Per «Gli anni del nostro incanto» di Giuseppe Lupo

Di: Antonio Sichera
28 maggio 2018

Nel panorama della narrativa italiana contemporanea Giuseppe Lupo si distingue per la libertà e la disponibilità che contraddistinguono i suoi movimenti di parola, le sue mosse di romanziere. Lupo non è legato insomma ad un cliché, ad un formatdi successo che lo costringa alla (ri)esibizione manieristica e perpetua di sé, ma può permettersi (e si permette) il lusso di raccontare agli altri ciò che gli sta a cuore, al modo di uno che il racconto ce l’ha nel sangue. Perché è questa la seconda evidenza del suo narrare: dai libri di Lupo si sprigiona l’energia di un piacere di raccontare che sembra sgorgare dalle fibre dell’essere, come se l’atto del narrare fosse in fondo la vita stessa di colui che racconta. Non però nel senso di un narcisistico riprendersi, ma in quello della creazione, attraverso la propria anamnesi, di una memoria collettiva. Da qui quell’aria di epos sprigionata sin dall’inizio dai suoi libri, e che ha trovato in questi mesi, ne Gli anni del nostro incanto (Marsilio, 2017), una espressione semplice, intensa, mirabile.

La storia di una famiglia italiana che vive la propria alba al tempo del boomeconomico diventa infatti per Lupo l’occasione di raccontare un’epoca, di mettere parole buone e di dare consistenza mitica ad un passaggio decisivo della storia del nostro paese. Lupo lo fa a modo suo, appoggiandosi ai moduli della grande narrazione biblica, scegliendo cioè un versante atipico e fascinoso del racconto occidentale moderno. E così, la storia di Regina e di Louis, di una ragazza veneta del Garda e di un giovane del Sud, innamorati e trepidanti, diventa la storia di un esodo verso la terra promessa di Milano, di una ‘uscita’ dalla schiavitù dei «tempi duri» per entrare nell’«età sbarluscenta», ovvero nel paese dove scorre latte e miele, dove gli anni sono «alti» e il tempo equivale alla benedizione di un kairós. Si tratta di un ingresso nel moderno di due giovani cresciuti nel grembo dell’Italia contadina, che devono interrompere una tradizione millenaria. È quanto succede in quegli anni a tutto un paese: come un’istituzione del novum, che rende Regina e Louis donne e uomini di una stagione inedita. Due figure regali (Regina è… regina, e Louis ha il nome del re forse più famoso della storia) pronte a lasciare l’origine, a tradire il loro passato per diventare moderni, per ri-cominciare tutto da capo. Non per nulla, questo ragazzo del Sud che decide di non fare il mestiere di suo padre e lascia la bottega avita di calzolaio viene accusato di ‘tradimento’ da Bartolomeo, suo padre («se devi tradire»), scosso e amareggiato dalla partenza verso il Nord di un figlio diverso, divelto dalle radici, fattosi operaio alla Innocenti. Eppure l’esodo è inevitabile, come la chiamata di Abramo, come l’azzardo di Mosè. A Milano per Louis ‘bisogna’ andare, è lì che ci si deve collocare per essere all’altezza del tempo: «la fortuna è Milano».

Prende il largo da qui dentro il libro una fantastica cavalcata attraverso le cose e i simboli di quegli anni irripetibili. Nel racconto di Lupo ritornano a vivere la Milano della Rinascente e di San Siro accanto a Tutto il calcioe allo Stock 84; i riti domenicali e il ritmo della grande città; l’apoteosi della tecnica e il mito della cucina Salvarani, in una sorta di festa della costruzione di un nuovo tempio sotto lo sguardo benevolo di un Dio che custodisce gli inizi del suo popolo errante. La bellezza di questa avventura resta scolpita in una foto da cui tutto comincia, la foto della copertina de Gli anni, dove – nella fictio romanzesca – è ritratta la famiglia al suo zenit, il giorno dell’anniversario, con Regina e Louis insieme ai loro figli ancora piccoli, Vittoria e Indiano (Bartolomeo in verità), che portano i nomi dei nonni, in un residuo di genealogia immancabile per una foto definita dalla voce narrante «la bibbia del tempo» di quella giovane famiglia italiana.

