Paganesimi e gnosticismi

Di: Alberto Giovanni Biuso
28 maggio 2018

Il Sacro non è altrove, non è l’Altrove. Il sacro è nel mondo, è a esso immanente, è qui, ora, sempre, è l’unità di materia, animalità, mondo. Gli dèi sono i nomi di questa immanenza. Essi abitano accanto a noi, intorno a noi, dentro di noi. Gli dèi sono l’esserci e il voler ancora esserci. Anche questo è Dioniso, una volontà di potenza che nel dio per intero si incarna, «le Dieu vivant, le Dieu de Vie, le Dieu des bacchanales, le Dieu ami d’Artemis, le Deux-fois-né, l’Initié autrement dit» (Marc Halévy, p. 20). Poeti e filosofi celebrano questa potenza, con linguaggi diversi e convergenti. Per Esiodo la realtà è fatta dalla relazione tra «la Substance, la Forme et le Désir. Aristote ne dira pas autre chose trois siècles plus tard» (Halévy, 13).

I paganesimi esprimono l’ancestrale panteismo di tutti i popoli umani, di tutte le culture. E lo fanno con una potenza tale da permanere pressoché intatti anche nel cosiddetto Medioevo cristiano, epoca in realtà intrisa di potenze molteplici, di demoni, di epifanie del divino, di un crescente numero di santi, di madri di dio, di culti rivolti al bosco, alle stagioni, alla semina, alla terra e alle piogge. È soltanto con la Riforma che tutto questo tramonta, che il cattolicesimo costringe se stesso a trasformarsi in religione dell’astratto rispetto alla fisicità dei medioevali, al loro bisogno di sentire il divino dentro l’aria. Ancora una volta fu Lutero, «monaco fatale» a far precipitare il cristianesimo medioevale e rinascimentale dentro il gorgo della maledizione della vita: «Was geschah? Ein deutscher Mönch, Luther, kam nach Rom. Dieser Mönch, mit allen rachsüchtigen Instinkten eines verunglückten Priesters im Leibe, empörte sich in Rom gegen die Renaissance….» [1]

La chiesa papista dovette seguire la Riforma in questa rinuncia al mondo visibile a favore della sola fide. La violenza dalla quale era nato il dominio cristiano sull’Europa, ben testimoniata da eventi assai diversi nel tempo e nello spazio ma convergenti, come il «massacre de Verden, qui vit en 782 la mise à mort de 4500 Saxons païens qui refusait l’annexion de leur pays au royaume franc» (Alain de Benoist, 70) e lo sterminio dei popoli del Pacifico da parte dei missionari, guidati da una «rationalité coloniale [che] a toujours été partout d’une cruauté infinie, dépourvue du moindre scrupule. Les discours parfois humanistes cachaient des opérations de destruction programmée» (Jean Guiart, 171), questa violenza esplose dentro la modernità cristiana ramificandosi nell’obbedienza ai dogmi e nella sottomissione al trono e all’altare: «Qu’il soient pseudo-conservateurs ou pseudo-progressistes, les appareils de pouvoir politique aiment à cultiver parmi l’opinion l’axiologie chrétienne parce que l’exaltation de la souffrance, de la repentance, du pardon, de l’obéissance, doit rendre inoffensives les force transformatrices du peuple. Débile e débilitant, ce pouvoir idéologique ne forme pas des citoyens, il suscite des ‘petites gens’» (Philippe Forget, 55).

Il cristianesimo è nemico irriducibile dei paganesimi anche perché è una forma di «anthropothéisme» (Falk Van Gaver, 122) che teme la Differenza, anela all’Unità assoluta di una dottrina esclusiva, tesa a cancellare pratiche, organizzazioni, idee, concezioni che non si uniformino all’Uno. I paganesimi invece sono per loro natura molteplici, divenienti, accoglienti. I paganesimi sono politeisti ma inglobano anche «le chamanisme, l’animisme et le panthéisme. Toute doctrine religieuse que situe la sacralité dans la nature elle-même plutôt que dans une surnature mérite d’être considérée come ‘païenne’» (Thibauld Isabel, 6). I paganesimi, in particolare quello ellenico, esistono e vivono affrancati dalla fede, dalla speranza, dalla carità. Dalla fede perché gli dèi non sono oggetto di credenza ma di percezione, ora allegra ora timorosa. Dalla speranza perché tutto accade qui e ora, nel καιρός, nell’istante sacro. Dalla carità perché gli umani non  possono vivere dell’assurdità contro natura dell’amore per i nemici ma della tenerezza verso i propri cari, del rispetto verso la natura di cui sono parte, dell’ammirazione verso la potenza del Cosmo e dei suoi dèi.

«Les païens n’ont pas besoin d’être croyants pour être religieux» (Isabel, 34). Lo sono e basta in quanto sono umani dentro il mondo e per il mondo. Anche per questo i paganesimi stanno all’origine della Deep Ecology, la quale «à l’approche quantitative de la nature conçue comme une série de statistiques abstraites et comme environnement distinct de l’homme» sostituisce «l’animisme et le panthéisme hérités des paganismes européens et des sagesses orientales. [...] Dès lors, quand on parle de paganisme aujourd’hui, il ne s’agit pas de ressusciter artificiellement des traditions perdues, de convoquer des fantômes, mais de retrouver les origines même de la nature humaine et la place de l’homme au sein de la nature» (Diane Rivière, a p. 53 di uno dei saggi più profondi e più belli di questo numero di Krisis).

