Paganesimi

Di: agb & gr
4 febbraio 2019

 

«Eadem spectamus astra, commune caelum est, idem nos mundus involvit. Quid interest, qua quisque prudentia verum requirat? Uno itinere non potest perveniri ad tam grande secretum», ‘contempliamo tutti gli stessi astri, il cielo è a tutti comune, un solo mondo ci circonda e contiene. Che importanza può avere per quale strada ciascuno cerca il vero? A un così grande enigma non si giunge per una strada soltanto’1. Con queste parole il prefetto Simmaco nel 384 chiedeva rispetto verso l’Altare della Vittoria, simbolo e sostanza della romanità. Parole che Ambrogio, vescovo di Milano, respinse. Un rifiuto che condusse alla rimozione dell’Altare dalla curia del Senato. Pierre Hadot afferma che «queste stupende parole, che varrebbe la pena riportare a caratteri d’oro su ogni chiesa, sinagoga, moschea, tempio, in questo inizio di terzo millennio oscurato già dall’ombra di tremende dispute religiose, traggono probabilmente ispirazione -anch’esse- dall’aforisma di Eraclito»2, dal detto 123 del filosofo: Φύσις κρύπτεσθαι φιλεῖ, l’essere di tutte le cose dimora nel nascondimento.
Noi che non siamo una chiesa o sinagoga o moschea o tempio ma una rivista, le riportiamo comunque all’inizio di questo numero di Vita pensata dedicato ai Paganesimi. Al plurale, sì, perché la vita del mondo greco e romano fu vita molteplice, aperta, curiosa, ironica, libera da dogmi. E scrivendo paganesimi intendiamo anche rivendicare questa parola, nata come un insulto da parte dei cristiani vincitori ma che possiede una ricchezza semantica -oltre che una stratificazione storica- radicata nel fatto che «essere pagani significava rimanere fedeli alle proprie origini»3. Le nostre origini sono i Greci, dei quali siamo tutti eredi nel nostro parlare, ragionare, sentire.
Origini ancora e sempre vive, come testimoniano i contributi di questo numero, che toccano il conflitto e la continuità, l’identità e la differenza tra le culture che si sono succedute nel Mediterraneo e in Europa dal mondo antico al presente, da Anassimandro a Pavese, dagli gnostici a Machiavelli. Dei pagani si può dire infatti ciò che viene enunciato degli gnostici, di coloro cioè che vedono e trovano nella conoscenza di sé e del tutto il riscatto da ogni dolore e limite: «Chiamiamo gnostico colui che va in cerca di sé e trova il luogo, il modo, il significato in cui si manifesta la sua natura perfezionata, la sua forma più propria, la sua essenza eterna, consustanziale a Dio»4.
I paganesimi sono anche la dinamica tra obiettivi così totali e la consapevolezza del limite che tutto intrama e in cui ogni cosa consiste. L’umano è dentro questo limite e, come tutti gli enti che sono una parte e non l’intero, non genera da sé la luce dentro cui è immerso. Egli sta nella luce che lo precede, che lo intesse e che lo segue. Per i pagani gli dèi sono semplicemente questa luce che si distende nel tempo qui e ora. E soltanto in questa immanenza può sorgere il senso dello stare al mondo. È dal divenire, infatti, che si coglie l’essere, è dal χρόνος che si apprende l’αἰών, è dall’oscurità -che sembra involgere ogni inizio e ogni fine- che si può scorgere il lucente. Anche questo forse intendeva Cesare Pavese quando scrisse che gli dèi «sono il luogo, sono la solitudine, sono il tempo che passa»5.

 

Note

1 Simmaco, Relatio III. De ara Victoriæ, Pars I, § 10.

2 P. Hadot, Il velo di Iside. Storia dell’idea di natura (Le voile d’Isis. Essai sur l’histoire de l’idée de nature,  Gallimard, Paris 2004), trad. di D. Tarizzo, Einaudi, Torino 2006, pp. 69-70.

3 A. Rotondo, Nonno di Panopoli, poeta di Dioniso e di Cristoinfra

4 L. Fava, Un itinerario nel mito gnostico, infra

5 C. Pavese, Dialoghi con Leucò, Einaudi, Torino 2015, p. 141.

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