui aveva letto: rabbia, dolore, invidia, rancore. Gli specchi esistevano e le rimandavano un’immagine sempre migliore di qualsiasi altra.

Quell’anno s’innamorò di un uomo molto più vecchio di lei, pur se nessuno le avesse mai parlato dell’amore. Lui scomparve qualche giorno dopo il loro primo bacio. Quando avvenne infatti le sirene cominciarono a suonare per tutta la struttura. Le forze dell’ordine sopraggiunsero, lo legarono per bene, mentre Lei supplicava di lasciarlo andare. Vide per la prima volta qualcuno soffrire, i volti trasformarsi per l’odio, le urla di altri e non sue. Fu allora che Lei decise di scappare. Il primo tentativo fu un vero disastro, la sua governante, mossa a pietà, fu uccisa davanti ai suoi occhi, ma prima di morire le disse:

«Devi imparare a spezzare le cose».

Lei riuscì a raggiungere uno dei bracci meccanici, ma quando la situazione si fece più difficile, si rintanò dalla donna ammazzata riparandosi dietro il suo corpo senza vita che non le parlava pur essendo presente.

«Chi sei?» urlava guardandosi intorno. «Perché mi hai tenuto qui? Io ti odio!» ripeteva all’aria buia e indifferente.

Arrivò una squadra di polizia. L’avvicinò con delicatezza e senza più intimorirla. La presero per un braccio e la sostennero per condurla di nuovo alla Casa.

Promise a se stessa che sarebbe riuscita a fuggire organizzando un piano accurato che Lei prevedeva di mettere a punto in cinque anni. I dottori della mente si adoprarono perché dimenticasse quell’uomo e quella nottata. Parve che in fondo ci fossero riusciti. Ritrovò il sorriso e ricominciò la vita di sempre. Sapeva che la memoria delle 99 persone presenti, relativa a quei luoghi e a quegli eventi, non poteva che andare da uno a cinque anni. Richiese la presenza di donne della sua età e indicò la tipologia che avrebbe voluto frequentare. Belle quanto lei e più colte di quelle che fino ad allora aveva conosciuto.

«Io non ho sorelle e vorrei poterne avere. E siccome le perderò ogni cinque anni, vorrei che almeno nel corpo e nella capigliatura mi assomigliassero un po’ per non sentire nel tempo l’angoscia dell’abbandono».

E intanto cominciò a costruire con ingegno una maschera umana davvero singolare. Le difficoltà erano tante: non poteva nascondersi, neanche nel bagno, e non poteva fidarsi di alcuno. Ogni pezzo era soltanto una parte di niente. Durante l’anno, ne appiccicava al viso piccole porzioni di modo che lentamente la gente si abituasse a quel tratto prima inesistente. Il secondo anno fece lo stesso e così fino al quinto, quando ormai nessuno ricordava più come fosse. Il volto non era più quello di Lei. Togliersi la maschera e fuggire non era poi così facile, perché le telecamere erano sempre puntate su lei. L’unica via era il mare. Aspettò che l’estate giungesse e quando fu l’ora andò con le sue amiche in piscina. I costumi erano tutti uguali, come aveva ordinato da anni ormai. Prima di entrare in acqua le riunì.

«Voglio fare esperienza di tutte le forme di libertà» disse.

Le amiche si impaurirono perché quella parola era vietata nella Casa.

«Non temete. Non intendo la libertà che voi immaginate, ma piccole forme che possano farmi assaporare quella che non avrò mai. Vi chiedo per questo di liberarvi dai costumi. Anch’io lo farò. Se lo facessi da sola me ne vergognerei, ma con voi mi sentirò più a mio agio».

Le amiche si guardarono tra loro e videro il semaforo, a sentinella di ogni angolo, lampeggiare sul verde. Divertite si tolsero i costumi ed entrarono in acqua tuffandosi e schiamazzando come fanciulle, sebbene fanciulle non fossero più. Lei approfittò della confusione e sotto l’acqua si tolse la maschera e strofinò per bene il viso. Poi uscì insieme ad alcune e si disfò della maschera buttandola nel mare. A quel punto indossò un costume, come le altre che erano uscite a prendere il sole. Si distese sulla brandina in silenzio, allontanandosi subito dopo come per andare nel bagno. Nessuno la notò. Si vestì in fretta e furia, prendendo un vestito qualsiasi. Andò all’uscita e con aria serena mostrò il suo pass. La lasciarono andare. Percorse impaurita il braccio meccanico, fin quando non giunse sul litorale. A quel punto scappò. Corse felice fin tanto che non arrivò su una strada. Le macchine sfrecciavano senza notarla. Camminò a lungo, immaginando che già la stessero cercando. Finalmente qualcuno si fermò e la fece salire sull’automobile. Lei guardò con distacco l’autista e con fermezza e cipiglio gli ordinò di riprendere la marcia.