Una delle forme religiose e filosofiche più pervasive, lucide e feconde, la Gnosi, germina da tale humus, da questa terra, dai politeismi mediterranei e orientali. La potenza molteplice del mondo attenua ogni assoluto, compreso quello ontologico, e apre la riflessione al Nulla di cui l’Essere è intramato. Uno dei nuclei concettuali e prassici della Gnosi è infatti che «le Néant et le monde sont identiques, ou du moins le second en est la manifestation provisoire et maléfique» (Alain Gras, 159).

Paganesimi e gnosticismi sono perenni perché non appartengono all’una o all’altra delle comunità sociali che si dispiegano nel tempo e nello spazio ma esprimono il bisogno che l’umano sempre nutre di comprendere il mondo e di abitare nelle sue contraddizioni. Se la gnosi, secondo Gras, costituisce «une pensée actuelle, parce que de tous les temps», se l’elenco degli gnostici moderni «en serait trop longue, tant ils ont nombreux. [...] On peut citer par exemple, pour les plus connus, Nietzsche et Heidegger, mai aussi en premier Emil Cioran, le chrétien dissident Georges Bernanos, Céline, Marguerite Yourcenar» (166) è anche perché «nonostante le divergenze di principio, come esperienza finalizzata alla visione del Dio nascosto in interiore homine la gnosi rientra nella tradizione intellettualistica greca. Secondo questa tradizione vedere e conoscere l’essenza degli enti è la stessa cosa. Certo, si tratta di una visione che nella  gnosi salva e trasforma il visionario, che non si limita a svelare verità filosofiche come nel pensiero greco, ma essa avviene in entrambe per mezzo esclusivo della mente (nous). Non solo: tale visione ri-conoscente equivale a un atto generativo, nel duplice senso di essere un prodotto della dinamicità della vita e di mettere in luce ciò che con essa si apprende»[2].

Una tradizione sempre viva perché è di ogni tempo e di ogni luogo. Lo conferma, tra le tante possibili testimonianze, un brano delle Metamorfosi di Apuleio (XI, 5), nel quale la scintillante molteplicità dei nomi degli dèi esprime la potenza ancestrale della Natura: «Rerum naturae parens, elementorum omnium domina, saeculorum progenies initialis, summa numinum, regina manium, prima caelitum, deorum dearumque facies uniformis, quae caeli luminosa culmina, maris salubria flamina, inferum deplorata silentia nutibus meis dispenso: cuius numen unicum multiformi specie, ritu vario, nomine multiiugo totus veneratur orbis. Inde primigenii Phryges Pessinuntiam deum Matrem, hinc autochthones Attici Cecropeiam Minervam, illinc fluctuantes Cyprii Paphiam Venerem, Cretes sagittiferi Dictynnam Dianam, Siculi trilingues Stygiam Proserpinam, Eleusini vetustam deam Cererem, Iunonem alii, Bellonam alii, Hecatam isti, Rhamnusiam illi, et qui nascentis dei solis inchoantibus illustrantur radiis Aethiopes utrique priscaque doctrina pollentes Aegyptii, caerimoniis me propriis percolentes, appellant vero nomine reginam Isidem»[3].

E dunque «quoi de plus universel et de plus singulier que le paganismes, à la fois propres à un peuple et à une terre, et communs à tous?» (Rivière, 51). No, non c’è nulla di più universale e singolare, proprio e comune, identico e diverso.

 

Aa.Vv.
Paganisme?
«Krisis», n. 47 – juin 2017
Pagine 184

 


[1] F. Nietzsche, Der Antichrist. Fluch auf das Christenthum, § 61, trad. it. di F. Masini L’anticristo. Maledizione del cristianesimo: «Che accadde invece? Un monaco tedesco, Lutero, venne a Roma. Questo monaco, con dentro il petto tutti gli istinti di vendetta d’un prete malriuscito, a Roma si indignò contro il Rinascimento…» in «Opere», VI/3, Adelphi, Milano 1964 sgg., p. 258.

[2] L. Fava, Gnosi e liberazione, in «Libertaria 2016. Nel nome di nessun dio», Mimesis, Milano 2016, p. 157

[3] «Io madre della natura, signora di tutti gli elementi, origine e il principio di tutte le età, la più grande delle divinità, regina dei morti, prima dei celesti, sintesi dell’immagine di tutti gli dei e di tutte le dee, che governa le altezze luminose del cielo, i salutari venti del mare, i desolati silenzi dell’Ade, la cui potenza, unica, tutto il mondo onora sotto varie forme, con diversi riti e differenti nomi. Per questo i Frigi, primi abitatori della terra, mi chiamano Pessinunzia, Madre degli déi, gli Autoctoni Attici Minerva Cecropia, i Ciprioti circondati dal mare Venere Pafia, i Cretesi arcieri famosi Diana Dictinna, i Siculi trilingui Proserpina Stigia, gli antichi abitatori di Eleusi Cerere, altri Giunone, altri Bellona, altri Ecate, altri ancora Ramnusia, ma i due popoli degli Etiopi, che il dio sole illumina coi suoi raggi al sorgere e al tramontare della luce e gli Egizi, immensi per la loro antica sapienza, venerandomi con quelle cerimonie a me adeguate, mi chiamano con il mio vero nome, Iside la regina».

 

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