Tutto sembra filare a meraviglia, come in un canto levato alla gioia della nascita e della scoperta. E però su questa modernità trionfante si stende un’ombra, forse inevitabile per chiunque si avventuri in terre incognite, per chi si trovi a lasciare il ciclo di una società ancora modellata sulla physis. Perché lì dove si comincia non c’è racconto, ma solo azione. Perché dove si comincia c’è bisogno della parola per dare spessore alle cose, per intrecciare le relazioni, per creare uno sfondo che resista e non vacilli. La storia di questi anni dell’incanto è dunque il mythos di una fiumana di libertà, ma anche la ferita generata da una mancanza. Il suo sgorgo è nel Sud, inciso in quel lasciarsi senza parole tra Louis e suo padre. È il principio di un lungo disagio, che Louis sentirà nella carne alla morte di Bartolomeo e che lo proietterà al suo paese, col cuore piagato, e poi in giro per Milano, lontano da casa e dalla sua Regina. In questo filo tranciato, in questo distacco non elaborato si tocca il cuore del versante notturno del moderno. È quello che chiude Regina in un pervicace rifiuto della memoria e del passato, e che fa penetrare nell’anima di Indiano il germe del grande male: la «silenziosità». Al figlio grande di Regina e di Louis non vengono consegnati ricordi, non sono concessi gli sguardi di chi vedendo fa essere; poiché così i genitori danno vita ai figli, con lo sguardo che riscalda e conferma, con la parola che avvolge e accompagna. Indiano non è visitato da questa grazia e perciò resta muto e lontano. E per questo un giorno se ne va, in seminario, per farsi prete, per sapere se Dio sia morto davvero. Dove non ci si incontra e non si parla, dove non ci si racconta – dice Giuseppe Lupo –, lì Dio muore. L’Eden cade, il paradiso sfiorisce, e ci si trova gettati fuori all’improvviso.

Inizia da qui nel libro la storia della morte del Dio custode del moderno, che sembra abbandonare l’esodo dei suoi fedeli, toccati dalla vita, affaticati dal passare degli anni, bucati ‘dentro’ dal posto lasciato vuoto da Indiano, pellerossa degli western nei desideri materni, ma in verità ‘indiano’ come estraneo, distante, sottratto alla vista. Il culmine di questa deriva – di questa prima ‘fine’ dell’azzurro di Milano, che è anche la ‘fine’ di un sogno, lacerato dalla crisi e dalla strategia terroristica (a cui Indiano si allineerà) –  arriverà nei giorni del mondiale di Spagna, quando Regina sarà colpita da una amnesia micidiale, provocata e lenita al contempo dalla «bibbia del tempo», da quella foto dei giorni felici rubata ad insaputa sua e di Louis da un settimanale dell’epoca. Come per il figlio dei Sei personaggi, così l’esposizione agli occhi di tutti di un momento di intima gioia ferisce Regina. E Vittoria la sente sprofondare in un nero «abisso» aperto ad inghiottire anche lei, privata della scorta del papà nel suo ingresso nel mondo.

Ma saranno proprio i ricordi affidati alla figlia piccola da Louis a consentirle di combattere la battaglia per la vita, a riconnettere i fili dispersi, in una settimana di inesausto racconto: i sette giorni della (ri)creazione, i nove mesi di gestazione («sarà come restituirti i nove mesi in cui tu mi hai tenuta in caldo»), i ‘gesti’ di una parola che risuscita («“Talita kum… talita kum”. Un po’ mi sento Gesù Cristo: donna, dico a te, alzati!»). È questo il frutto del coraggio di una ragazza che riesce a salvare così la storia della sua famiglia e del suo paese: nella notte del 12 luglio 1982 torna infatti l’azzurro su Milano. Vittoria, nella sua commovente lotta contro la solitudine, restituisce a Regina l’abbraccio ricevuto dal suo corpo bambino e riporta la ‘vittoria’ del contatto sulla minaccia del nulla. Di questa speranza, affidata alla parola che cura, al racconto che dà senso alla vita, il lettore resterà grato all’autore e al suo genio accogliente ed umano.

 

 

 

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