«Guardi che non sono il suo chauffeur» gli disse l’uomo arrabbiato.

«Mi scusi, mi scusi. I miei modi non sono adeguati. Le chiedo perdono e la ringrazio per la gentilezza che mi ha riservato»

«Così andiamo meglio» rispose il ragazzo e partì.

Durante il tragitto Lei non parlò, quel tipo invece non voleva tacere. Sembrava che avesse intenzione di raccontarle tutta la vita in pochi minuti. Poi la polizia li fermò. L’uomo presentò la patente e Lei rimase stupita. Non sapeva che cosa fosse quella piccola tessera. Ripresero il viaggio.

«E ancora non mi hai detto dove vai, però. E neanche il tuo nome»

«Vado dove vai tu. Mi sta bene» rispose Lei.

«Ma stai scappando, forse?».

Lei non era certa di potersi fidare. Lo guardò chiedendosi se quell’uomo potesse sapere dove avesse vissuto.

«Hai mai sentito di una casa qui vicino dove la gente è assunta per cinque anni e poi ritorna? Che si estende per più di duemila chilometri sul mare e due bracci meccanici la collegano alla riva?»

«Vaneggi o cosa?»

«Guarda che io ho vissuto là dentro per 35 anni» rispose Lei quasi offesa.

«Abito in questo posto sin dalla nascita. Conosco quel mare come le mie tasche e non c’è nessuna casa del genere»

«Non essere ridicolo. Perché dovrei dirti qualcosa di tanto insensato se non fosse vero?»

«Non so neppure come ti chiami. Per me potresti anche essere una folle»

«Mi chiamo Lei»

«Lei?»

«Sì»

«Mi prendi in giro?»

«Assolutamente no».

Il ragazzo le lanciò un’occhiata incredula. Sterzò, entrando in uno slargo le cui zone di sosta erano divise da un filare di alberi. Si fermò nella parte più esterna che dava sul mare. Posteggiò.

«Scendi».

Lei eseguì l’ordine, stupita e curiosa. Gli andò vicino.

«Guarda» disse il ragazzo e indicò con la mano il paesaggio.

Una distesa di mare, aperta da est a ovest, era di fronte a loro. Si perdeva a vista d’occhio a tal punto che l’orizzonte sembrava curvarsi persino nei lati fino a formare un semicerchio perfetto.

«Questo mare è più libero di un dio. Vedi? Almeno, abbiamo di fronte il litorale di mezza regione. Da quando sei salita in macchina abbiamo -sì e no- percorso un’ora di strada a ottanta chilometri orari. Sempre nella stessa direzione. Ora, dimmi, dove dovrebbe trovarsi questa casa?».

Lei rimase in silenzio. Non aggiunse nulla. Si perdeva con lo sguardo nel paesaggio, immersa nei ricordi di una vita sospesa che a quel ragazzo sembrava un sogno o una follia.

«Dunque, stabilito che non sono un idiota o mi dici come ti chiami e da dove vieni o ti lascio qui»

«Mi chiamo Lei e provengo da una casa sul mare»

«Bene. Fammi vedere la carta d’identità»

«Cosa?»

«Non voglio rubartela, voglio soltanto vederla»

«Io non so cosa sia questa carta d’identità».

Il ragazzo la guardò frastornato. Risalì in macchina, la salutò e prima di partire le disse:

«Un chilometro avanti c’è un autogrill».

E andò via. Lei percorse a piedi il tragitto sino a quando non vide lo slargo. Comprese che il mondo là fuori era davvero una bolgia. La gente urlava e faceva la fila per mangiare dei panini orribili, l’aria era viziata, le macchine si accalcavano. Finalmente vide la televisione, di cui sapeva dai libri. Un’oscena invenzione che ipnotizzava più dei dottori della mente. S’imbambolò di fronte a un bambino. Lo guardò con aria stupita e meravigliata. Le parve la cosa più bella del mondo. La madre lo strattonava perché lui non voleva seguirla. Lei ne fu talmente amareggiata che si disperò guardando quel bimbo piangere. Era la prima volta che vedeva un viso non suo rigato dalle lacrime. Poi vide altri bambini e le sembrò che tutti avessero lo stesso bellissimo volto. Osservò in silenzio la gente. Voleva capire il funzionamento del luogo. Il denaro serviva a comprare il cibo, ma Lei non ne possedeva. Si sedette in un angolo stretto. Nessuno pareva interessato alla sua presenza. Piangeva frastornata perché non sapeva come fare e che cosa fare. Poi ebbe un’illuminazione. Vide una macchina delle forze dell’ordine e decise di andare da loro.

