Scienze dell’interpretazione: un’introduzione

Di: Liborio Barbarino
28 maggio 2018

«Scienze dell’interpretazione», titolo del Dottorato, sollecita qualche chiarimento – almeno per la specificazione, che dovrebbe seguire pacificamente il sostantivo, definendone l’ambito, e che invece pare insidiarne il senso, spingendolo verso l’ossimoro, il bon mot: quanto di più solido, verificabile e quantitativo, il paradigma stesso dell’oggettività viene esposto al sole infero del soggetto, per sciogliersi come gli orologi di Dalí.
La cultura moderna e il vigoroso albero della tecnica sembrano, infatti, voler negare le loro radici umanistiche, rimuoverle anche – come un ingombrante residuo – dall’apprendistato di chi deve governare la cosa pubblica. Il sedicente specialista – ingegnere del dato e comunicatore transmediale – in piena sbornia da azione ha fretta di uccidere l’uomo che dice «e io chi sono? da dove vengo dove vado?». D’altra parte le ragioni di quest’uomo sono state spesso difese da posizioni di retroguardia, glorificando un sedicente passato contro la senescenza corrotta del vil mondo. In una sempre attuale riproposizione del quadrilatero saggio-stolto-dito-luna, vecchi e nuovi media sono ritenuti responsabili del contemporaneo svuotamento di senso, come se l’abbondanza dei canali avesse proporzionalmente comportato una perdita nella qualità del messaggio. Il recente Benjamin und Brecht Denken in Extremen, che ripercorre il sodalizio tra i due, ci ricorda come una questione simile venisse posta per la radio negli anni in cui questa era formidabile strumento nelle mani di Hitler e Mussolini: lo strumento, però, non è il messaggio, e lo stesso Benjamin scrisse dei radiodrammi (trasmessi solo dopo la fine della seconda guerra mondiale) che dimostrarono come anche il canale della propaganda potesse essere usato per far cultura. Né cultura è il contrario di natura, né la scienza si esaurisce nell’orizzonte della tecnica. La più alta, la più nobile, disposizione di ricerca è proprio quella che riconosce al reale la sua ultima inafferrabilità, quell’intima cifra di mistero che è poi il primo sguardo – curioso e spaventato – che ha legato l’uomo al mondo; poi il fuoco, la ruota, l’aratro.
Coerentemente col titolo del percorso dottorale anche quella che segue è un’interpretazione, condotta con scienza e coscienza, delle lezioni che hanno offerto i professori Anselmi, Antonelli, Ivančić, Mazzarella: i documenti ibridi integrano le trascrizioni dei seminari con studi e articoli pubblicati dagli stessi autori. Per agevolare il lettore si è preferito non dar minuto conto dei tagli operati per la riduzione e delle fonti bibliografiche, che nei lavori originali sono, come di consueto, indicate. Al contrario, non si è provveduto a uniformare stili di citazione e utilizzo di segni diacritici, nell’intento di rispettare le scelte degli autori.

 

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