«Salve. Per quanto strano vi possa sembrare io sono stata costretta a vivere in una casa sul mare sin dalla nascita. Oggi sono fuggita da lì. Mi potete aiutare?» disse triste ma speranzosa.

Gli uomini si guardarono tra loro sorridendo, ma Lei insistette.

«Signora, favorisca i documenti»

«Io non ho documenti. Non so neppure cosa siano»

«Come si chiama?»

«Lei»

«Non io, lei come si chiama» ripeté il gendarme infastidito.

«Io mi chiamo Lei»

«Ci prende in giro?» intervenne il collega spazientito masticando il panino.

«No, mi chiamo Lei. Credetemi»

«Va bene. Signora Lei. Provi a farsi una passeggiatina per rinfrescarsi le idee. Abbiamo giusto mezz’ora di pausa e vorremmo trascorrerla in pace».

Si allontanò senza rispondere. Basita. Incredula. Nella Casa, ogni volta che parlava, la gente stava attenta a ogni parola, eseguiva ogni suo ordine, esaudiva ogni suo desiderio. Stava imparando emozioni nuove e ritenne che quella strana energia che provava, mescolata a qualcosa di inusitato che si traduceva in un sapore rugginoso dentro la bocca, fosse rabbia e delusione. Non ne aveva mai fatto esperienza neanche quando aveva urlato la notte in cui aveva tentato la fuga. Nella struttura le volevano bene o almeno così le sembrava. Forse era dovuto alla cura che riceveva da quando era nata e che aveva scambiato per affetto. Ricordò la sua governante. Devi imparare a spezzare le cose, le aveva detto in punto di morte prima di trasformarsi in cadavere. Era riuscita a fuggire grazie alla memoria troppo corta dei 99. Ritenne che la strada per sopravvivere dovesse essere la stessa. Aspettò che giungesse la sera. Arrivò un’altra volante. Era pallida e stanca, non aveva mangiato e non aveva bevuto. Si diresse da loro.

«Salve. Ho bisogno di aiuto. Ho perso la memoria. Non ho documenti. Non mangio da stamattina».

Questa volta le diedero ascolto. La trasportarono subito in un ospedale. Nessuno sapeva niente di lei. Le diedero un nome: Libera. Diffusero la sua immagine ovunque, ma si presentò soltanto un ragazzo che sosteneva di averla incontrata qualche tempo prima e che la signora sembrava benestante e perfettamente consapevole di sé. Alla richiesta di comunicare le informazioni che la donna gli aveva dato, rispose in modo confuso. Raccontò che le aveva detto di chiamarsi Lei e di avere vissuto in una casa più grande di duemila chilometri quadrati, costruita sul mare. Libera pareva però una persona molto colta e, pur se non aveva alcuna memoria, era equilibrata e saggia. Il ragazzo fu rimproverato per quel tentativo millantatore. A Libera fu data una carta d’identità e una casa, perché l’opinione pubblica si era mossa a pietà per quella donna che aveva perso persino il ricordo dei genitori. Una piccola casa con pochi accessori. Dopo cinque anni da allora, Libera comprese che quel mondo non le piaceva. Si lavorava per potere mangiare, si litigava per poter avere attenzione, si moriva per i propri diritti, si uccideva per un po’ di denaro, si sperperava per avere bellezza, si guardava passivi una scatola per divertirsi, si amava per una manciata di anni di molto inferiore a cinque, si soffriva per invidia o per il possesso. Per fuggire da quella struttura, ben più grande della sua vecchia Casa, le avevano detto che doveva morire. Una storia che già conosceva. Mise a punto un piano che però prevedeva un tempo più lungo perché la memoria degli uomini era più grande dei 99 lavoratori. Vent’anni, si disse. Cominciò a costruire una maschera. Nessuno si accorgeva dei pezzi di un tutto che ogni tanto appiccicava sul viso. E quando i vent’anni giunsero al termine, nessuno più si ricordò com’era Libera nel volto. Andò su quel mare che l’aveva salvata, aiutata e compresa. Si tuffò in acqua. Nel fondo tentò di togliersi la maschera. Ma non ci riuscì. Tentò ancora, ma non ci riuscì. E ancora. Graffiandosi e disperandosi. Fin quando non sentì che l’aria cominciava a mancarle. Fin quando non capì che quella maschera era Lei. Ma Lei voleva essere Libera. La maschera non era il suo volto. L’aveva costruita per gli altri. E mentre lei sceglieva libera, scomparve tra i flutti del mare.

 

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